II – Primo Feudo

Serie: Il Nodo Perfetto


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Carìlia e le sue vicende.

Thomas abitava ai piedi della collina, su per la strada che sale dal Porto. Al mattino il sole gli picchiava dall’orizzonte alla finestra, arancione di pulviscolo leggero. A inizio agosto sorgeva prestissimo e lui scostava le tende per farsi brillare gli occhi ai primi raggi; quel gusto di sveglia aveva il profumo del caffè appena uscito dalla moka, delle cose dolci, lo sciacquare leggero delle onde poco lontano, il silenzio gradevole e pacifico dell’alba.

Suo padre gli aveva dato il buongiorno.

Stava finendo il caffè, già con spada e pistola alla cinta, pronto per andare al Muro Lungo del porto; la sua postazione di competenza era Vedetta Cannoniere in zona Baia Nord.

“Non fare danni” gli aveva detto, prima di andarsene. Nelle sue preghiere lo raccomandava ogni giorno al Re: gli aveva insegnato tutto quel che la sua conoscenza gli concedeva in merito di fede. Thomas non gliene fu mai grato abbastanza.

A tal proposito, da qualche mese i suoi sogni s’erano trasformati in una sciarada fantastica via via sempre più ricca di dettagli.

Questo succedeva a ridosso di una sua eccezionale inclinazione personale all’indagine, tirata dai capelli da un’invincibile curiosità a disvelare i misteri indecifrabili del mare, che lo aveva portato una sera di festa al Timpano -la parte alta della città- per una serie di ambigue coincidenze, ad ascoltare i vecchi pirati raccontare storie di fantasmi e miracoli tra un sorso e l’altro.

Comincia sempre con un’insinuazione innocua, quasi che sia proibito farne parola.

Timidamente, si fa avanti la prima testimonianza -sempre pianissimo-, magari riguardo un avvistamento eccezionale di una bestia evidentemente mostruosa; si fanno poi coraggio quelli che sono passati affianco di una nave fantasma, facendo finta di non vedere l’equipaggio spettrale a bordo per non cadere nel sortilegio.

Poi quelli che raccontano dei miraggi della fantastica città all’orizzonte, che brilla d’oro nelle sue trasparenze irraggiungibili.

Quella sera, caso volle che Mastro Esilio fosse presente alle baldorie.

Mastro Esilio era un uomo imperscrutabile. Veniva da una lunga generazione di studiosi e artisti; aveva navigato ed era famoso per il fine eloquio, l’incredibile capacità di reggere l’alcol, ma pure per l’eccentrica caratteristica di farsi magnete per le cose terribili e fuori dell’ordinario.

Quella notte si era introdotto nella turba ventilando la possibilità di navigare fino alla fine del mare e del sole, dove brilla e balla il miraggio della città d’oro. Poi rovesciava la mente avida di tutti in spavento, perché <<…quella città è il riflesso di un mondo morto e sepolto nell’Abisso, che chiama a sé gli sciocchi colla promessa della ricchezza e della gloria…>> diceva, aprendo così il discorso della vita eterna.

Thomas tornava a casa tardi e passava il resto della notte a fantasticare pigliando appunti e rileggendo fino alla nausea le poche copie manoscritte di vecchi diari di bordo, finiti nelle sue mani per trastole varie e accumulati nel tempo fino al soffitto. In quel periodo sognava di fare vela su mari impossibili, a volte volando, a volte combattendo per la vita o la morte su travi galleggianti di navi esplose; in certi cadeva negli abissi, diventava mostruoso, sentiva delle campane suonare lontano fra le onde.

Questo concatenarsi d’interessi e fatti, lo aveva portato a frequentate Mastro Esilio e i suoi compari: una cricca di scostumati che per vizio menava le giornate a caccia di rum, soldi o astuzie per ottenere il rum, e cercare panorami tranquilli e distanti dove bere il rum.

Fra questi, c’erano i fratelli Jorge.

Ezio e Agrive, il minore e il maggiore, uno secco e l’altro di spalle larghe.

Nell’incendio del discutere al disaccordo, erano facili al turpiloquio -fanciullesco- fino alle botte; si scavalcavano le frasi, si ferivano vicendevolmente colla memoria di un qualche episodio increscioso dell’infanzia.

La sera prima, un altro membro storico del manipolo si era procurato due casse di birra e li aveva convinti a finirle a Castel Vegliardo, l’apice della città in rovina, abbandonata secoli prima per cause sconosciute: da lì, si vedevano lontano le luci di Primo Feudo, il porto e tutti i villaggi sparsi nelle isolette. Il mare e il cielo giganteggiavano a tutto tondo, cristallini da luna piena, cosparsi di barche e stelle fino al maraviglioso capovolgersi delle due realtà.

Per nomignolo generazionale d’armaioli, questo tizio lo chiamavano Polvere.

Era quello che aveva navigato più di tutti, e navigando aveva imparato a sopravvivere e corteggiare le donne, oltre che sviluppare doti musicali leggendarie.

A causa della sua impulsività, ne avevano viste di diverse e terribili.

Pure quella sera stava per alzare un polverone: alla sesta birra, fermò la chitarra da un do minore settima e cominciò:

<<Siete una manica d’ignoranti!>> alzando una mano di rispetto per Esilio. <<Ma voi: lo sapete chi comandava qua, prima della fuga?>> mentre si accendeva una sigaretta chiusa male e fatta peggio, nel silenzio delle teste scrollate e dei balbettii.

<<Questo posto è stato fondato da José Maria de Nicefori, che tu certamente bestia, non sai manco chi sia!>>, gesticolando sberle contro il buon Agrive.

Mastro Esilio, che ne spegneva una e subito ne accendeva un’altra, s’intrufolò:

<<Capitan de Nicefori è stato testimone, insieme alla sua ciurma, di tanti e grandi miracoli e pericoli alla ricerca del Re dei Pirati, un qualcosa come milleduecento anni fa. Qualche autore direbbe che si parla di mille, o anche novecento anni, ma i pareri sono discordanti perché le tracce che hanno trovato appartengono a anni diversi incisi sulle carte, e quindi il mistero resta>>.

Thomas stava ad ascoltare, stordito ed entusiasta; pigliava appunti con la mente. Intercettava lo sguardo del Mastro che annuiva e continuava a raccontare:

<<Secondo quanto riportato da un certo Guastaglia, un vecchio autore di quell’epoca, il de Nicefori avrebbe tenuto un diario di bordo di ogni avventura, senza farsene scappare una virgola, e che l’aveva nascosta nel posto dal quale era venuto.

Le leggende attribuiscono al suo luogo di nascita troppi luoghi diversi. Noi, però, sappiamo per certo che è vissuto qui, ha fondato Castel Vegliardo, ed è sparito insieme a tutti per qualche motivo mai registrato nelle cronache…>>

Continua...

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