Il Becco e il Violino

Un fortissimo odore acre mi svegliò. Quando provai ad alzarmi sentii una pungente fitta all’inguine e all’ascella: questi ultimi erano coperti da erbe e bende imbevute di un liquido marrone. Spostai un lembo.

“Non toccare! Deve ancora finire di agire.”

Sussultai. Seduto in un angolo c’era una strana persona con indosso una maschera dal lungo becco.

“Buongiorno” disse alzando il cappello a tesa larga.

Mi rannicchiai in un angolo del giaciglio, impietrito.

“Oh, che maleducato che sono! Io sono un medico alchimista, il mio nome non è importante per te. Questo è il mio laboratorio; fai come se fossi a casa tua. Ti trovi qua perché sei la cavia del mio esperimento.”

“Cosa?” domandai.

“Due giorni fa eri là fuori in una fossa comune. Sono riuscito a curarti dalla Peste e ora stai guarendo, ma non serve che mi ringrazi. Bentornato.”

“Io… cosa?”

Il medico mi fissò senza dire nulla. A causa di quella maschera non vidi il volto e questo mi mise in agitazione.

“Capisco” concluse.

Afferrò una piuma d’oca e scrisse su un foglio di pergamena. Approfittai per guardare in giro: mi trovavo in una tenda di pelle di animale sorretta da grossi rami di quercia, tutt’intorno c’erano tavoli coperti da materiali bizzarri e ampolle piene di liquidi. Su uno vidi degli strumenti appuntiti, contenitori traboccanti di sangue e strani aggeggi di metallo.

Quando distolsi lo sguardo notai che il medico mi stava osservando. Tornai a sedere sul giaciglio, imbarazzato.

“Hai paura? È normale che tu ne abbia, ma non devi.”

“Cosa sono quegli strumenti?”

Il medico abbassò la testa e sospirò. Restò immobile qualche secondo per poi uscire dalla tenda con un violino bianco in mano. Tesi l’orecchio mentre suonò una meravigliosa melodia.

Qualche ora dopo provai ad alzarmi dal letto, ma il dolore all’inguine me lo impedì. Sollevai la garza e vidi un grosso taglio suturato. Intuii che anche sotto la garza dell’ascella ci fosse lo stesso sfregio. Mi domandai se fossi davvero guarito dalla Peste.

Mentre riflettevo il medico rientrò.

“Hai fame? Ho cucinato un delizioso coniglio. Non essere timido.”

Mezz’ora dopo del coniglio rimasero solo le ossa e la testa. Nonostante avessi chiesto più volte al medico se volesse favorire, lui rispose che non aveva fame.

“Come va il dolore?” domandò allungando il collo.

“Meglio. Ora fa male solo se tocco.”

Esattamente come prima, prese la piuma d’oca e segnò qualcosa.

“Ora devi dormire. Ti preparo un panno da mettere sulla fronte.”

“Perché fai questo?”

“Capirai a tempo debito. Forza, sdraiati.”

Con un delicato gesto della mano m’invitò a raggiungere il giaciglio. Impiegai poco tempo per addormentarmi.

Aprii lentamente gli occhi. La prima cosa che vidi fu una maschera bianca come la cenere. Sussultai.

“Buongiorno.”

“Mi hai spaventato!”

“Chiedo venia.”

Si alzò dal letto e scrisse per l’ennesima volta. Irritato scattai in piedi e gli urlai di smettere di comportarsi così. Il medico fece un gesto di stupore, poi batté le mani entusiasta. L’applauso ovattato dai guanti di pelle nera mi fecero notare che riuscivo a reggermi sulle gambe. Segnò ancora prima di venire verso di me saltellando:

“Non pensavo che avrebbe fatto effetto così velocemente. Fammi vedere la schiena.”

Mi voltai e il medico premette il centro della spina dorsale. Solo in quel momento percepii di avere qualcosa di duro incastonato tra le vertebre. Domandai cosa fosse, senza ricevere risposta. Ribadì che avrei saputo tutto a tempo debito.

Tornai a sdraiarmi sul letto, nel frattempo il medico continuò a scrivere senza sosta.

“Per quanto tempo dovrò aspettare?”

“Tempo? Cos’è il tempo? Sapresti darmi una definizione di tempo?”

Lo guardai confuso e stizzito. Mi rassegnai al fatto che sarei rimasto chiuso in quella tenda ancora per parecchio tempo.

Trascorsero svariati giorni, tutti simili l’uno l’altro: le bende furono cambiate tre volte al giorno ogni giorno, mangiai e bevvi spesso, per non parlare del riposo coatto. Mi permise di stargli accanto mentre lavorò, probabilmente perché si sentì tranquillo del fatto che non avessi idea di cosa stesse facendo. Nell’ultimo periodo mi concesse addirittura di toccare gli strumenti e di sfogliare alcuni libri.

“Ti piacerebbe uscire?” domandò all’improvviso.

A causa dello stupore lasciai cadere una boccetta di vetro che si frantumò a terra. Guardai il medico temendo una violenta reazione, ma pronunciò solo un monosillabico “ops”.

“Andiamo?” incitò.

Si alzò e si diresse verso l’uscita. Lo seguii senza domandare altro mentre spostò il lembo della tenda: mi trovai su un’infinita pianura piena di cadaveri appestati, il cielo e il terreno erano grigi come la cenere, il Sole coperto da nuvole cariche di pioggia e una leggera nebbiolina lambiva i corpi. Quella visione mi tolse il respiro.

“Mi trovo all’inferno, vero?” chiesi.

“No. La città più vicina è a mezza giornata di cammino da qua. Tutto sommato non è così lontana, ma anche se ci arrivassi non troveresti altro che morti. È ovvio che non ricordi quello che è successo, perché sei tornato indietro.”

“Cosa vuoi dire?”

“Ho commesso un grave errore di calcolo. Eravate troppi, ma ora siete troppo pochi. La cosa mi è sfuggita di mano e ora sto cercando di rimediare al mio stesso errore. Non è vero che agli errori non c’è soluzione. Gli errori non sono altro che incendi scoppiati a causa di un fuoco acceso troppo vicino alla paglia. Eppure non esiste solo l’acqua per spegnere quel fuoco, esiste anche la sabbia. Persino alla morte, talvolta, c’è rimedio.”

“Tu sei…”

“Sì, è così che voi umani mi chiamate: morte.”

Rientrò nella tenda lasciandomi attonito, per poi tornare fuori con uno strano strumento che non avevo mai visto prima.

“Vieni, voglio mostrarti una cosa” disse amichevolmente.

Lo seguii scavalcando i corpi. Ci fermammo affianco a quello di una bambina di circa undici anni.

“Perché piangi? Lei sarà la prossima, dovresti essere felice.”

Mi mostrò lo strumento che aveva in mano: il corpo principale era un grosso cilindro di vetro con due aperture ai lati sulla cui sommità c’era una manovella, mentre la parte inferiore era composta da un lungo fendente. Sulle sue gambe, invece, c’era un manipolo con due anelli attaccato ad un fendente vuoto circondato a metà da un tappo. Inoltre, intravidi due pezzetti di metallo della stessa dimensione delle fessure del cilindro.

Il medico entrò con lo strumento in corrispondenza dell’anca, poi girò la manovella fino a scendere in profondità. A quel punto estrasse la manovella e infilò il manipolo. Fece piano piano pressione fino a che il tappo, fatta uscire l’aria tramite i fori, toccò la base del cilindro. Infine infilò i pezzetti di metallo nelle fessure per chiudere i fori del tappo. Strinse con decisione gli anelli e tirò: in poco tempo il cilindro si riempì di sangue.

“Finito. Andiamo dentro” annunciò soddisfatto.

Una volta all’interno della tenda il medico travasò metà contenuto in un’ampolla di vetro, mentre la restante parte la lasciò nel cilindro. Nel sangue all’interno della prima mise una goccia di un liquido trasparente simile all’acqua che emanò un vapore biancastro. Il sangue si solidificò immediatamente in una specie di cristallo, il quale, prendendo tale forma, ruppe l’ampolla. Infine poggiò la pietra in un contenitore largo e basso e svuotò dal cilindro il resto del sangue. Quest’ultimo sfrigolò appena entrò in contatto con il cristallo.

“Il sangue è stato depurato dalla pietra ed è pronto per essere rimesso in circolo. Darà il via a un nuovo ciclo di purificazione dell’organismo. Per quanto riguarda la pietra, la impianterò nella schiena della bambina e fungerà da filtro per i batteri della Peste.”

“Non ti descrivono così nei dipinti e nei racconti.”

“Lo so. Ed è un vero peccato.”

Il medico mi guardò negli occhi e finalmente vidi i suoi: erano verdi come smeraldi. In tutto quel morente grigiore quelle iridi mi spiazzarono. In quegli istanti udii il rumore del mio cuore, lo scorrere del sangue nelle vene.

Più i giorni passarono e più la bambina si riprese. Il medico stava facendo un ottimo lavoro, nonostante non volesse farsi aiutare. In compenso ci insegnò a leggere e a scrivere, così potemmo tenerci occupati.

Una mattina mi svegliai cullato dal dolce suono del violino. Presi una pergamena e la piuma d’oca, poi mi sedetti davanti alla tenda. Decisi di dedicargli una poesia:

Danzava il medico con il suo violino

Tra le dita la bacchetta e il fumo nero dei falò

Appoggiato al collo un candido violino.

Danzava il medico in punta di piedi

Con la maschera fissa in volto

Il becco pieno di paglia e spezie

Bianco come la morte che aleggiava in quel campo.

Danzava il medico nel suo abito di cenere

Scarpe a punta con il tacco quadrato

Maschera bianca come occhi vacui

Guanti neri rotti come labbra senza sangue

Tuba di velluto morbida come l’ultimo respiro.

Danzava il medico tra le piaghe viola

Saltellando da un corpo all’altro

Suonando per coloro che non possono più udire

Suonando per colui che li avrebbe accolti tra le grigie nuvole.

Danzava il medico con gli occhi fissi davanti a sé.

Occhi colmi di azzurre lacrime

Occhi colmi di verde speranza

Occhi oscuri come il più profondo oblio.

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Discussioni

  1. Ciao Mary! Racconto molto poetico👏🏻 La figura del monatto è sempre stata circondata da un’aura di mistero. In questa storia sembrano essere ancora più importanti i simboli che i fatti, come se avessi tracciato in ombra un racconto profondente personale, una storia scritta tra le righe, la cui unica interpretazione è la molteplicità delle interpretazioni.

    1. Non ti si può proprio tenere nascosto niente! 😼
      Simboli e colori sono le colonne portanti dell’interno racconto che, in effetti, è stato scritto in un momento molto particolare della mia vita (molto prima dell’approdo in Open).
      Forse per questo ognuno vede una diversa sfumatura di colore. 😸

  2. Apprezzo molto l’ambientazione storica e l’aspetto per così dire “controcorrente” della morte che in questo caso è rappresentata come alleata dei vivi. A questo punto mi lascio trasportare nella fantasia di un mondo parallelo dove i vivi camminano mano a mano con la morte. Piaciuto il finale che lascia ampio spazio al lettore sul destino del protagonista. Molto molto bello, complimenti!

  3. il medico e la morte si incontrano anche nella metafora della “Grande consolatrice”, appellativo talvolta riservato alla morte come panacea di tutti i dolori. Ma nel tuo testo sembra che la morte si sia pentita: “Ho commesso un grave errore di calcolo. Eravate troppi, ma ora siete troppo pochi. La cosa mi è sfuggita di mano e ora sto cercando di rimediare al mio stesso errore.” Dunque si rovescia nel suo contrario e si fa autrice di resurrezioni: ma coloro che resuscita non sono davvero vivi ma sono vivi in quanto morti: non morti viventi ma vivi morenti, solo temporaneamente sottratti al destino. La Peste continua ad agire e perciò il potere del medico-morte trova ancora alimento in una condizione umana senza speranze. O meglio, dove la speranza e le lacrime coesistono e si sommano all’oscurità.
    Non so esattamente di cosa sia metafora questo tuo racconto, ma certo è potente.

    1. Ciao Francesca! 😸
      Quella che hai fatto è una riflessione interessante, in quanto potrebbe essere una delle tante chiavi di lettura.
      In realtà ho scritto questo racconto un paio di anni fa, in un momento di debolezza a causa di alcune scelte poi rivelatesi “sbagliate”. Esattamente come il medico ha cercato una soluzione al suo errore, anche io ne stavo cercando una.
      “Non è vero che agli errori non c’è soluzione. Gli errori non sono altro che incendi scoppiati a causa di un fuoco acceso troppo vicino alla paglia. Eppure non esiste solo l’acqua per spegnere quel fuoco, esiste anche la sabbia.”
      Forse, era l’incoraggiamento di cui avevo bisogno. 🖋️

  4. In effetti, se volessi immaginare la morte, non saprei immaginarla diversamente da un medico o un biologo. I ruoli di creazione, mantenimento ed estinzione sono sempre strettamente collegati. Chi sa come dare e ridare la vita, sa come toglierla.
    Mi ha sempre fatto impressione, infatti, che l’anestesista (che spegne la coscienza) sia anche rianimatore (che la riaccende). Se dovessi immaginare una istituzionalizzazione generalizzata dell’eutanasia, penserei all’anestesista/rianimatore/deanimatore.
    Complimenti, questo scienziato della vita (compresa la sua conclusione), umano come pochi eppure scientificamente distante dalle sue cavie, mi è piaciuto tanto, e la descrizione è molto efficace. Concordo con Cristiana e Sergio: cinematografica.

    1. Ciao Giancarlo! 😸
      Piccola curiosità: lavoro nel campo della biopsia, faccio il controllo qualità per un’azienda che fa questo genere di dispositivi. La procedura che il medico effettua è pressoché una biopsia del midollo osseo (ovviamente il tutto è romanzato e anche il dispositivo descritto è adattato all’epoca e al contesto). Ma alcuni concetti, ad esempio il “rimuovere il primo fendente” (mandrino) e il risucchio del sangue tramite “il fendente cavo” (cannula), sono veri.
      La descrizione dell’atteggiamento che ha nei confronti delle cavie, probabilmente, l’ho riportato in maniera inconscia: data la mia emotività, ho dovuto imparare a mantenere le distanze circa la mia mansione, senza però snaturarmi completamente. 😸

  5. Mi associo al commento di Cristiana sul ruolo “cinematografico” dei colori del racconto.
    L’idea della morte che non ha l’aspetto classico del Triste Mietitore, ma che appare nelle vesti di un medico della peste, con la maschera a becco d’uccello, è originale.
    Una curiosità: sbaglio, o il violino è un “omaggio” ad un altro noto resuscitatore di cadaveri, Victor Frankenstein? 🙂

    1. Ciao Sergio! 😸
      Sono sincera: l’omaggio di cui parli è stato frutto del caso. 😹
      L’idea del violino è nata dall’ascolto di un brano di Soap&Skin, “Me and the Devil”.
      E qui mi riallaccio anche al commento di Cristiana in merito ai colori. Ho scritto prima la poesia utilizzando il ritmo della canzone come guida: la malinconia del violino (grigio) che nelle note più acute sembrano sprazzi di colore o “saltelli”. Successivamente ho costruito il racconto vero e proprio. 🖋️

  6. È molto intrigante l’atmosfera che hai ricreato in questo originale racconto. Spicca particolarmente il contrasto fra i colori: il rosso scuro del sangue, il grigio dell’ambiente circostante e il verde degli occhi della morte. Mi sono vista davanti certe illustrazioni delle antologie di letteratura inglese delle origini, quando lo scienziato, il medico e l’alchimista sono racchiusi in un’unica professione. La maschera con il becco risulta sempre particolarmente suggestiva. Molto piaciuto

    1. Ciao Cristiana! 😸
      Mi fa piacere che ti sia piaciuto. In effetti il mio intento era anche quello di far risaltare l’ambientazione giocando con il contrasto tra i colori. Sono contenta di sapere di esserci riuscita. 😸