Il baule

Serie: L'imperatore dei Mari


La stagione calda rendeva ancora meno tollerabile il saio, il sudore faceva appiccicare la pelle al tessuto pungente, il prurito era insopportabile, anche la concentrazione ne risentiva, inoltre il sole tramontava più tardi, ritardando così la cena e l’ora del ritiro nelle celle.

Quello era uno dei tanti motivi che lo aveva spinto ad abbandonare il suo posto, quella che negli ultimi sei anni era stata casa sua, quelli che erano stati i suoi unici amici, i suoi istruttori, mentori. Ogni sera, raggiunta la sua stretta camera, buttava via quel vestiario, compresa la maschera, e si tuffava sul suo pagliericcio, senza indossare la veste della notte; Sei soffriva molto il caldo.

I momenti della giornata che più preferiva erano lo studio dei tomi e delle pergamene, infatti nella sala della cultura l’aria era molto fresca, e i turni di notte quando si deliziava con la leggera brezza del mare. Per il resto preferiva di gran lunga la stagione fredda, nonostante si lavorasse di più perché i tornado erano più frequenti e perché le giornate si accorciavano, quindi bisognava fare tutto in fretta, inoltre Uno esigeva che venisse svolto il tutto in modo ineccepibile.

Durante un pomeriggio di studio, Tre mise letteralmente a soqquadro la sala della cultura: stava cercando un antico manoscritto, risalente all’era dei Coloni.

«Nella calma risiede la forza.» Disse stanco Uno.

«Non ho bisogno di forza, Uno. Ho bisogno di quel diario di bordo.»

«Perché è così importante, Tre?»

«Ho bisogno di un punto di vista obiettivo.»

«Riguardo a cosa?»

«Non ora, Sei. Aiutami piuttosto.»

«Ma non sappiamo nemmeno cosa cercare.» Intervenne in sua difesa Quattro.

«Dei fogli, tutti rilegati tra loro, molto antichi, con la copertina nera, credo.»

«Credi?» Chiese Cinque accompagnando la domanda con una risata.

Uno capovolse il libro che stava studiando, poggiandolo sul tavolo, per non perdere il segno, si alzò, si mise alle spalle di Tre e disse: «Non lo troverai qui. Quel libro è uno dei nostri documenti occultati.»

«Occultati? Perché? Cosa sono?» Sei odiava quei misteri, ogni giorno spuntava qualcosa di nuovo, era come se non finisse mai di imparare qualcosa.

«Sono documenti pericolosi, che non vanno maneggiati con insufficienza, delle vere e proprie reliquie risalenti all’era precoloniale.»

«Reliquie? Quindi non sono solo libri e carta scritta.»

«No.» Rispose Uno secco. Il tono della sua voce era molto eloquente, nessuna domanda era più ammessa.

«Bene. Prendiamoli dunque.» Disse Tre.

«Il custode della chiave è Due. Al momento è impegnato nel turno di guardia, dovrai rimandare le tue ricerche a domani.»

«E no! Oggi la girandola ruotava molto forte, la presenza di Xenxo è con noi, quindi è oggi il giorno giusto.» Obiettò Tre voltandosi verso Sei.

«Questa storia finirà molto presto, molto prima di quanto immaginino.» Diceva a sé stesso, Sei, fuori dal fortino, dopo aver dato il cambio di guardia a Due per permettere a Tre di continuare i suoi studi.

Sei continuava a camminare avanti e indietro con troppa foga, un paio di volte rischiò di scivolare, lanciava fugaci sguardi verso il mare piatto come una pietra levigata.

«Nella calma risiede la forza.» Disse una voce alle spalle di Sei, il ragazzo si voltò e riconobbe Due.

«Posso scendere?»

«Sì, puoi.»

«Le reliquie sono già state rimesse al posto, giusto?»

«Hai detto bene. Tutte tranne quella che sta studiando Tre.»

«Resterà nella sala della cultura?»

«No, Sei. Prima di cena tornerà al suo posto, ho lasciato che Tre tenesse la chiave fino ad allora.»

Sei non disse nulla e si fiondò veloce verso la sala della cultura, qualche metro prima rallentò e tirò un paio di profondi respiri, voleva nascondere la sua fretta. Ignorando il resto del gruppo tornò al suo posto e al suo libro. Attese con pazienza, si ripeteva in mente: “nella calma risiede la forza. Nella calma risiede la forza.” Doveva trarre a suo vantaggio il primo insegnamento della confraternita, se voleva sapere cosa fossero quelle reliquie doveva essere forte, doveva essere calmo, paziente.

Uno chiuse rumorosamente il suo libro, Quattro e Cinque balzarono in piedi come se aspettassero quel gesto da sempre, Tre palesò le sue rimostranze, poi si alzò e strisciando i piedi si avvicinò a un baule.

“Il baule.” Pensò Sei. Di colpo gli tornarono in mente i due incontri che aveva avuto con Magia e la rivelazione sul suo destino all’interno di quel baule. La curiosità crebbe e accompagnò Tre fino al baule; Uno li osservava, i nervi a fior di pelle, aveva paura che potesse succedere qualcosa di tragico da un momento all’altro; Quattro e Cinque avvertirono la tensione nell’aria e si misero davanti la porta, chiunque sarebbe dovuto passare sul loro cadavere prima di lasciare quella stanza.

Tre infilò la chiave e fece scattare la serratura, Sei alzò il coperchio e diede un’occhiata al suo interno: un arco e una faretra, una spada, avvolti in una bandiera nera ritraente un teschio sorridente con gli occhi a forma di foglia d’acero, appoggiati su uno scudo in legno; pergamene, libri e mappe. Questo era il contenuto del baule. Sei guardò un attimo indietro verso Uno, poi si concentrò nuovamente sul baule e mentre stava per richiuderlo ebbe come l’impressione che la bandiera ammiccasse con un occhio.

Uno si fece consegnare la chiave, la fece scivolare sul polso e quindi dentro il saio, poi per la prima volta da quando era giunto al fortino, Sei vide chiudere quella porta a chiave.

Finito di cenare e rassettato come ogni sera, gli Incappucciati, ad eccezione di Tre, che aveva il turno di guardia, scesero nelle loro celle.

Sei non tolse il saio, si sedette sul suo giaciglio e appoggiò le spalle al muro. Ripensava a quella scena. Come poteva mai essere? Un teschio, cucito nella stoffa, gli aveva strizzato l’occhio. Doveva essere stato frutto della sua immaginazione. Non poteva essere. Si era lasciato suggestionare dall’alone di mistero in cui Uno aveva avvolto quelle reliquie. Perché lo rendevano così nervoso, ma soprattutto perché aveva chiuso la sala della cultura a chiave. Qualcosa non tornava, ci doveva essere di più, aprendo il baule doveva essere scattato un qualche meccanismo, un qualcosa di strano, forse pericoloso. Sei era sicuro che per diversi giorni quella parte del fortino sarebbe stata inaccessibile. Poi gli tornò in mente quella bolla, Magia. Sei tentò di ricordare, stringeva gli occhi, tormentava le tempie con le dita, quando decise si accasciarsi sul pagliericcio: “La mia mente è stanca”, pensò il ragazzo, “non posso farci nulla, è Uno che ha il potere in mano”. La mente, il potere. Sei scattò come una molla: «Ma certo», sussurrò, « “il potere della mente.” Ecco cosa diceva. Una cosa del genere l’aveva detto pure Oxxuxo. Chissà come sta, non ci siamo più rivisti.» Sei scosse la testa, stava divagando e non voleva; appoggiò la schiena alla parete, incrociò le gambe, chiuse gli occhi, intrecciò le dita delle mani e iniziò a svuotare i pensieri, cercò di concentrarsi su un’unica cosa, ma non sapeva cosa. La mente si riempiva di nuovo di immagini, di eventi passati, avvenimenti più o meno felici. Sei sospirò e provò a svuotarsi; raggiunse la concentrazione, era tutto buio, silenzioso, un volto si materializzò.

Dalla testa di Sei uscirono dei filamenti lanosi, bianchi, che svolazzavano nell’aria della cella verso la parete opposta; Sei avvertiva il flusso di energia che fuoriusciva dal suo corpo, non poteva controllarlo, lo lasciava fare, quando finì aprì gli occhi, sobbalzò sulla paglia del suo letto, raccolse la maschera, la indossò e si prostrò in avanti.

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