Il cervo bianco

Serie: Anatomia sepolcrale di un sogno


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Gustav è tornato da solo, all'interno di un appartamento in cui ritrova le tracce di un suo passato recente, dove è stato consumato un dolore ancora feroce e persistente. Mentre divaga nei ricordi, suona il telefono. Dall'altra parte una voce di donna. È la sorella di sua moglie Lara.

Accesi la radio senza pile. Cominciava il concerto notturno del bosco. Ero ancora in tempo, pensai, risollevato ma distrutto. Dopo lo strappo di qualche accordo mi addormentai, con la finestra aperta ai fruscii degli abeti screziati dalla nuova fioccata.

Suonarono alla porta dopo circa un’ora. Avevo l’orologio al polso, stavolta. C’erano Ariele e il poeta Stanislao. Sorridenti, entrambi eleganti, ben rasati, come due ufficiali giudiziari, l’esatto opposto di me. Mi avevano cercato anche loro, nel primo pomeriggio. Avevano camminato a lungo nel bosco e nella neve alta, nella mia attesa. Non avevano chiesto a nessuno dove fossi finito. Avevano intravisto un cervo bianco, di una bellezza infinita, mai incontrata, che li aveva paralizzati. Il poeta si avvicinò alla mensola dove aveva lasciato il suo coltello da sub dal manico rosso. Era proprio lì, come nel sogno, gli ricordai. Nessuno di noi lo aveva toccato. Accesi una candela, spegnendo la luce centrale, che era mancata più volte. C’era un guasto importante nella zona, come mi dissero, ma io non ne ero al corrente. Ariele si versò del vino. Mi disse della mansarda dei paraggi che voleva ristrutturare per ottenere un ambiente migliore e più definito dove concentrarsi, simile al mio, mi sussurrò, pulendosi la bocca umida con un braccio. Stanislao aprì una cartellina rossa, che aveva estratto da uno zaino, e mi mostrò il primo numero della sua rivista poetica. Mi comunicò che avevano pubblicato una poesia di mia moglie, ma non mi andava di leggerla, nemmeno di sentirla recitare. Stavo aprendo altro vino, quando Ariele mi chiese del tribunale e del processo per l’incidente. Pensava mi fossi schierato come parte civile, era così che aveva sentito dire in giro. La responsabilità era dell’autista. Per alcuni era sobrio, per altri alcolizzato, ma era tutto da vagliare, non vi erano certezze di alcun tipo. Io davo le spalle a entrambi, tremando, di collera o forse di spavento, non tanto per la persona dell’autista e della sua richiesta di incontrarmi, ma per la situazione in sé, per il fatto che le circostanze ci avessero portato allo stesso punto di non ritorno, senza possibilità di appello, di trattativa. Non erano gli attori, ma i termini della scena ad essere condannati all’abisso per la colpa di avere concertato un finale senza orchestra, cantante o direttore, senza avermi prima consultato, per chiedermi almeno il permesso, se non il diritto di replica alla rappresentazione di quel dolore insostenibile, senza orizzonti.

Stanislao fingeva di ascoltarmi, mentre scartava con cura la rivista di poesia dal cellophane. Ariele teneva il bicchiere di vino in una mano – mi accorgevo dalla voce che ogni tanto si fermava e lo sorseggiava. Quando stappai la nuova bottiglia, lui era già vicino alla mensola dei ricordi. Prese il coltello da sub. Se lo puntò alla gola, per saggiarne nei dettagli l’affondo, la qualità della lama, la freddezza. Mi disse che sembrava nuovo. Il rosso del manico brillava al suo massimo, come un rudere al tramonto. Il poeta disse che non l’aveva più usato. Lo aveva solo dimenticato nel cuore di una compagna di classe, tanto tempo fa. E io gli sorrisi con amarezza, non appena lui mi guardò, cercando subito dopo il terzo bicchiere che non trovavo. Stanislao mi disse di non preoccuparmi, ma io dovevo trovare a tutti i costi il terzo bicchiere. «Lara lo avrà nascosto, maledizione» dicevo, frugando a vuoto nella cucina, come in un luogo ignoto, ma i bicchieri erano soltanto due. Erano rimasti i due colorati, dal diametro troppo ampio, dove di solito bevevano le bambine. Erano i contenitori delle conserve di pere William’s, non erano nemmeno dei veri bicchieri. Li presi lo stesso, quando Stanislao posò la rivista sul tavolo, dicendomi con un filo di voce che l’autista voleva incontrarmi. «A te solo, però. Prima del processo. Ci teneva che fossi a conoscenza di alcuni dettagli importanti, non tanto per il tuo lavoro di avvocato, ma per la persona speciale che sei, capisci? Per il tuo lato umano, la tua sensibilità, come mi ha ripetuto più volte. L’ho visto sincero, anche commosso. È difficile che mi sbagli sulle persone, sulle loro espressioni, lo sai. Di Lara non vuole saperne, però. Non ho capito il motivo, ma nemmeno gliel’ho chiesto» mi fece, con un lieve disagio. Io non parlavo. Ariele mi venne vicino, mi strinse un polso e mi disse di reagire, che la mia chiusura non mi avrebbe portato a nulla. Io chiesi loro del concerto notturno dell’orchestra nel bosco, mentre la mia mano sinistra stringeva il bicchiere e la radio perdeva la sintonia. 

Presero posto al tavolo accanto alla finestra. Sistemarono la candela al centro e mi dissero di raggiungerli. Io mi sentivo sempre più stanco, fuori luogo. Avrei voluto che andassero via, ma non potevo dirglielo. Era da troppo tempo che non li vedevo. Mi avevano cercato a lungo. Avevano passeggiato nelle ombre del bosco e nella neve alta del pomeriggio, per poi ritrovarmi a casa, senza luce e con un bicchiere di vetro in meno. Stanislao cominciò a sfogliare la rivista di ermetismo lirico, cercando la pagina della poesia di mia moglie, il cui titolo era Il cervo bianco, un titolo astratto, enigmatico, che non mi spiegavo e che rappresentava uno dei tanti misteri di Lara e della nostra esistenza. Gli chiesi di non cominciare, spiegandogli che non me la sentivo. Ariele si fece coraggio e mi chiese perché Lara fosse andata via, proprio in un momento così difficile, poi. Non se lo spiegava. Io lo guardai a lungo, nel suo viso ovale, rosato dal bagliore incerto della candela, che aveva quasi raggiunto il suo limite, al giusto confine con l’oscurità e con quella risposta impossibile che non avevo. Il poeta mi chiese cosa avessi deciso per l’incontro con l’autista. Non era solo colpa sua, ne era convinto anche lui. Ma neanche a lui risposi, ritornando lo studente ostinato, impreparato  e scontroso di un tempo. Guardai solo nel vuoto. Pensando alla magia della vostra morte, rispetto al peso apparente di una qualsiasi verità, quando la candela si spense.

Continua...

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