I DORMIENTI

L’insonnia mi sta indebolendo sempre più, giorno dopo giorno, il mio corpo è languido, deperito, depresso, non riesco a venirne a capo, non trovo un rimedio a questo mio disturbo.

Quando sono preda dell’insonnia e la notte sembra eterna, senza una fine che si avvicini, e il mio udito ossessionato da quel ticchettio costante dell’orologio a pendolo che ho in salotto, dove sembra che perderò il senno della ragione da un momento all’altro, allora sento il bisogno immediato di uscire, di liberarmi da quel supplizio, sentire l’aria fresca della notte accarezzarmi il viso, scendo in città e inizio ad aggirarmi tra le sue strade, i suoi vicoli, tra negozi chiusi e farmacie di turno, come un sonnambulo o come un pazzo in cerca di comprensione.

La città di notte è strana, e in un certo modo inquietante, nuovi cittadini subentrano a quelli che occupano la città di giorno, come macchine che vengono sostituite.

Quei volti nella notte, volti gaudenti, volti che sono in cerca di compagnia, volti che come il mio sono stati abbandonati dal sonno.

L’altra notte vagabondando come sempre, nel cuore del buio più profondo, tra baldorie in bar decadenti, edifici fatiscenti in disuso, mi imbattei in una strada che continuava in linea retta per chilometri, da ambo i lati si ergevano grosse ville stile vittoriano, tutte dipinte completamente di bianco, la strada era sgombra da qualsiasi presenza, il silenzio predominava nell’aria.

Mi investì un senso di irrealtà, la luna era alta e piena nel cielo oscuro, non si udiva alcun strepitio, neanche il frusciare delle foglie, una strana nebbia notturna aleggiava a mezz’aria, m’incamminai in questa via dimenticata, l’aria gelida mi punzecchiava la faccia, ero come attratto dalla totale mancanza di suoni, si udiva solo il riverbero dei miei passi, osservavo verso i piani superiori di queste enormi strutture sperando di intravedere sagome attraverso le finestre, qualche silhouette attraverso i tendaggi tirati con cura, ma non scorsi nulla.

La nebbia offuscava la fine della strada, sembrava interminabile, mi ero incamminato da un quarto d’ora ma non ero arrivato a nessun limitare, il mio cuore iniziò a pulsare più forte, l’ansia iniziò a insinuarsi nel mio corpo, ero arrivato al limite della mia sopportazione di silenzio assoluto, iniziai ad accelerare il passo, i miei piedi si muovevano sempre più veloci, un sudore ghiacciato iniziò a trasparire dalla mia pelle bianca, non mi abbandonava quel senso di irrealtà, mi voltai indietro, avevo ponderato di far ritorno alla mia abitazione, di ritornare su i miei passi, ma mi ero spinto troppo oltre, forse verso mondi che dovrebbero rimanere celati agli occhi di esseri non mentalmente preparati a tali orrori.

Sembrava inconcepibile il mio ritorno, la strada si perdeva nell’infinito, iniziai ad inveire contro le ville in cerca di aiuto, non ottenni risposta, sembravano perduti nei loro sogni più profondi, gridai ancora, finchè le mie corde vocali reclamarono pietà, la mia bocca divenne arida, lacrime di disperazione mi salirono agli occhi sprofondati nelle orbite per la frequente mancanza di sonno.

In preda ai tremori e al terrore mi avvicinai ad una di queste strutture, bianche come la neve, con l’intento di chiedere aiuto, informazioni su come uscire da quel limbo, mi accostai alla porta e bussai, per tutta risposta ottenni solo silenzio, ripetei la mia azione, con più insistenza questa volta, e ancora una volta mi rispose il nulla.

Il panico prendeva sempre di più il controllo del mio corpo, perchè non mi rispondevano, cosa si celava in quelle abitazioni sinistre e inquietanti? aggirai il perimetro della villa e scorsi una finestra dischiusa, ormai la mia parte di mente razionale aveva allentato la presa, mi muovevo come in sogno, il mio corpo era autonomo.

Mi immersi in un salotto fiocamente illuminato dalla luce della luna, restai in ascolto di un qualche tipo di suono, silenzio, l’assenza di rumori mi ossessionava, m’inerpicai al secondo piano ritrovandomi in un corridoio con porte a entrambi i lati, l’ultima porta a sinistra era scostata e si intravedeva il lucore della luna, mi avvicinai, i tremori si diffusero per tutto il corpo, dischiusi la porta e il mio sguardo si soffermò su i due individui, un uomo e una donna, che dormivano profondamente, rimasi imbambolato per qualche istante, l’ambiente era terribilmente freddo, il mio respiro si condensava davanti ai miei occhi, improvvisamente la mia attenzione si soffermò tra le ombre opprimenti della stanza, su una sagoma bianca, sembrava un manichino, era spoglio da qualsiasi indumento, ma una circostanza abbastanza bizzarra e inquietante attirò ancora di più, per quanto fosse possibile, la mia attenzione, sul quel volto levigato erano presenti solo gli occhi, era privo di bocca, privo di naso, non aveva lineamenti, solo quegli occhi in continuo movimento, velati dalle lacrime, come se un essere umano fosse imprigionato in quel bizzarro, atipico pezzo di legname, e potesse imprecare aiuto solo con quei bulbi oculari.

Quando ancora ero immerso a contemplare quell’essere, il suo viso privo di fisionomia si voltò di scatto con un leggero scricchiolio alla base del collo verso la mia postazione, il mio cuore perse qualche battito, non tolleravo la vista di quegli occhi supplichevoli, lacrime iniziarono ad approdare sul quel volto liscio.

Fuggii da quella abitazione immergendomi nell’aria notturna, terrorizzato dall’orrore, mi ritrovai di nuovo su quella strada infinita, l’aria non era mutata, nulla era cambiato, solo la nebbia sembrava infittirsi sempre di più.

Urlando con tutto il fiato che avevo a disposizione, correndo come impazzito, ripercorrendo la strada a ritroso, il mio sguardo spaziò sulla sinistra, e quei manichini senza volto ma con occhi che rammentavano la disperazione, la sopportazione al dolore umano, mi osservavano dalle finestre dei piani superiori di quelle strutture immense, dimore di esseri superiori al nostro intelletto, dimore di mondi oltre la nostra immaginazione.

Riuscii a fuggire, ma non so come, ricordo che mi ritrovai a un incrocio urbano, e fui quasi messo sotto da una utilitaria con a bordo dei gaudenti giovani, ritornai a casa ormai all’alba, e da quella esperienza terrificante non posso fare a meno di rammentare quegli occhi traboccanti di lacrime, imploravano pietà, ma non mi è stato concesso sapere per cosa.

Sono settimane ormai che non chiudo occhio, non sono più me stesso, sono avviluppato da un alone oscuro.

Ho fatto altri vagabondaggi da allora, ma non mi sono più imbattuto in quella strada malinconica, ho cercato e ricercato, ma nulla.

Adesso medito su quell’uomo e su quella donna nel loro letto in quella abitazione sinistra, sprofondati nei loro sogni colorati di armonia, o nei loro incubi più profondi che il nostro inconscio ci mostra in visioni oniriche, vorrei immergermi come loro nel mondo dei sogni, in quel mondo creato dal nostro cervello, vorrei sprofondare nel mio abisso personale, anche con un manichino piangente ai piedi del letto, anche con il rischio di non svegliarmi più, solo allora troverò la pace.

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