Il bacio

Siamo giunti oltre. Oltre il confine fra terra e cielo, in vetta, oltre i duemila di quota. I nostri corpi provati dal tempo si stagliano di nuovo, come anni fa, contro l’azzurro intenso del cielo d’agosto. Sfere fluttuanti danzano, volteggiano, si avvicinano, rimbalzano, si allontanano di nuovo. Sono i nostri pensieri, i nostri ricordi. Bolle di sapone che provano a fondersi tra loro, ma non riescono. Allungo una mano, ne tocco una, è resistente, non si rompe, non si lascia attraversare. Quella che raggiunge lei, prima si posa sul palmo della sua mano, poi esplode in una miriade di gocce, in cui sono impresse le immagini, nitide, di una lontana estate, quando quindicenni eravamo in quello stesso luogo, uniti nello stesso abbraccio.

La curiosità, una curiosità pura e semplice, ha riportato entrambi in questo luogo ameno. Oggi ci siamo rincontrati, nello stesso albergo di montagna dove eravamo in villeggiatura con le famiglie. La vacanza era per i genitori, noi ragazzi per lo più ci annoiavamo. Ma, quasi senza accorgermene, avevo incontrato gli occhi azzurri e i capelli castani dai riflessi rossicci di Aurora. E lei aveva ricambiato lo sguardo.

«Dai, camminiamo?», mi aveva preso per mano. «Arriviamo fino al rifugio? Proviamo a salire in vetta al Pizzo Tre Vescovi?»

«Saranno almeno cinque ore di cammino!»

«Allora? Non ne hai il fisico, forse?»

L’avevo seguita, prima sulla sterrata, poi sul sentiero, senza riuscire a distogliere lo sguardo dai suoi occhi e senza riuscire ad abbandonare la sua mano.

Le goccioline sprigionate dalla sfera ci regalano adesso ricordi del passato, flash nitidi, scene di un film.

La strada ci aveva uniti, i lamponi ci avevano ristorato, i fiori ci avevano regalato il loro profumo. Aurora ne aveva raccolti di tanti colori diversi e li aveva intrecciati in una piccola corona, che io avevo deposto sul suo capo, tra i capelli.

«Ecco. Ora sei la regina. La sovrana di questi monti. La Regina dei Monti Sibillini. La misteriosa Sibilla, che tutti dicono si aggiri in questi luoghi.»

Lei era scoppiata in una risata, mi aveva ripreso per mano e trascinato di corsa fino al rifugio.

«Attento alla mia maledizione. Potresti rimanere stregato per sempre!»

La sua risata, la sua gioia di vivere, riecheggiava fin giù a fondo valle. Mi aveva stregato davvero, non so se per sempre. Eravamo giunti alla baita col fiatone. Il rifugio era chiuso. Davanti, su una balconata, un cannocchiale aveva catturato la mia attenzione. Avevo messo la monetina per ammirare il panorama. Aurora si era parata avanti all’obiettivo.

«Sono bella?»

«Sì, sì, come no!», le avevo risposto distratto, trattenendomi dall’aggiungere “Ma ora lasciami guardare il panorama, che ho messo la monetina.”

Il dolore di un calcio nello stinco e poi la sagoma dei lei che scappava via tra i prati. L’avevo rincorsa, l’avevo raggiunta, lei aveva finto di cadere nell’erba e io mi ero tuffato su di lei. I miei occhi si erano persi nei suoi, per alcuni interminabili istanti. Era giunto il momento di baciarla? Non avevo baciato mai nessuna ragazza! Avevo avvicinato le mie labbra alle sue, avevo assaggiato la fragranza del suo alito, avevo provato la scossa al contatto tra le lingue, avevo sentito la mia risucchiata in una cavità ignota.

Sento ancora il suo sapore, sento ancora l’umido della sua bocca, vedo ancora la corona di fiori in bilico sulla sua testa e io che la risistemo per non farla cadere.

Essere ragazzi è diverso dall’essere uomo e donna, ognuno con un proprio vissuto. Avere quindici anni è diverso dall’avvertirne sessanta sopra il groppone. Eppure le sensazioni sono le stesse. Siamo di nuovo con le labbra unite, io sovrasto lei con la mia altezza, ma solo perché Aurora ora è inginocchiata sulla morbida erba del prato d’altura. Tra capelli che hanno assunto toni di colore diversi, la corona di fiori è ancora lì, a indicare che sono ancora stregato dalla misteriosa Sibilla. Gli occhi di Aurora sono sempre di un azzurro così intenso da far concorrenza al cielo.

«Ma i tuoi sono così verdi da far concorrenza al prato», le sfugge la frase. Ha letto i miei pensieri? O sono queste sfere che continuano a fluttuare intorno a noi a regalarci emozioni difficili da interpretare, ma così vere e così tangibili?

«Perché non mi hai cercato?»

Non so che rispondere. Non me l’ero sentita di intraprendere un cammino di vita in quel momento. Lei invece l’avrebbe desiderato. Lo capisco solo ora. Allungo una mano e afferro la bolla che prima era sfuggita. La prendo tra le due mani, la schiaccio, resiste, ma alfine si rompe. E posso vedere i ricordi della sua vita. È qualcosa che non appartiene a me, forse è per quello che la sfera non si voleva aprire. Ma ora la visione è nitida, è la vita dolorosa di Aurora, segnata da piccole tragedie che l’hanno portata a essere la donna che è ora, qui, tra le mie braccia. La mia Sibilla. Anche la sua vita deve essere stata sibillina. Difficile interpretarla. Suo padre morto suicida è la prima scena che si presenta. Un corpo che si getta nel vuoto e si schiaccia sull’asfalto. Una macchia rossa su cui spicca una capigliatura grigia. Gli occhiali dalla montatura d’osso fracassati a breve distanza, la testa rigirata in maniera anomala, un paio di baffi sotto il naso deformato. Lei piange, è disperata, ma nel suo ventre sta prendendo forma una nuova vita, un nipote che il nonno non potrà mai vedere. La scena si dissolve, cambia, ora lei è in abito da sposa bianco, che lascia intravedere un evidente pancione. Il viso non è radioso come quello di tutte le spose. Il lutto è ancora troppo vicino, ma anche il bambino è prossimo a venire alla luce. Gli sposi raggiungono la loro nuova dimora, mano nella mano, poi, come dal nulla, appare tra loro una bella bambina dai riccioli d’oro e gli occhioni celesti. Intorno a loro inizia a prendere forma un tunnel scuro, un vortice che ruotando risucchia persone e ricordi in una dimensione ignota. In fondo, lontana, come fosse un piccolo puntino luminoso, l’uscita del tunnel, così difficile da raggiungere. Il cerchio bianco sembra ingrandirsi, per poi rimpicciolirsi di nuovo, allontanandosi. Alla fine vomiterà all’esterno una donna provata, una bambina cresciuta, ma triste, e un uomo senza vita. L’eroina non perdona e, se non uccide, ti lascia il segno: epatite, diabete e quant’altro ti accompagneranno per tutta la vita. Ma Aurora è una mamma e l’istinto di proteggere la sua bambina le dà la forza di andare avanti.

«Se hai forza di volontà superi tutto, anche le peggiori malattie, anche gli ostacoli più difficili», sussurra al mio orecchio. Difficile non essere preda dell’emozione. Difficile non pensare “Se io avessi fatto una scelta diversa, la sua vita sarebbe stata felice insieme a me e tutto quello che ho visto non sarebbe accaduto”.

«Non si può cambiare il destino. Si vede che doveva andare così».

La sfera infranta ha ancora un’ultima scena da regalare. La bambina è diventata una donna, si allontana a grandi passi dalla sua mamma, sale su un’auto, ingrana la marcia e scompare nel nulla.

«Cos’è successo a tua figlia?»

«È un angelo!», risponde con le lacrime che ormai inondano i suoi occhi azzurri. «Hanno ritrovato la sua auto in fondo a un dirupo. Ma non il suo corpo. Chissà…»

Un’altra sfera gira ancora intorno a noi, si lascia afferrare, rimbalza via dalle mie mani e si posa su quelle di lei, che la rimpalla un po’, fino a farla esplodere. Questa volta sono le immagini della mia vita a scorrere una dietro l’altra. Una vita tranquilla, segnata da una laurea, un redditizia attività professionale, una normale famiglia con due figli che non hanno mai creato alcun problema e un divorzio dopo vent’anni di matrimonio, a mettere fine a una storia d’amore che forse non era neanche mai iniziata.

«Che devo fare? Mi devo giustificare per aver vissuto una vita così monotona rispetto alla tua?»

Lei scuote la testa. Mi guarda, riavvicina le sue labbra alle mie.

«Ognuno di noi è quello che è, proprio perché porta dentro di sé tutte le esperienze che ha vissuto. Io ho combattuto, tu hai lasciato che fossero gli eventi a scolpire la tua storia. Ma alla fine il risultato è lo stesso. Siamo entrambi soli. Ma non saremmo qui se non avessimo seguito ognuno il nostro percorso, passo dopo passo. Se solo un piccolo episodio, tra quelli raccontati dalle sfere, si fosse svolto in maniera diversa, non ci saremmo mai più potuti ritrovare»

Non riesco a ribattere, ora le nostre labbra sono di nuovo unite in un bacio, che sembra essere infinito. Ora so che la mia vita è cambiata, so di essere pronto a combattere, a combattere per Aurora, per l’amore  che sono riuscito a cogliere solo adesso, dopo tanto tempo. Il cielo inizia a infiammarsi di rosso. La giornata volge al tramonto. Non ci sono più sfere, non ci sono più ricordi, c’è solo l’orizzonte avanti a noi, un orizzonte segnato da rilievi di montagne e colline, ma che giù, giù, in lontananza si appiana per giungere fino al mare.

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Commenti

  1. Marta Borroni

    In questo racconto c’è una grandezza raffinata ed eterna che contraddistingue non solo ciò che viene raccontato, ma anche come viene descritto, trovo il tuo modo di scrivere maturo e pieno, totalmente consapevole della sua bellezza ed è forse per questo che il lettore non può che rimanerci avvinghiato dentro a queste tue parole e a questa storia che entra nel cuore ed esce nella labbra per poi entrare nuovamente negli occhi. Bravo!!!

    1. Stefano Vignaroli Post author

      Grazie. Non posso che esserne lusingato. Grazie. Per un uomo, scrivere sul tema dell’amore, non è facole e spontaneo come può essere per una donna. Bisogna avere molta sensibilità e non scendere nei luoghi comuni. Ci ho provato, mi sono messo avanti al quadro di Klimt dal titolo “Il bacio”, ho ripensato a un’episodio della mia adolescenza, e le parole sono venute da sole.

    2. Marta Borroni

      Così come spesso per me viene difficile descrivere l’apparente rudezza dell’uomo, eppure entrambi i sessi vogliono capire i propri opposti e trovo advvero magico e sensibile provarle a farlo con la scrittura. Ancora bravo e viva l’amore!

  2. Isabella Bignozzi

    Bravo Stefano mi è piaciuto molto il modo delicato e leggero con cui tratteggi le vite dei due personaggi tra le due pietre miliari dei loro incontri. Stile disinvolto ed elegante ed ottima gestione di come il passato si intreccia con il presente 🙂

    1. Stefano Vignaroli Post author

      Grazie. Il racconto è stato ispirato da un dipinto di Gustav Klimt, dal titolo appunto “Il bacio”. 🙂