Il cassonetto di via Sillio

Successe così, all’improvviso, come uno sbocco di bile che torna su e ti lascia l’acido in bocca e il cuore in subbuglio. Come potevo averlo dimenticato, Nico Boni della 3°B, che in meno di due mesi aveva segnato 27 goal diventando il capitano del Vejana Calcio mentre nel tempo libero mi spremeva il cuore come un limone di Sorrento.

Di lui negli anni avevo buttato via i ricordi lievi e mi ero tenuta l’insicurezza, la diffidenza nei gesti degli uomini, l’isteria adolescenziale, il timore di essere amata, quello di non essere amata, dodici chili di troppo e l’acne ormonale da stress.

Mi tornò alla mente 21 anni dopo, mentre buttavo la spazzatura nell’indifferenziata di Via Sillio. In una frazione di secondo mi ero sentita invasa dalla nebbia, ero lì senza essere lì, come una spaccatura netta dello spazio e del tempo. Davanti al cassone dell’AMA mi sentii di nuovo impreparata al suono di quelle parole che mi viaggiavano dentro la testa: non mi piaci, non mi sei mai piaciuta, non è mica una colpa questa quindi se puoi evitare di salutami a scuola quando mi incontri mi fai un favore, ciao.

Ne ricordai improvvisamente ogni dettaglio, ogni avverbio di negazione, il tono monocorde e frettoloso di chi comunica burocraticamente una non-decisione, perché le decisioni prese prevedono responsabilità e fatica e tra un calcio di rigore e l’altro non aveva trovato il tempo di farsene carico.

Questo ero stata? Questa sarei stata per sempre?

Quelle parole scomposte e brutali mi avevano reciso l’adolescenza, un macigno gravitazionale che mi aveva fatto sprofondare nelle viscere nere di me stessa.

“Signora non so se sta cercando di stabilire un contatto con il cassone, ma se non preme con il piede la leva in basso, non si aprirà.”

Grazie sconosciuto. Ero di nuovo qui. Ora.

Mi accorsi solo a casa che ero tornata indietro con la spazzatura che puzzava e un senso di nausea che mi rimase appiccicato addosso per tre giorni. Tutto quello che avevo costruito e che sapevo del mondo poggiava improvvisamente su una base molle: la casa, la laurea, il master a Londra, Dostoevskij, Almodovar, Lorenzo, gli aperitivi del venerdì. Si era svuotato tutto, ero stanca e spossata.

Una notte sognai Viola, l’unica che da quando aveva i denti da latte conosceva già le verità ancestrali del mondo e le parole giuste per raccontarle. Seduta sulla poltrona in finta pelle di fronte al mio letto mi scrutava. Poi disse: La nostra memoria è una cisterna pericolosa e affascinante e la tua mente, che io ben conosco, è quanto di più coraggioso, sofisticato e sensibile la vita potesse mettermi davanti. Davvero vuoi far franare tutto per una voce lontana che parla ancora oggi? Sei nata donna e come tutte le donne del mondo contieni in te il lucchetto e la chiave per sbloccarlo. Non diventare gretta, non rimanere incastrata nei tranelli dei ricordi e delle cose quotidiane. Stai bloccando il ritmo del tuo respiro per un uomo passato sulla tua strada due decadi fa. Devo pensare che sei diventata scema, o peggio ancora, fragile. E questo non è un mondo per gente fragile, soprattutto se sei nata femmina”.

Mi svegliai di colpo, lo cercai su internet. Era lì, il primo bottone aperto sulla camicia jeans, qualche capello bianco, le rughe che incastonavano quegli occhi neri che mi avevano fatto male.

Era sempre lui, ma era morto. Per un secondo, uno solo, ne fui felice. Nella mia testa quel ragazzino di amianto si polverizzava come farina e pensai che la malvagità e la compassione si rivelano in modo complementare e simultaneo, sorrette da ragioni o da colpe che tiriamo fuori come volgari attenuanti. Chissà se Nico, dopo quelle parole sguaiate, avesse pianto come me.

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Discussioni

  1. “era morto. Per un secondo, uno solo, ne fui felice”
    Richiede molto coraggio questa frase. Già, perché uno dei tabù del nostro tempo vuole che la morte, il più ineluttabile degli eventi, non si auguri a nessuno. Eppure si, ci si può sentire anche sollevati della scomparsa di una persona. Anche se per poco.