I robot

La lucertola strisciava sulla sabbia, ma poi finì spiaccicata dal tallone metallico.

Rocat barrì tutta la sua rabbia. Era lì, in quel deserto, a scontare una pena ingiusta. Le sue membra erano costrette ad arrugginirsi più per il tempo che passava che per l’umidità e non c’era fine alla luce solare se non durante la notte. Ma la notte era critica, la temperatura si abbassava in maniera brusca e calava un freddo che creava lingue di ghiaccio sulle sue membra.

Era in disfacimento.

Ma Rocat aveva un’idea che non lo abbandonava. C’era fine a quel deserto, e allora avrebbe raggiunto i suoi limiti e sarebbe potuto uscire fuori da quella brace ardente, anche a costo di incontrare Robsa.

Quanti erano i giorni in cui marciava senza sosta? Il suo processore doveva essere stato rovinato da qualche granello di sabbia perché non connetteva bene, non riusciva a contare e aveva perso il numero esatto del tempo lì trascorso. Per lui potevano essere tre giorni come anche tre mesi o tre anni… Rocat non amava tutto ciò, sentiva la mancanza dell’ombra della navicella con cui era arrivato sul pianeta Terra, ma ormai l’aveva persa per sempre, non sarebbe mai riuscito a ritrovarla perché i passi del giorno prima erano andati persi e da qualche giorno gli era venuto un dubbio. E se stesse girando in tondo?

In effetti camminava senza criterio, era capace di creare un rettilineo di marcia in una giornata, ma dopo la ricarica notturna delle batterie poteva darsi che riprendesse la marcia in senso inverso.

Non c’era alcun punto di riferimento, non era capace di usare il sole o le stelle anche se aveva sentito dire che gli esseri umani li usavano per orientarsi. Ma gli esseri umani… esseri inferiori!

Rocat non si sarebbe abbassato a essere come loro, ma forse doveva arrivare a un compromesso. Aveva distrutto città come Tripoli, Bengasi, Alessandria… aveva sterminato migliaia di vite umane, ma poi un missile l’aveva abbattuto ed era precipitato in quei luoghi di sventura. Lo chiamavano robot cattivo, aveva saputo, ma lui era solo un bravo robot, avevano colto le lettere del suo nome per farlo diventare robot cattivo.

Rocat prometteva vendetta. Un giorno sarebbe uscito dal deserto e si sarebbe sottoposto a un lavoro di officina, poi avrebbe portato a termine i suoi propositi. Sognava con il processore di uccidere milioni di esseri umani, di schiacciarli come aveva fatto con quella lucertola.

Proseguì nella sua marcia e prima dell’imbrunire sentì con i suoi filtri un odore diverso. C’era un che di salino. Allora proseguì con più lena e quando il sole tramontò vide un nuovo deserto. Quest’ultimo era blu e non aveva dune se non movimenti strani e più veloci che sprizzavano di bianco e riflettevano il sole che calava, che ci spariva dentro.

È quello che gli esseri umani chiamano mare, si ricordò, o forse oceano, era in dubbio, ma restava il fatto che era arrivato alla fine del deserto. Ma anche se aveva faticato tanto, si rese conto che non tutto era finito. Se si fosse immerso in acqua, avrebbe messo fine ai suoi circuiti. Decise di accoglierla come una tappa superata, un traguardo, adesso si sarebbe dovuto muovere lungo quella spiaggia.

Dopo un ultimo istante di esitazione, si diresse a sinistra e continuò a camminare, ma poi si bloccò perché la sabbia rabbrividiva.

Ebbe paura di una lucertola ben più grossa che volesse vendicare la morte di quella che aveva calpestato, ma dalla sabbia sbucò un robot color sabbia con turbini, trapani e occhi accesi da una luce mortifera. «Fermo!».

«Sta’ zitto, Robsa». Rocat lo conosceva. «Sei un maledetto venduto agli umani!… Adesso che vuoi da me?».

«Ritorna nel deserto. È la tua prigione. È quel che meriti».

«Mai, Robsa».

«Osi contraddirmi?».

«Esatto». Rocat spinse sui talloni e lo speronò. Lo atterrò e si avvolsero l’un l’altro in un abbraccio, in una morsa.

Robsa si divincolò, accese il suo braccio destro e lo picchiò con forza sulla schiena di Rocat.

Rocat avrebbe potuto resistere, ma non dopo tutto quel tempo trascorso nel deserto.

Sentì tanta sofferenza, impulsi elettrici lo fecero quasi impazzire, e dopo un gemito di pena per se stesso strisciò via. «Me ne vado, me ne vado. Ma non temere, che tornerò, Robsa…».

Il guardiano mise le braccia conserte in un gesto di umanità. Aveva dei sentimenti! «Vattene e sparisci nella sabbia, Rocat. Gli umani non meritano la morte che gli arrechi ingiustamente».

Maledì il robot delle sabbie e obbedì, ma schiumava rabbia – alla lettera! – e dopo alcuni minuti si distese sulla sabbia. Aspettò il termine degli impulsi elettrici e sognò il pianeta da cui veniva come Robsa. Nessuno di loro due l’avrebbe mai più rivisto, che brutto.

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Discussioni

    1. Urca, se non sono stato chiaro è colpa mia… be’, Rocat è cattivo, lo dice il nome (RObot CATtivo) e uccide perché è cattivo. Robsa non lo uccide perché Rocat muore a causa delle ferite che ha ricevuto in combattimento.
      🙁 Scusami se il racconto non è poi un granché…