Il canto del cavaliere

Gridò tutto il suo entusiasmo di essere giovane, Aiday. Aveva un bel cavallo, era ben coperto e intorno la steppa era innevata.

Era una bella mattina invernale, e Aiday aveva un solo imperativo in mente: godersi la gioventù.

Mentre cavalcava a spron battuto si mise a cantare una bella canzone che parlava delle donne della steppa. Aveva conosciuto il giorno prima una mandriana e fra loro ci poteva essere un’ottima chimica. Aiday avrebbe tanto voluto reincontrarla, le avrebbe chiesto se voleva fare una cavalcata con lui, poi si sarebbero divertiti in tutti i sensi.

Continuò a cantare, ma arrivarono alcuni uomini. Pure loro a cavallo, erano più grandi di Aiday e lo scrutarono in maniera truce.

«Perché canti?».

«Canto perché sono felice». Disse la verità, in fondo era questa e non c’era nulla di male, nulla per cui nascondersi.

«A noi non sta bene. Devi finirla!». Avevano smorfie cattive.

Aiday capì l’antifona e voltò la cavalcatura, decise di puntare altrove. Se quelli proprio volevano il litigio a tutti i costi, era meglio evitare.

Ma quei tipi lo inseguirono. «Dove vai? Scappi, per caso? Hai paura di noi? Sì, hai paura di noi. E allora te la facciamo vedere» risero.

Ebbe paura e decise di velocizzare il passo, ma quei prepotenti lo circondarono e si misero a picchiarlo con le fruste.

Aiday cadde sulla neve, si graffiò, si fece male, e gemette.

I prepotenti tornarono indietro, lasciarono perdere il cavallo di Aiday, e lo circondarono.

«Adesso non fai più il gradasso come prima?».

«Cosa volete da me? Non vi ho fatto nulla».

Gli occhi a mandorla sprizzavano rabbia malcelata. «Ora noi…».

«Andate via, via!». Calò un’ombra che li colpì, e questi, terrorizzati, persero tutto il loro autocontrollo e scapparono come se prima neanche fossero stati tanto prepotenti e tracotanti.

«Dana!». Aiday la riconobbe, era la ragazza che voleva conoscere meglio.

«Come hai visto ti ho liberato di un guaio» rise per la contentezza.

«È vero» ammise Aiday. Ma si sentiva in imbarazzo. «Adesso… non so…».

«Non fare lo sciocco. Ti ho salvato perché voglio che tu canti».

«Cosa?».

«Ma certo, la canzone che canti sempre. Canta, canta» lo esortò.

«Va bene». Aiday obbedì, pur a disagio.

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