
I guerrieri dai cappucci neri
In mezzo alla folla che frequentava il mercato del Regno c’era qualcosa che non andava.
Malachia strizzò gli occhi nel tentativo di vedere meglio, ma non vide nulla che potesse giustificare la sua paura.
Forse, alla fine, non sarebbe successo nulla.
Dall’alto della torre si sistemò il mantello e poi strinse l’alabarda. Pensò che si fosse sbagliato, così ritornò a guardare la folla del mercato.
Fra oche starnazzanti e i mercanti che declamavano le qualità delle loro merci, tutto era normale.
In quel momento, però, in mezzo alla calca qualcuno strillò.
Le urla si diffusero di uomo in uomo, di donna in donna, di bambino in bambino, e Malachia rimase inorridito al vedere degli schizzi di sangue.
«Allarme, allarme!». Si gettò sulla campana. «C’è un attentato in corso!…». Prese a suonarla.
Gli altri soldati, attorno, si girarono a guardarlo, poi scrutarono la scena e assistettero a quel massacro. Degli uomini dai cappucci neri stavano massacrando gli innocenti con curiose lame elaborate che non esistevano né in cielo né in terra, ma erano davanti a loro e quello non era il momento di disquisire sull’esistenza di armi strane o meno.
La gente prese a fuggire, molti caddero in terra e finirono per essere calpestati. Le urla si diffusero incontrollate e il fuoco della paura incendiò la piazza.
Quando la gente aveva lasciato la piazza, a terra erano rimasti i cadaveri e Malachia urlò: «Ma dove sono finiti?».
«Non lo so». Il sergente l’aveva raggiunto. «Andiamo a vedere».
Scesero da basso e si aggirarono per la piazza, dove i cadaveri dilaniati dalle armi si alternavano a quelli schiacciati dalle persone.
«Perché tutto questo massacro?». Malachia si scrollò nelle spalle.
Il sergente lo fissò divertito. «Se ti impressioni per così poco, allora chissà davanti a una…». Ma si interruppe perché un’ombra era balzata fuori da una taverna e l’aveva aggredito.
Malachia e gli armigeri intervennero, ma il sergente finì per essere decapitato da una bizzarra lama e non appena la testa cadde in terra, loro trafissero quell’uomo.
Aveva un cappuccio nero, il quale gli si sfilò dimostrando un volto mostruoso, ustionato. Doveva essere un reietto.
Fissarono l’ennesimo cadavere di quella tragica giornata e Malachia capì. «Sono i guerrieri dai cappucci neri, quei terroristi che colpiscono il nostro Regno!».
«E che cosa facciamo, ora?» gli chiesero gli altri.
Fece un sorriso scaltro, vissuto, disincantato: sapeva che i terroristi avevano armi bizzarre, forgiate da fabbri esotici. «Vendichiamo il sergente».
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Mi trovo d’accordo con Alessandro, è una storia che meriterebbe un seguito. Affascinanti questi Cappucci Neri, si fa viva la curiosità del perchè siano ustionati e considerati reietti
Grazie ma no, comunque non c’è un seguito
Be racconto, anche se dovrebbe avere un prosieguo
Grazie Alessandro, ma è autoconclusivo.
Bene Kenji, azione pura senza fronzoli e sofismi, attacco a sorpresa, sentimenti contrastanti: è vivere o morire.
Tagliente e veloce come certe lame.
Grazie Roberto!
Si è appena descritto un massacro e una percezione dettata dall’intuito del protagonista alla quale anche se avesse dato ascolto, avrebbe potuto fare poco. Comunque mi è sembrato di guardare la scena di un film, posso dire che trasportata al presente somiglia agli attacchi terroristici per mezzo di mine nei mercati. Soltanto che qui usano lame forgiate da maestri esotici.
Hai colto quel che volevo comunicare. Grazie! 🙂