
I due mari di Franz.
“Tu sai nuotare?”
L’uomo, seduto compostamente sulla panchina accanto alla mia, aveva farfugliato a mezza voce ed io l’avevo ignorato: non credevo parlasse con me. L’avevo visto arrivare poco prima e mi era parso un tipo poco socievole, sicuramente afflitto in quella notte stellata: non sarebbe stato lì, altrimenti.
Ripeté la sua domanda una seconda volta, e l’esplosiva miscela di timidezza e ardore interiore lo fece suonare esigente, quasi infastidito. Enfatizzò il pronome col tono di voce: “Tu sai nuotare?” Mi voltai a guardarlo, per la prima volta, dato che inizialmente l’avevo solo visto con la coda dell’occhio: sembrava così spaesato, un alieno catapultato sulla Terra per un errore di calcolo, completamente estraneo all’ambiente in cui si trovava. I suoi occhi verdi brillavano di pensieri, sentimenti ed idee, un mare tempestoso e stanco di esserlo, che rifletteva quello, letterale e non figurato stavolta, di fronte al quale ci trovavamo quella notte.
Eppure lui era semplicemente fuori luogo: il suo vestito da impiegato era indossato con evidente fastidio, come se indosso avesse un corpo parassita, e i suoi capelli fin troppo pettinati sembravano non far parte di un volto tanto sconvolto, seppur dai tratti gentili e soavi, disegnato con una matita così leggera da dar l’impressione di poter essere cancellato al minimo contatto con una gomma. Non dava segni di stanchezza, eppure so che, se avessi avuto il suo stesso mare interiore, sarei stato esausto: era chiaro che fosse una condizione difficile da sopportare, ma lui sembrava stralunato, come sospeso; certamente .
Spesi un attimo a riflettere su questa apparenza singolare eppure quasi anonima, prima di rispondere con un secco “No” che pure provai ad addolcire con un tono il meno scortese possibile. Poco importava che la risposta fosse in realtà un sì: non ricordavo nemmeno quale fosse il quesito posto, rispondevo in maniera automatica. Pochi istanti dopo reciprocai la curiosità. Non lo guardavo, i miei occhi erano diretti al cielo buio e senza stelle che sconfinava, senza un limite chiaro, nel mare pacatamente agitato, però sentivo il suo sguardo sul mio volto e sentivo il suo mare interiore agitarsi scomposto.
Inspirò ed espirò, come se lo facesse a comando: ovviamente il respiro, ed ogni altro processo corporeo di qualsiasi forma di vita, è, prescindendo da qualsiasi spiritualismo, qualcosa di meccanico; ma il suo lo era in maniera esasperata ed artificiosa. Non che lui stesse in qualche modo recitando, anzi, era l’antifrasi vivente dell’istrionismo: sembrava che fosse, piuttosto, un input esterno a costringerlo a certi, dati gesti, come se qualche misterioso omino avesse premuto il suo diaframma per farlo contrarre e l’avesse lasciato affinché si rilassasse.
Avevo notato lo stesso quando era arrivato sulla spiaggia, a sedersi nella panchina accanto alla mia. Camminava come un burattino, scatti e strappi, ed il suo corpo esile sembrava fatto di pezza tenuta insieme da qualche filo di lana. Dopo aver esalato quel respiro comandato rispose, concisamente, nello stesso modo in cui gli avevo risposto io, e lo fece in maniera rapidissima, come se prima di dirlo il fiato l’avesse trattenuto, come se avesse paura di sprecare qualche parola. Mi guardò, di nuovo, e appena incrociai il suo sguardo lui si girò rapidamente, in maniera ancora una volta meccanica eppure imperfetta, e per un po’ regnò il silenzio, intervallato dalle onde che si rovesciavano, di una violenza educata, sulla riva inerme e compiaciuta.
La curiosità del ragazzo, forse alimentata dalle onde del suo mare interno, ebbe di nuovo il sopravvento sulla sua timidezza: “E ti piace nuotare?” Non diedi subito peso all’assurdità di quella richiesta. Come faceva a sapere che gli avevo dato una risposta falsa poco prima? Dava una strana inflessione ad ogni parola che indicasse il proprio interlocutore, che in quel momento ero io, eppure l’interesse non era diretto a me quanto piuttosto all’altro, all’alieno dal suo punto di vista, un interesse morboso ed inarrestabile come una marea potente ed arrabbiata. Pareva non fosse umano, tanto era desideroso di sapere di più (pur essendo ben composto) su una razza a lui estranea: era alieno, eppure i suoi occhi sembravano proiettare umanità attraverso quel mare.
“Mi piace stare in acqua, mi piace la sensazione di galleggiare; eppure no, nuotare non mi fa impazzire, se stiamo parlando di far le bracciate e quant’altro. Però se parliamo di nuotare in senso lato, allora sì, che mi piace.” Il suo busto si era sporto leggermente verso il mare, e pareva che una tentazione abissale lo spingesse inesorabile verso quella direzione.
Lui resistette qualche secondo, poi tornò a far piovere domande su di me, ora riuscendo a sostenere, seppur moderatamente, il mio sguardo sul suo. “E perché ti piace galleggiare?” E aggiunse, stavolta più timidamente: “Io non ho mai imparato a nuotare, ma il mare mi attira. Anche se ho paura.” Lo disse, anche questa volta, con un solo fiato, doveva dirlo anche se non desiderava farlo. “Non so” risposi “concordo sul fatto che il mare ha qualcosa di attraente, eppure non saprei definirlo. Semplicemente, ti fa sentire libero, e penso sia per quello che è anche terrorizzante.” Dapprima poco convinto, un’illuminazione misteriosa sembrò colpirlo. Aggrottò le sottili sopracciglia e per la prima volta mi guardò dritto negli occhi, fu come se mi stesse puntando un coltello appuntito al collo: “La libertà. Per te, la libertà è terrorizzante?”
A quel punto sorrisi, per la prima volta, il che lo intimidii, ma me lo aspettavo, e provai a condividere con lui il mio pensiero: Sì, beh, lo è, e questo terrore va di pari passo con l’attrazione, sai? È come il sublime che ha descritto Edmund Burke, l’hai mai sentito?” Lui scosse la testa ed io continuai: “Sublime è ciò che coniuga terrificante e bellissimo, e li fa convivere in uno stesso oggetto. Le cose della natura che ci trasmettono un’idea di grandezza e potenza sono sublimi, come il mare, per l’appunto, che non ha limiti. Non ne vedi la fine, per questo ti spaventa, eppure quella stessa infinità ti attrae, perché per natura umana lo vorresti esplorare da cima a fondo. Ciò che sto cercando di dire è che la nostra natura umana è sospesa a metà strada tra paura dell’illimitato, per consapevolezza di non poterlo comprendere, e desiderio di una conoscenza senza fine.”
Lui non esitò nemmeno un secondo, per la prima volta: “E la libertà?” Lo diceva con un impellenza che ancora non avevo visto in lui, il mare sembrava ormai colpito da un tifone, e provai a placarlo: “Beh, se la libertà è l’assenza di un limite, vale per essa tutto ciò che si è detto prima.”
Lui respirò rumorosamente, sempre mantenendo la manualità di quel gesto, e poi mi fulminò d’una saetta verde: “Eppure non c’è nulla che desidero più della libertà.” Si voltò di nuovo verso il mare: “Sarà che non l’ho mai avuta.”
La riflessione in cui si chiuse aveva qualcosa di sacro: non osavo interromperla, per alcun motivo l’avrei mai fatto, e dunque rimanemmo a guardare il cielo senza lumi stagliarsi sul mare pieno di speranze e di vita invisibile.
E lì, mi svegliai di scatto. Il mio petto pulsava, ero vivo. E riflettevo come una macchina. Mi misi gli occhiali. L’opera omnia di Franz Kafka troneggiava sul mio comodino. Era un sogno. Eppure quel lampo verde mi ha segnato a un punto che non saprei descrivere a parole in alcun modo.
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Bello, e ben scritto. Ti seguirò con piacere.
Grazie di cuore!
Molto ben scritto, complimento. E poi il lampo verde… sublime!
Grazie mille 🙂
“Sublime è ciò che coniuga terrificante e bellissimo, e li fa convivere in uno stesso oggetto.”
La libertà e senz’altro questo. Agognata, sognata, ma una volta ottenuta deve essere vissuta con coraggio.
Agognata, sognata, ma anche spaventosa, penso.
Molto interessante questa conversazione con Kafka e le riflessioni sul mare e il concetto di libertà. Ho letto molto volentieri
Grazie mille!