Il battito della terra 

Serie: MITI E LEGGENDE D'AMERICA LATINA


Per le popolazioni di origine e cultura Maya, la ceiba era e continua a essere un albero sacro, il “Grande Albero della Vita”. Le sue fronde si innalzano a formare il cielo, il tronco rappresenta il mondo terreno e le radici si intrecciano nell’inframondo, tessendo il legame tra i tre piani dell’esistenza.

Così narra la leggenda del Popol Vuh. ‘Gli dèi creatori seminarono alle quattro direzioni del cosmo le loro ceibe sacre. A Oriente, la ceiba rossa; a Occidente, quella nera; a Sud, la ceiba gialla; e a Nord, la bianca. Infine, al centro di tutto, piantarono una quinta ceiba, l’asse dell’universo. Le radici dell’albero accolsero il regno dei morti, alla sua base si distese la terra degli esseri viventi, mentre tra i rami dimorarono gli dei. Sulla cima, al vertice del creato, si posò l’origine di tutte le divinità: un uccello sacro, il Quetzal celestiale, annuncio e custode del divino.’

***

«Come sta il tuo cuore?»

La voce del curandero si insinua dentro di me come un coltello che affonda piano, spinto da una mano che non ha fretta. Il suono delle sue parole si mescola al crepitio delle foglie secche sparse sul pavimento e all’odore denso di incenso che si attorciglia nell’aria.

Sono sdraiata su una stuoia, al centro della “stanza della guarigione”, un ambiente che pare sospeso, fuori dal tempo. Il soffitto non esiste: solo la chioma di una ceiba millenaria filtra la luce della luna, lasciando che la penombra ci avvolga.

Non mi aspettavo questa domanda. No, non così diretta. Credevo che mi avrebbe chiesto dei miei sogni, della salute, forse anche dei miei desideri. Non questo.

Mi aggrappo alla razionalità, cercando un appiglio. Non ho prenotato questo viaggio perché sono alla ricerca di risposte, o almeno così mi ero detta. La visita al curandero doveva essere solo un dettaglio incluso nel pacchetto turistico, un’aggiunta folklorica, qualcosa di esotico da raccontare al ritorno, durante una serata fra amici. «Ma sì, dai, andiamo e facciamoci due risate.» Avevo detto a Lorenzo, ostentando leggerezza, come faccio sempre quando voglio tenere sotto controllo ciò che mi spaventa. Ma ora non rido.

Qualcosa dentro di me vacilla. Un’incrinatura si apre nel muro di scetticismo che ho costruito con tanta cura.

E se ci fosse una verità? Se questo luogo avesse un potere?

Lorenzo è seduto accanto a me, le braccia incrociate, lo sguardo attento. Non dice nulla, non si prende gioco della situazione, ma nemmeno cerca di salvarmi da questo imbarazzo. Sembra in attesa, ma di cosa? Aspetta il suo turno o forse la mia risposta?

Da quando siamo partiti, ha smesso di fare domande. La sua distanza è cortese, ma impenetrabile. Eppure, non mi ha lasciata sola. È qui. Sempre a un passo da me, mai troppo vicino, ma neppure distante abbastanza da poterlo dimenticare. Mi domando se anche lui senta il peso del non detto o se davvero riesca a galleggiare così bene sopra il silenzio, come fa sembrare.

«Come sta il tuo cuore?»

Il curandero ripete la domanda. La sua voce ha una risonanza che mi scuote, come se non fosse solo un suono, ma un peso che mi cade addosso. Lo osservo: il suo volto è segnato da linee che raccontano segreti antichi e assomigliano a quelle della corteccia della ceiba sotto cui ci troviamo.

Il mio cuore? Come sta davvero?

Io non lo so.

Sono stanca. Stanca di fingere che vada tutto bene. Stanca di nascondere il vuoto che sento, di nutrire un’apatia che cresce giorno dopo giorno. Eppure non riesco a trovare le parole per dirlo. Come si spiega una fatica che non ha forma? Un peso che non ha origine? È una malinconia vischiosa, quella che mi accompagna ovunque, anche ora, anche qui, come un’ombra che non si lascia scacciare. Un’inquietudine che non ha nome e che nessun sorriso riesce a mascherare.

A volte Lorenzo lo intuisce. Altre volte, invece, mi guarda come se fossi ancora la donna forte e brillante che credevo di essere. Quando lo fa, sento un dolore acuto. Non so se mi manchi lui, o l’immagine che ha di me.

Chiudo gli occhi. Il vento sussurra tra i rami della ceiba, si insinua tra le travi della capanna. Mi torna in mente la leggenda: sotto le fronde dell’albero sacro non può accaderti nulla di male, ma chiunque mente alla ceiba non troverà mai pace. Lei riconosce il dolore, lo scava con le sue radici, lo porta in superficie, lo svela senza pietà.

E se fosse vero? Se questa terra avesse davvero una memoria? Se questo momento fosse più reale di quanto io voglia ammettere?

Mi rendo conto che il curandero mi sta ancora guardando e le sue orbite sono due pozze nere senza fondo che brillano di una consapevolezza che mi inquieta, mentre io ancora mi ostino nel mio scetticismo, chiusa in un guscio di razionalità che inizia a scricchiolare.

Improvvisamente, mi sento nuda, fragile. Esposta. Come se lui mi vedesse più di quanto io stessa sia disposta a vedermi.

Poi sorride, appena. Mi rendo conto che non c’è fretta nei suoi gesti, né giudizio. Solo un’aspettativa silenziosa. Con un cenno, mi invita ad alzarmi. La sua mano è nodosa, antica quanto la terra. Un silenzio carico di significato si distende tra noi.

Fuori dalla capanna, la notte avvolge la giungla in un manto d’inchiostro. Il vecchio mi prende per mano e io mi lascio guidare come una sonnambula. Ci fermiamo davanti all’albero. Solo ora ne percepisco l’imponenza: le radici contorte come artigli affondano nella terra scura, la corteccia brilla alla luce della luna, i rami si protendono verso il cielo come braccia spalancate.

Il curandero mormora qualcosa in una lingua che non conosco. Poi mi guarda di nuovo. «Vai. Chiedi.»

Un brivido mi percorre la schiena. Faccio un passo avanti, poi un altro. L’aria intorno a me è densa, vibrante. Mi fermo di fronte al tronco e appoggio la mano sul legno freddo.

Chiudo gli occhi.

E all’improvviso sento il cuore.

Un battito.

Il mio.

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Discussioni

  1. Soltanto tu potevi scrivere questa meraviglia, sai?
    “Come sta il tuo cuore” è una delle domande più difficili, da sempre. “Non lo so” è la risposta più vera. Il mio cuore è in perenne sussulto, (e tu lo sai bene ;)), eppure non so mai come sta. So chi l’ha ferito, so chi potrebbe (o vorrei) lo rendesse felice, conosco i posti dove si calma, quelli in cui si agita…ma come sta, no. O meglio, non lo voglio sapere. Perchè sarebbe aprirsi al dolore, essere nudi, senza poter mentire, proprio come accade sotto l’albero della ceiba. A lui non puoi mentire, come fai con te stesso. Mi hai ricordato che spesso ci raccontiamo bugie, per evitare la paura di abbandonarsi a ciò che è, sperando di non soffrire. In realtà, è vero il contrario. Ho sentito la forza dell’abbandono, il battito di un dolore bianco, che purifica. Grazie di cuore per questo gioiellino. (Sono a pc e non ho i cuoricini, ma considerali messi!)

  2. “Sono stanca. Stanca di fingere che vada tutto bene. Stanca di nascondere il vuoto che sento, di nutrire un’apatia che cresce giorno dopo giorno. Eppure non riesco a trovare le parole per dirlo. Come si spiega una fatica che non ha forma? Un peso che non ha origine? È una malinconia vischiosa, quella che mi accompagna ovunque, anche ora, anche qui, come un’ombra che non si lascia scacciare. Un’inquietudine che non ha nome e che nessun sorriso riesce a mascherare.” Lo devo cit. così perché non mi permette di inserirlo tutto. E’ il passaggio che preferisco

  3. Il ritratto di un luogo immobile nella superficie, ma dove tutto ribolle in profondità in una sorta di paganesimo del sangue…….
    Divinità perdute…..pacata inquietudine….ombra e bellezza…..
    Il turbamento di una donna…..una deriva di solitudine e incertezze….
    Il cuore pulsante….il ribollio del silenzio irreale che la spinge a una nuova coscienza…..
    Una contemplazione della sua personalità…..forse la scoperta di una nuova e più profonda forma d’amore…….
    ……forse una nuova e sensuale fioritura della sua vita……………..

  4. Che bello, Cristiana… Ti confesso che mi piacerebbe tanto, in questo momento, sdraiarmi sotto una ceiba e sfogarmi, raccontando tutto quello che mi passa per la testa. Anzi, vorrei anche il tizio accanto a me, il curandero! Questo rituale mi ricorda la confessione col prete o una seduta dallo psicoanalista, comunque un’esperienza in grado di guarire l’anima. Bellissimo, hai portato un po’ di magia nella mia giornata con questo episodio 🙂

  5. Un racconto che vá nel profondo della terra, attraverso le radici della ceiba e in fondo al cuore della donna, con la domanda e lo sguardo del curandero. Un racconto che vá oltre la superficie di ciò che appare, attraverso i sorrisi che servono a mascherate il vuoto di qualcosa o di qualcuno che manca.
    Mi piace quest’ idea di chiedere e di guardarsi dentro, per far emergere ciò che la mente vorrebbe nascondere o dimenticare, ma il cuore, forse, non può.

    1. Grazie Maria Luisa. Anche qui ho utilizzato come punto di riferimento e di partenza una leggenda di Latino America. Mi piace però l’idea di ‘guardare’ da punti di vista differenti e usare i vari spunti per produrre racconti che siano profondamente diversi l’uno dall’altro. In questo caso, ho voluto provare a guardarmi dentro, anche se il cuore si mostra sempre riluttante. Un abbraccio 🙂

    1. Grazie Passante per il bellissimo complimento. Ammetto che alla scrittura ci tengo e i racconti stanno a ‘decantare’ millenni nel cassetto. E, come dici tu, la verità ci viene sempre a cercare.

  6. I tuoi racconti sono sempre molto profondi, e colpiscono. Sapersi ascoltare VERAMENTE richiede coraggio e talvolta dolore, ma il regalo che ne ricevi è la libertà di essere spontaneamente se stessi. Brava, ancora un 🎯 😁

    1. Forse, mettersi in ascolto di sé stessi è davvero la cosa più difficile, ma anche quella più coraggiosa. Lei ci prova, alla sua maniera, e, come si dice, l’importante è provarci. Grazie Nicola 🙂

  7. Quanti pensieri mi suscita questo racconto. Sciamanesimo contro moderna razionalità, e io, ateo, ci vado a nozze ma controcorrente. Una frase che ripeto spesso, ad atei ben più intransigenti di me, recita: “la religione mica l’hanno inventata i preti”, che poi l’abbiano usata molte volte solo per tornaconto è un altro discorso. La risposta più vicina alla realtà è che l’uomo ha necessità di risposte, a tutto, e, molto spesso, l’antica saggezza ha soluzioni migliori della scienza, che lo si creda o meno. Va bene, la mia è una filosofia spicciola ma il tuo è un racconto che la solletica: la tua protagonista cerca risposta nell’infinito e l’infinito che è in lei e intorno a lei potrà fornirgliela. Il tuo raccontare non è mai banale e il tuo modo di proporlo sempre gradevole. Grazie cara Cristiana.🌹

    1. Io sono convinta che fra una persona che si dichiara atea e una che invece si dichiara credente, ci sia una differenza veramente impercettibile. Dentro, almeno. La differenza forse sta nell’esteriorità dei gesti che caratterizzano lo svolgimento di un rituale e che sono svariati e molteplici. L’animo umano, credo invece abbia bisogno di ‘sentire’ qualcosa che lo riempie dentro. Come dici bene tu, le risposte la protagonista le troverà nell’infinito che è in lei. Grazie di cuore Giuseppe.