I Giorni dell’Ignoranza e i Giorni del Varco 

Dopo la terza guerra dichiararono l’Ampliamento in quell’Eone un’opera conclusa. Dei mondi assimilati dalla loro Grande Madre non rimasero che forme spettrali orbitanti in un vago e freddo sprofondo cosmico. Il nostro fu l’ultimo- il Pianeta X, la Decima Terra- ad essere ingoiato nella fossa gravitazionale della SID, la Dominazione emergente fra le cosche più affamate dei grandi predatori, galassie animate da un’inarrestabile voglia di estendersi oltre la conoscenza di loro stesse. Non rimase nulla di noi. Foreste e animali, civiltà e millenni, furono, nel giro di pochi anni, inghiottiti dai metallici fiotti della disperazione. Scomparimmo, letteralmente, persino dalla nostra stessa memoria. Dimenticammo di esistere. Tutte le cose nel Decimo Mondo, così com’erano s’annichilirono, finanche la stessa coscienza d’esistere. Il mondo si trasformò in un’orbita perduta, alla deriva di un cosmo ignorato. Il posto che un tempo occupava la vita sul Decimo Mondo, venne preso da quelle ombre divoratrici, le bambole carnivore inviate dalla SID per distruggere tutto ciò che fosse animato. Tutto divenne SID, l’esistenza prese a scorrere in un verso alieno, la realtà si distorse nelle menti di chi c’era prima di loro, consentendo agli invasori di vivere al nostro posto. Ma i gli Immortali delle Montagne Azzurre rimasero indifferenti innanzi allo sfacelo. I nostri ultimi sapienti, anime che la SID non riuscii ad assimilare, rimasero dove da sempre vissero, fra i villaggi nebbiosi nelle vette più alte del nostro mondo. Loro, i mai nati e mai morti, non si sconvolsero innanzi allo scempio dell’Ampliamento. Non vacillarono nella tristezza né s’inoltrarono nel livore. Guardarono con indifferenza l’indegno spettacolo della Grande Potenza mentre fagocitava la realtà com’era sempre stata vissuta. Nulla li scosse dalle loro sedute di profonda concentrazione. Piano, piano, nei nostri sogni, quella lastra piatta e uniforme di tristezza che era divenuta la nostra realtà, apparve incresparsi, dapprima in modo quasi impercettibile. Con il passare del tempo le onde si fecero visibili ai sopravvissuti, ma ancora la loro frequenza era lenta. Dopo secoli i sogni di alcuni apparvero scossi da mareggiate furiose. E in quello spumare oceanico, udimmo la voce degli Immortali: «Nella quiete della tempesta, il punto donde li aspetterete, ché tutte le creature passano per il varco.» Non capimmo, in quegli strani momenti, l’enigmatico messaggio.

I ladri delle nostre esistenze, erano anime infuocate, generate in un utero di rabbia, allevate in abbondanza dai Grandi Predatori. Quei manigoldi erano moltitudini, ma si trattava di orde non adatte a dividere i propri traguardi. Non erano capaci di convivere con vibrazioni diverse da quelle del clan di appartenenza, perciò le loro incarnazioni trascorrevano la maggior parte dell’esistenza nel tormentare chi aveva un’aura diversa dalla propria; sia pure esse provenissero da un’unica nidiata della SID, partorita per l’opera dell’Ampliamento. In qualunque dei mondi l’avessero impiantato, il loro tempo scemava guerreggiando e nel complottare distruzioni e avvelenamenti, ordire di continuo nuovi confini di stati, muovere intricate quanto inani diplomazie. L’ira è un fuoco che avvampa in un gran bagliore, ma divora presto il suo legno. Le loro anime col tempo si declinarono in una lenta consunzione, con immani sforzi cercarono di battagliare per l’ultima brace su cui ardere. E gli Immortali dall’alto delle Montagne Azzurre le guardarono consumarsi, tizzone dopo tizzone. Eserciti che si divoravano, strappandosi la vita l’un l’altro, rabbiosi spiriti indeboliti dalla sempre più vacua energia del loro fuoco, si scorticavano reciprocamente brandelli d’esistenza. La rabbia, l’ira, il livore: il varco da cui quelle anime sarebbero dovute passare. E ci avrebbero trovato lì, ad aspettarle. Ora accolsero un significato le parole degli Immortali nei nostri sogni. Erano miriadi le vampe figlie della SID, ma di ciò non tememmo. Una dopo l’altra sarebbero dovute passare attraverso le colonne dei fuochi accesi dalla loro stessa venuta all’esistenza; nulla avrebbe potuto salvarle dalla loro fame cannibale. Un topo di fuoco che avrebbe rosicchiato il loro cuore, scavando nelle loro carni, indebolendo le loro massicce architetture ossee. Nella loro lingua oscura varco proveniva dall’etimologia di ignoranza, nessuno di noi poteva saperlo, eccetto gli Immortali delle Montagne Azzurre. Oltre il Ponte delle Nuvole, si erano seduti in profonda concentrazione sui loro sedili di neve, sin dal principio di ogni tempo. Loro conoscevano le lingue delle Galassie, poiché essi stessi furono, in bizzarri eoni, Galassie. L’ignoranza dei Grandi Predatori, fu il nostro varco per iniziare di nuovo a vivere. Il varco era l’ignoranza della SID. Così ci dissero: «Una volta che si saranno ammassate nelle esistenze rapite, quelle anime si divoreranno l’un l’altra, sotto i vostri occhi. Allora vedrete il loro numero spegnersi velocemente e voi scenderete su di loro, spegnendo gli ultimi tizzoni rantolanti.»

Non fu lunga l’agonia dei nostri oppressori. Uno stridore metallico si propagò nelle trentadue notti che sopraggiunsero dalla nostra discesa sulle loro follie. Era il coro delle truppe, un cacofonico gemito lanciato negli istanti terminali contro i loro generali, nel quale parole di rancore, bestemmie e orgoglio si urtavano, raschiandosi a vicenda. Secoli di guerra e il mantello di terrore sotto il quale per tutto quel tempo ci avevano imprigionati, si dissolsero nel volgere di una lunazione. Le loro stesse armi divennero i germi della loro fine, fiorirono nei cuori di quegli invasori i prati sui quali schierammo noi sopravvissuti la nostra vittoria in fronte alla loro divinità. Udimmo tutti quell’urlo sovrannaturale, nato in una gola infernale, incendiare gli spazi cosmici. Un rantolo d’ira che percorse le galassie assimilate nel ventre della SID, illuminando tutto ciò che era conoscibile ai suoi preti con bagliori violenti; un lampeggiare tremendo e innaturale d’azzurro e violetto che arse gli occhi dei sacerdoti di quella Dominazione. Rimasero ciechi testimoni della nostra insurrezione, impauriti sin nel midollo delle loro anime; congelati nel terrore, come in un contrappasso degno dei tribunali empirei, per il resto dei loro secoli. Li radunammo tutti dentro una volta costruita all’interno della stessa collina che ci vide tornare dai secoli dell’incubo in cui eravamo caduti, nel giorno della nostra liberazione. La chiamammo La Casa delle Statue e lì gli Immortali incisero sulla roccia, all’ingresso:

«Assiso nell’oscurità di questa caverna,

l’unica luce proviene dalla vista interiore.

Essa è il più grande dei Misteri,

qualora il desiderio di padroneggiare

da una parte o dall’altra non avvampi

Respinge ai margini della vita,

se nel silenzio della meditazione,

il pensiero carezza la voglia

di possedere il bene e il male.

Infiamma il cuore e dal conflitto dei due;

da esso la cenere, da essa la libertà

dal questo e dal quello.

La Porta dalla quale entrano ed escono

tutte le più profonde Meraviglie

e gli Arcani più nascosti.» 

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