Il cimitero degli alberi di Natale
Camminavo un pomeriggio di metà gennaio sul Quai d’Orsay, lungo la Senna. Il cielo era grigio e piatto e il freddo, reso più pungente dall’umidità, mi congelava le dita delle mani. Durante l’energica camminata, nel tentativo di mantenermi calda, passai di fronte ad un mucchio di piccoli abeti stipati in un angolo circoscritto del lungofiume. Era quel periodo dell’anno, il periodo dei cimiteri di alberi di Natale.
A partire da pochi giorni dopo Capodanno le strade, i viali, iniziavano a vedere spuntare degli abeti domestici sul ciglio dei marciapiedi, a qualche passo dalla porta delle case che li avevano accolti. Degli abeti che stavano lì, a volte un po’ inclinati, a volte stesi a terra, come nell’attesa di un autobus che prima o poi passerà.
E pensare che sono stati i protagonisti di case e salotti, grandi e piccoli, solo fino a qualche settimana prima. Una fiamma di fama che si spegne in qualche soffio. Ripensai all’ultimo Natale e a quelli passati. Ricordai le luci piccole e brillanti come tante minuscole stelle, luci che accendono la città, i viali, le vetrine dei grandi magazzini, tante case e questo bisogno che sentiamo di farci accecare dalla loro luce amaliante e scaldarci al calore dei loro tenui scintillii. “Fuori è freddo ma dentro fa caldo”, come dice piu’ o meno una canzone, o almeno così vogliamo credere.
Ripensai all’entusiasmo gioioso di riportare in casa i cartoni contenenti gli addobbi, con un filo di polvere sulle dita e un leggero odore di chiuso. Un entusiasmo che mi ha sempre pervaso. Ritrovare decorazioni che hanno anni, come conoscenze di vecchia data, proiettarsi verso i giorni di festa, verso i regali, verso le vacanze. Non ho mai avuto natali innevati, natali da film. Anzi, erano spesso piovosi e a volte lunghi e forse anche un po’ noiosi, ma quel sentimento di attesa e preparazione non mi ha mai abbandonato. E’ come preparare una gustosa torta per un compleanno speciale anche se poi non si farà in tempo ad assaggiarla. Quegli alberi in attesa di essere portati via rappresentavano tutto questo ai miei occhi.
Ricordai poi come sia velato di malinconia il giorno in cui l’albero dev’ essere smontato, fin da bambina, con la sensazione che qualcosa di speciale finisse per sempre. Gli scatoloni prima svuotati, si riaprivano per raccogliere ciò che restava delle feste. Uno ad uno, gli addobbi vi sparivano dentro, avvolti con cura nella carta velina, come piccoli cimeli di un tempo ormai trascorso. Le luci si attorcigliavano su se stesse, e la casa sembrava improvvisamente più spoglia.
“Ma perché dobbiamo toglierlo?” avevo chiesto una volta ai miei genitori. “Perché non possiamo tenerlo tutto l’anno?” Mi era stato risposto con un sorriso indulgente: “Perché il Natale è speciale proprio perché finisce. Se restasse per sempre, smetteremmo di accorgerci di quanto è bello. Diventerebbe solo un’abitudine, e non avrebbe più lo stesso valore”.
Allora non avevo capito. O forse avevo capito, ma non volevo accettarlo. E ora, tanti anni dopo, guardando gli alberi abbandonati lungo la strada, mi tornava quella stretta leggera nel petto. Perché abbiamo bisogno di creare momenti speciali solo per poi vederli svanire? Non potremmo portarci dietro un frammento di quella magia, ogni giorno, ed essere capaci, ogni giorno, di godere di quel luccichio speciale?
Ci sarà un altro Natale, e altri alberi saranno amati e decorati per qualche tempo, le luci della città ci incanteranno di nuovo, poi tutto pian piano si spegnerà, il palco si svuoterà. Usciremo da questo teatro e riprenderemo la nostra vita, con una manciata di buoni propositi che cercheremo di far durare il più possibile. E così, di anno in anno.
Sulla via del rientro passai davanti a un fioraio. Tra le varie piante e fiori in esposizione, scorsi un piccolo abete in vaso, quasi nascosto in un angolo. Entrai e chiesi se fosse ancora in vendita.
Lo portai con me, il profumo di resina che si mescolava all’aria della sera. Superata la porta d’ingresso del condominio, attraversai l’androne e mi diressi verso il cortile, poi mi procurai la pala usata dal giardiniere e iniziai a scavare. La terra era dura, ma pian piano trovai lo spazio giusto. Quando terminai, rimasi a osservare il piccolo abete. Avrei potuto vederlo ogni giorno,nel cortile, affacciandomi dalla mia finestra.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Primo racconto, Chiara, e un bell’esordio, direi. Una sola battuta di dialogo, e forse non ne servivano di più. Il movimento è tutto interno all’io narrante, che non ha nome perché -così ho immaginato- riproduce un tuo personale ricordo,o una sua rielaborazione.
Grazie Francesca per aver letto il racconto e il tuo commento! Hai centrato il punto di questa storia 🙂
Per i dialoghi, non sono il mio forte, cerco per ora di limitarli molto, un esercizio da praticare forse
H! Veramente bello
Grazie Kenji! Primo racconto pubblicato qui 🙂
Benvenuta!