
Il commando della vendetta
Olanda, 1944
Dopo essersi paracadutato coi commilitoni, Alfred camminava nell’ombra. Stava attento ai canali, non aveva nessun desiderio di annegare. Forse così avrebbe raggiunto Lucy, ma non era il momento.
Attento a ogni passo, si preoccupava che l’intero commando facesse la stessa cosa. L’aveva detto: “Chi ci fa scoprire, muore. Se poi dopo moriamo tutti poco importa, ma questo sarà incerto, la sua morte no”. Aveva parlato a cuore aperto.
Alfred sbucò dalle tenebre e vide in lontananza la base di lancio delle V2. Le “armi di rappresaglia” colpivano Londra anche se gli Alleati erano sbarcati in Normandia e la battaglia d’Inghilterra si era conclusa già da tempo. Sembrava che i tedeschi fossero offesi adesso che avevano capito che non gli era permesso conquistare altri paesi. Che lo capissero al più presto, e che si arrendessero soprattutto.
Il commando penetrò nella base, le sentinelle finirono con la gola tagliata, gli uomini strisciarono e marciarono fino alla rampa di lancio: la sabotarono con le cariche e, se qualche tedesco li sorprendeva, bastava una raffica silenziata di Sten Mk II e il problema terminava.
Per Alfred no: si augurava che tutti i tedeschi morissero. Dopo quel che era successo a Lucy…
Alfred non aveva un’anima, ma un deserto in tempesta. Dopo aver estratto i resti smembrati di sua moglie dal palazzo crollato a causa dell’esplosione di una V2, aveva giurato di vendicarsi. Gli psicologi e i medici del Royal Army non sembravano essersi accorti della sua smania, e meno male!, forse perché la guerra stava volgendo al termine si aveva bisogno di tutti gli sforzi umani per vincerla e, se al fronte si inviava un maniaco depressivo che voleva ridurre in brandelli tutti i tedeschi dall’Olanda alla Polonia, poco importava.
«Signor capitano, abbiamo finito» sussurrò un commando.
«Bravi ragazzi, ma ora miniamo pure il deposito delle V2».
«Non possiamo, non sono gli ordini».
«Ordini che vi sto dando io» digrignò i denti.
Obbedirono.
Si diressero verso il deposito, altri tedeschi furono sgozzati, Alfred si compiacque del sangue versato, minarono pure l’imponente edificio.
Prima che potessero far esplodere tutto ci fu un grido, un fanale acceso su di loro fin tanto da accecare per un momento Alfred: i tedeschi si diressero su di loro con gli StG44 ansiosi di ucciderli.
Alfred cacciò un urlo e fece fuoco con lo Sten, poi passò al corpo a corpo.
Molti commando morirono, anche molti tedeschi, ma Alfred si fece pochi graffi. Radunò i superstiti, corsero verso la foresta:
«Fate esplodere tutto» ordinò.
Un telecomando.
Il pulsante.
Premuto.
Ci furono esplosioni tonanti, peggio di un’orchestra di percussioni. Le fiamme si innalzarono con forme mefistofeliche e Alfred batté le mani a vedere i tedeschi finire inceneriti.
Ma per la sua vendetta, era ancora troppo poco: c’era un’intera Germania da sterminare.
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Ho letto un libro, da ragazzino, su Peenemünde. Un esempio di come si sia preferito, cinicamente, lasciare in piedi la tecnologia nazista per usarla a fini bellici post-guerra. Alla fine la bombardarono gli inglesi, ma senza fare troppo danno…
Ben scritto il racconto, e ben descritta la personalità distrutta del protagonista.
Grazie per la tua gentilezza! Sai, mio padre è di Messina, come te, ma abita dal 1974 a Varese dove sono nato e dove vivo
Di nulla, i tuoi racconti mi piacciono.
Però non sono di Messina, ci lavoro solo. Viaggio in autostrada…
Crudo, con una frase finale al limite del “bestiale”, che fa trasudare tutto il risentimento e il desiderio di vendetta del protagonista.
Molto evocativo.
Grazie! Speriamo che io possa continuare a scrivere e che mi imprigioni in una vita senza sogni
“Alfred non aveva un’anima, ma un deserto in tempesta.”
Bella immagine!
Grazie! Proprio oggi ho saputo che due miei racconti sono stati selezionati per delle finali