I murales 

Serie: IL GIUDICE (L'inganno dell'evidenza)


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il commissario Foschi osserva gli articoli di cronaca nera dei primi anni Duemila. Guardando la foto di un suicida, ne resta suggestionato.

«Posso andare, commissario?»

​«Non ancora. Siediti un momento.»

​Mattia fece cenno con l’indice sul naso di tacere. Poi lesse quel che c’era scritto nel fascicolo. Restò un attimo in silenzio mentre si passava le mani sui capelli a testa bassa. Afferrò la cartella, si alzò e disse a Chiara di andare, invitandola, però, con un gesto a seguirlo. Uscirono in strada e si appartarono.

​«Non fare più l’errore di parlare in ufficio di questa faccenda.»

​«Scusi, commissario.»

​«Fa niente… Qui c’è scritto che la comunità si trova nella Maremma. Beh, non è poi dall’altro lato del mondo, anzi… che si trovi in un’altra regione è pure meglio.»

​Fissò Chiara.

​«Ho bisogno di informazioni, di qualcuno che entri in confidenza con la Biondi e la faccia parlare, e tu sei la persona più indicata: sembri la classica mammina che pensa solo ai figli. Lo sai, questa è una mia iniziativa, non un’indagine ufficiale. Certo, potrei andarci io, però sono troppo conosciuto, tu invece no; e poi tra donne, come tra uomini, ci si lascia andare a confidenze, soprattutto se si hanno delle cose in comune: in questo post che hai stampato, lei ha una bambina in braccio e le somiglia. Potresti prenderti qualche settimana di ferie. Per tutte le spese che avrai ci penserò io. Non sei obbligata, ma… faresti un grande favore a me e a Giada.»

​«Va bene, accetto.»

​«Te ne sono grato, Chiara. Avrai la tua ricompensa.»

​«Non voglio nulla. Lo faccio per Giada.»

​Mattia sorrise di sbiego.

​«Ovvio… solo per Giada. Pensavo che potresti svolgere qualche ora di volontariato in quella struttura, così da poter entrare in contatto con quella donna.»

​Mattia strappò un pezzetto di carta dai fogli del fascicolo e vi scrisse qualcosa.

​«Per le comunicazioni telefonami su questo numero. Non chiamarmi mai Commissario, anzi, non fare nomi di nessuno; se proprio devi precisare di chi stai parlando, usa un titolo: dottoressa, amico, eccetera.»

​«Non si preoccupi, so come fare.»

​«Bene. Tra dieci minuti finisce il tuo turno: vai via adesso, così puoi andare al Sant’Orsola e cercare di incrociare Giada.»

​Lei non se lo fece ripetere e dopo poco era già davanti all’ospedale. Vide uscire l’amica assorta nei suoi pensieri. Le andò incontro senza fermarsi e la urtò. Giada alzò lo sguardo ed ebbe appena il tempo di riconoscerla e sentire quello che le diceva, mentre si allontanava:

​«Seguimi a Quarto. Ti devo parlare!»

​Giada annuì.

​Si fermarono davanti alla chiesa di Sant’Andrea. Scesero dall’auto e corsero l’una verso l’altra per abbracciarsi.

​«Mi sei mancata, Chiara.»

​«Anche tu, scema. Ma che fai, piangi?»

​«Perché, un medico non può?»

​«Hai ragione, sfogati. Anche se dovrei essere offesa: combini un casino e non mi dici niente. Non potevi consigliarti con me? Neanche dopo mi hai detto nulla. Soccia, avevi paura che ti ammanettassi? Ah, ridi adesso, eh?»

​«Scusa, ma non volevo coinvolgerti, e poi tu…»

​«Io di certo ti avrei fermata, e a quest’ora sotto la luna con te, al posto mio, c’era Mattia.»

​«Come sta?»

​«Sta bene, non preoccuparti. Ci seppellirà tutti. Questo pacchetto me l’ha dato lui: ci sono due cellulari, uno per te e uno per me. È per farci comunicare. Sa che siamo amiche… soprattutto non vuole che tu ti senta troppo sola. Poi ti spiego come usarli.»

​«Vedi che è una brava persona?»

​«Giada, abbiamo già parlato di questo. Lui non è cattivo: è strano. E credimi è meglio frequentare un delinquente che un mezzo pazzo. Dal primo sai cosa puoi aspettarti, dal secondo no: può ricambiare il bene con il male e viceversa. Io a modo mio gli voglio anche bene, ma non si lascia capire e tantomeno aiutare. Non vorrei dirtelo, ma oggi l’ho sentito dire che, chiusa l’inchiesta, andrà a vivere all’estero. Lo sapevi?»

​«No, non lo vedo dal giorno che ho testimoniato.»

​«Sicura?»

​«Perché dovrei mentirti? Ma veramente vuole trasferirsi all’estero?»

​«Così diceva.»

​«Forse hai ragione. Poteva darmi anche un suo numero di telefono e invece no… mi vuole tenere lontana. Però di una cosa sono sicura: mi ama.»

​«E quindi vuoi aspettare che scoprano una medicina miracolosa che gli guarisca quel cocomero marcio che ha sul collo?»

​Giada non rispose.

​«Vabbè, lasciamo perdere. Come ti senti?»

​«Malissimo. Sto bene solo quando lavoro, perlomeno posso parlare, anche se solo di interventi. A casa, al telefono, in auto mi sento prigioniera nel mio corpo. Devo stare attenta anche a come respiro. Persino il silenzio può essere interpretato male.»

​«Forza, adesso non sei più sola. Ci sono io.»

​«Grazie, Chiara.»

​«Non mi devi ringraziare, Foschi mi ha obbligata ringhiando… perché ridi? Mica posso rischiare una sospensione. Ho un figlio da crescere. A proposito, ora devo andare, il mio pupetto mi aspetta. Tra l’altro, dopodomani parto per la Toscana: ho preso le ferie per assistere una mia vecchia zia. Non sta bene ed è sola.»

​Vedere Giada afflitta le aveva fatto venire un groppo in gola, ma l’aveva resa ancora più determinata a tirarla fuori da ogni sospetto. Due giorni dopo si era già stabilita in un B&B in Maremma. Non fu difficile per lei fare volontariato: il suo diploma di liceo artistico l’aiutò a inserirsi in quella comunità e fu assegnata all’Équipe Educativa.

Passarono diversi giorni prima che si presentasse l’occasione giusta per incontrare quella donna senza forzature. Poi, finalmente, decisero di decorare la facciata della struttura con dei murales, e fu proprio Linda a farsi avanti.

​«Ciao, mi chiamo Linda, sono un’operatrice peer. Tu sei Chiara e hai un diploma d’arte, vero?»

​«Sì, tutto esatto.»

​Operatrice peer… quasi certamente è un’ex tossicodipendente. E se Luca lo fosse stato anche lui? Forse si sono conosciuti proprio per questo motivo.

​«Sai già del progetto dei murales?»

​«Sì, ne ho sentito parlare.»

​«Non si tratta solo di dare un aspetto nuovo all’ingresso: vogliono coinvolgere i ragazzi in qualcosa di allegro, distensivo. Tu hai qualche idea?»

​Eh, una vagonata… però…

​«Si potrebbe dipingere un treno che, a fari spenti, percorre una lunga galleria, poi esce alla luce del sole, e arriva in una stazione simile a questo centro… La galleria simboleggia—»

​«Sì, ho capito: il loro periodo buio. Fritto e rifritto! Poi odio i treni.»

​Abboccata. Al momento opportuno ti chiederò il motivo di questo odio.

​«Vero, meglio dei naufraghi su una zattera sbattuta dal mare in una notte tempestosa, con un faro che indica la rotta.»


Continua...

Serie: IL GIUDICE (L'inganno dell'evidenza)


Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni