Il colloquio

Nota per il mio cervello: amo il mio lavoro ma odio il semplice fatto che debba esistere.

Ogni giorno entro in ufficio e passo le ore a riempire questionari, incrociando tabelle e graduatorie senza volto. Dopo anni passati sopravvivendo al vero malessere di questo mestiere mi tocca pure sentire qualche novellino lamentarsi di questo insulso, anonimo e macchinoso “riempi e archivia”; Gesù, potessi fare solo questo…dove dovrei mettere la firma? La realtà, purtroppo, è tutta un altro paio di maniche però ed accade nelle fredde e sterili salette dedicate ai colloqui; qualcosa che chi è troppo inesperto e fragile in effetti non conosce. È proprio lì che accade questa macabra magia: i numeri sgambettano fuori dal foglio e non è come in un cartone animato della Disney in cui tutti cantano e ballano, no. Urlano e piangono, spesso. Oppure ti fissano con degli occhi vuoti, già, perché hanno perso ogni cosa per cui chiunque sano di mente preferirebbe vivere anziché morire. Ed è proprio lì che sto andando.

“ ‘sera Jim.”

Brav’uomo lui: 37 anni, una moglie devota e tanta voglia di mettere al mondo una creatura che però non arriva mai. Ognuno combatte le sue battaglie suppongo ma lui, Jim Devrin, lo fa con il sorriso; sa che in fin dei conti se sei abbastanza vicino da “toccarlo” allora sei nella stessa merda, o come direbbe lui – siamo in trincea -.

“Buona sera Miss Holland, oggi ha un po’ di lavoro” 

Mi dispiace, aggiunge soppesando il pesante fascicolo da oltre la scrivania. Faccenda tosta, penso io.

“Normale amministrazione” aggiungo distratta mentre firmo il modulo per il ritiro degli incartamenti.

Con gesti spaventosamente automatici poggio la valigetta sulla scrivania, slaccio le fibbie, rovescio all’indietro la parte superiore et voilà l’immaginazione fa il resto: nella pratica inserisco il nuovo caso tra gli altri mentre nella fantasia è un altro coltello che pianto nel mio cuore; a volte mi domando se non sia proprio il contrario.

“Oggi è alla numero 7“

La sala numero 7, non è neppure l’ultima. C’è ne sono ben 10, 10! Santo Dio, è davvero così necessario? Certo. Perché dev’esserlo? Perché il mondo è una merda! Ad ogni modo odio ripetermi ed a quanto pare Jim ha imparato a leggere nel pensiero perché mi sta fissando con un sorriso bonario ed incoraggiante stampato su quel viso scavato.

“Grazie”

È più per il sorriso ed il calore umano che per l’informazione in sé ma non serve che io dica niente: lui lo sa, siamo in trincea. Richiudo la borsa e mi avvio verso la stanza, i tacchi delle décolleté che indosso ticchettano contro il pavimento: sono il mio metronomo e mi aiutano a trovare la concentrazione, mi calano nella parte un passo dopo l’altro. Scorro lungo le stanze e ad ogni numero che incrocio cerco di lasciarmi cadere alle spalle una parte di me, piccoli tesori che tento di lasciare intatti: al sicuro. Incredibile come dopo così tanti anni di servizio riesca ancora a credere a questa stupida bugia. Ecco, sono arrivata, in piedi di fronte alla porta mi specchio sulla piastra metallica che fa da cornice a questo maledetto 7. Lo faccio ogni volta quasi fosse un rituale; controllo la maschera che indosso: sembra in ordine e spero sia efficace almeno un’altra volta. In un tentativo di evasione inseguo qualche stupido pensiero: la spesa da fare oppure i programmi per il weekend? Non concesso, il freddo pomolo della porta mi trascina alla cruda realtà ed è la mia stessa mano a fare da innesco serrandosi salda e facendo scattare la serratura. Fisso il pavimento mentre cammino rapidamente verso una delle sedie abbandonate affianco al tavolo. Posso sentire il suo respiro, il suo odore e, per quanto razionalmente comprenda sia impossibile, direi persino il suo dolore. Perché dev’essere così dura, sempre così dannatamente dura?! Mi rifugio nelle routine: posare la valigetta accanto la sedia, estrarre il fascicolo, posarlo di fronte a me, accostarmi al tavolo e trovare il coraggio di alzare lo sguardo.

“Ciao”

Rimango interdetta qualche secondo, davanti a me una ragazzina in lacrime mi fissa con gli occhi gonfi.

Non ho neppure letto il suo nome. 

È stata medicata e nonostante questo la quantità di ferite è facilmente intuibile. 

Non ho ancora letto il suo nome. 

Questa volta la maschera non reggerà, sento che sta per spezzarsi e se dovesse succedere sarebbe davvero un disastro per entrambe. Mi schiarisco la voce, riavvio i capelli ed esamino in fretta le note lasciate dal detective sul fronte della cartella, insomma guadagno tempo.

– 13 anni

– TO duplice omicidio

– possibile VS

Giungo le mani poggiandole sul dossier e poso nuovamente gli occhi su di lei, devo fare il mio lavoro.

“D’accordo Rebecca ora mi prenderò cura di te, non ti preoccupare.”

Le sorrido teneramente; 13 anni ed ha appena assistito al peggio che questo mondo le potrebbe offrire, da un posto in prima fila per giunta. Non risponde, mi fissa ma non è presente. Mi schiarisco di nuovo la voce, brutto segno, ed annuisco lentamente continuando a sorridere.

“Andrà tutto bene”

Temo di non sapere a chi delle due sto parlando ora. Ho bisogno ancora di un’ultima cosa prima di iniziare ed indugio qualche secondo più del necessario china sulla borsa con il viso nascosto dal bordo del tavolo. Ogni giorno pare più duro del precedente ed inizio a percepire quanto sia diventato fragile il vetro che separa la mia vita dalle loro. Poso il registratore tascabile tra me e lei quasi potesse assorbire tutto il dolore che questa sera mi verrà vomitato addosso. Le lacrime scorrono copiose sotto la maschera e credo mi potrebbero soffocare da un momento all’altro.

*rec*

“Sono la dottoressa Amanda Holland ma tu puoi chiamarmi Amy. Hai voglia di parlare un po’ con me?”

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Discussioni

  1. Un racconto forte per il tema trattato e per lo svolgimento di un lavoro che a qualcuno tocca pur fare per riequilibrare il male che dilaga nelle persone.
    Più che consiglio, il mio vorrebbe essere un suggerimento a dargli ancora più spessore e introspezione, per aumentare la tensione di quello che esprimi.
    Tolto il limite di parole qui su Open, fossi in te lo svilupperei anche più in lungo, potrebbe rendere bene 😉

    1. Grazie mille per i commenti Marta.
      Sono consigli che di sicuro metto nel bagaglio di esperienze che sto coltivando in questa prima fase di sperimentazione 🙂