I silenzi che commettiamo 

Per una densa quantità di tempo avevo invidiato quelle persone che un omicidio lo curavano come una pianta nuova da far crescere, a staccare le foglie marce, a nutrire con la stessa quantità di acqua quel seme d’odio dentro di loro, io invece avevo deciso di ammazzare come quando si compra un bouquet dozzinale al supermercato o al primo autogrill aperto, per noia e disperazione, o più semplicemente perché non si vede altra soluzione.

«Tu non hai pazienza.»

Quante volte me lo diceva, e allora mi prendeva addosso un prurito forte, come se non potessi sopportare di sopravvivere nell’inferno della mia pelle.

E infatti quando mi parlava così io non mi sopportavo più.

Lo lasciavo lì, in mezzo alla gente, da solo, seduto al tavolo di un bar o nel centro di un viale in passeggiata, con gli altri- le persone che paiono sempre così felici fuori dai nostri problemi- a scorrerci accanto mentre io fuoriuscivo il tempo insieme lontano da lui.

Il passo veloce, il tacco a penetrare in modo violento il cemento della strada, scappare momentaneamente da lui o da qualsiasi cosa non avessi più voglia né sopportassi, anche se da me non potevo fuggire mai.

Però andavo svelta, lineare, mentre il nervoso inglobava zucchero e aria come quando monti un dolce e cresce, si addensa, si prepara a cuocersi, mentre io ero sempre a chiedermi come facessi a rovesciare ogni cosa che toccassi, ero brava nei disastri e lui era bravo a ricordarmi quanto davvero lo fossi io.

Sopra di noi i gabbiani avevano fatte delle V irregolari e immature, come i bambini che imparano a scrivere tremando di mani e gioia, avevo deciso di ammazzarlo quella sera, mentre l’odore della salsedine aveva appoggiato un guscio umido sulle banchine di acciaio lucido e il mondo al buio tenero della sera primaverile si era fatto più piccolo e insicuro.

Io avevo continuato il mio passo scaltro lontano da lui, ignorando le chiamate e i messaggi, procedendo nel mio diritto al silenzio, anche se oggi gli esperti dicono che la mia sia una violenza punitiva, io arrogo il diritto di premere ogni tanto off sulla voce degli altri.

Non sono piccoli omicidi i silenzi che commettiamo?

Intanto mi stavo spettinando nel vento semifreddo di aprile, sopra un pontile grigio di cemento e nero di mare, vedevo la gente che continuava a passare come se non ci fossero altre voci a cui tornare, gli altri, a differenza mia, parevano sentirsi a casa nei loro gesti e nella loro compagnia.

Lo ritrovai con lo sguardo dopo la decima chiamata rifiutata.

Aveva imboccato la strada laterale lungo la spiaggia e il suo corpo minuto e staccato si era fatto solo un granello visivo insignificante in mezzo a quell’ammasso scuro che adesso era la mia visuale sul mare.

Lo avevo osservato finché potevo.

Poi anche i miei occhi avevano deciso di dimenticarlo.

Cominciai a sognare che rotolasse giù da qualche parte, inciampasse in una buca, annegasse in qualche parte di acqua né bassa né profonda, che morisse in modo così insignificante da non avere nemmeno un titolo di giornale sensazionale per la sua morte.

In mezzo a tanta violenza, oggi si può ancora morire banalmente?

Alla undicesima chiamata risposi.

«Che cosa c’è?»

La mia voce da arrabbiata mi faceva paura, era fredda, cattiva, tagliente come quei fogli di carta che paiono innocui, ma il bruciore lo senti per giorni.

«Dove sei? Ti prego torniamo a casa, lo sai che sto male. E anche tu a comportarti così.»

Solo in quel momento, con il fiatone che aveva in gola e una progressiva mancanza di respiro, me ne ero ricordata.

Il suo cuore, i suoi infarti, la sua malattia.

«A casa ci torno da sola. Lasciami stare.»

Gli avevo chiuso il telefono in modo categorico sulla sua voce debole ed era come se avessi deciso di sfidare la mia vita con la sua esistenza, non mi importava che soffrisse, che rischiasse di morire, volevo solo che capisse quanti stessi male io.

L’egocentrismo del nostro dolore ci porta distanti dall’amore degli altri.

Mi ero accovacciata d’improvviso su una panchina, con le ginocchia strette a inseguire il mio mento, cercavo di stare immobile perché se non le smuovi prima o poi le lacrime si asciugano e vanno via.

Aspettai due minuti, tre, cinque, forse quindici.

Poi lo richiamai.

Due squilli, tre, cinque, forse quindici.

Ma nessuna risposta.

E in quel momento il silenzio mi si ruppe dentro di nuovo, con una ricerca disperata di quella voce fino a poco prima ignorata.

Lo chiamai ancora, fino a non mettere mai giù il cellulare dal lato soffice della mia guancia umida con quella fastidiosa sensazione che nemmeno il mio leggero mascara potesse reggere il peso di certe circostanze.

Avevo ripreso a camminare svelta, sempre più svelta, con il fiato a chiedere perdono ai miei polmoni mentre io cercavo nuovamente Dio e lo imploravo- non ora, non lui, che cazzo ho fatto- e tutto il silenzio di prima era solo un rumore assordante di paura di non farcela a farlo restare in vita.

Scesi in spiaggia sfinita, con il collo della camicia rigido di sudore e terrore.

Dove poteva essere lui ora?

La sabbia mi faceva più bassa nei passi e il buio era una visione ormai insostenibile.

Poi lo scorsi.

La testa fra le ginocchia vicino ad un tronco arenato sulla battigia, il vento a togliere quel poco di respiro rimasto e lui accasciato.

«Eccomi, sono qui. Sono qui con te, resisti.»

Gli avevo messo una mano sul braccio perché quando stava così male non sapevo mai come fare e il braccio mi sembrava un buon modo di tenerlo a me.

Lo avevo guardato negli occhi e in due minuti, tre, cinque, forse quindici era tornato a respirare normale.

«Andiamo a casa.»

Fu la prima cosa che mi disse mentre ci allontanavamo lentamente dalla spiaggia.

Io avrei dovuto chiedergli scusa ma il silenzio mi aveva scavato dentro come una tarma inquieta, lasciandomi buchi sbriciolati di compassione e angoscia.

Non sono piccoli omicidi i silenzi che commettiamo?

Me lo chiesi spesso con il suo braccio nel mio tornando a casa, se ero riuscita a salvarlo oppure no, se invece ero riuscita ad ammazzarlo davvero. 

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Discussioni

  1. Un raccobto che suscita non una ma tante riflessioni: sul silenzio punitivo, sul lato oscuro (l’ ombra), che fa parte di noi tutte e tutti, sulla complessità dei rapporti di coppia, su cosa sia l’ amore e se siamo davvero capaci di amare qualcuno o siamo presi soltanto da noi stessi, con le nostre fragilità, con i nostri bisogni e i nostri egoismi. Un racconto coinvolgente e amaro, con un finale aperto che lascia un messaggio importante.