Il compagno di scuola
Maledetto lavoro.
Ero giovane, traducevo Tacito all’impronta, Liceo classico, si capisce, poi laurea in Lettere antiche con lode.
Parlerò del bello, del giusto, del buono: poi l’uomo di cultura piace.
Quando con la mano fluttuante il mio prof diceva:
“I poeti anime elette, riman laudi e piagnistei/ per l’amore di Giuliette di cui mai sono i Romei!”
ahhh, le fanciulle si scioglievano…
A cinquant’anni io invece dico: «Cristosanto, Giovannelli! E’ tutto l’anno che siamo su Foscolo!»
Si apre la porta della classe: «Professore?»
«Che c’è?!» rispondo con un’occhiataccia.
«La professoressa Nicolai non riesce a fare lezione se lei strilla così.»
Resto interdetto per un attimo, profanato nell’intimo, poi: «Ehm, sì sì, ho capito torna in classe.»
Ed eccolo, Giovannelli.
«Vede professore… io HO studiato, però di questo Foschìlo il teorema proprio non lo ricordo.»
«Quale teorema??»
«Quello di F-Fosco…no?»
«Ma mica era un matematico!»
«Ah no?» il ragazzo lancia un’occhiata implorante ai primi banchi.
«Giovannelli oggi finisce male. Bargagli rispondi tu.»
Ed eccolo Bargagli.
«Professore, mi ha già interrogato due volte questo mese. Lei non può tirarsi su il morale con me solo perché son l’unico che studia!»
«Ah, non posso?» mi ritraggo sulla sedia entrando un po’ in penombra.
La disciplina torna a contare? Allora Bargagli si prende un bel tre per condotta… rivoluzionaria.
Osservo compiaciuto Bargagli che si contorce nel banco, prossimo all’infarto.
Ma, in realtà, non risolvo niente.
Ci vorrebbe aria nuova al posto dell’odore di gesso e cadavere che aleggia in tutte le classi del Regno. Sempre questi occhi velati da un sonno eterno, come quelli delle cernie surgelate. Non hanno voglia? Se ne andassero a lavorare!
In realtà la colpa è nostra, ripetiamo da secoli la stessa nènia ministeriale e questa gioventù, satura di tutto, ci osserva da lontano. Il concetto del dolore in Manzoni e Leopardi? Meglio la morte.
Guardo sconsolato il perimetro della classe col cuore di un capitone nel lavandino.
Ho sbagliato mestiere.
All’uscita di scuola ricevo un sms: Sono a Roma. Un caffè al Greco, diciamo tra un’ora? L.
‘L.’ sta per Licari, l’eterno compagno di banco, sempre bello ed elegante. Con gli anni ci siamo persi di vista, qualche email e niente più. Prendo la metro A per raggiungere il Caffè Greco. Che ore sono? Il mio vecchio Casio dorato si è fermato di nuovo.
Gli amici di lunga data non cambiano mai, e Licari è sempre lui, col suo volto levigato, nonostante i 50 anni; il corpo palestrato morbidamente adagiato in un lussuoso Ferragamo.
Ci sfottiamo un po’.
«Sempre elegante, eh?»
«E a te come va, insegni ancora?»
«Sì, Lettere.»
Licari mi osserva con tenerezza.
Chissà perché quando dico che sono un professore di Lettere tutti mi guardano così. Cos’è? Compassione? Pietà? E se ti chiedessi su due piedi di parlarmi del quattordicesimo canto del Purgatorio – penso – non rideresti più? Ho visto studenti sfiorare l’ictus per molto meno. Licari all’improvviso si fa serio: «Ho chiamato per rivederti dopo così tanto tempo e, lasciatelo dire amico mio, hai scritto in faccia il disincanto.»
«Si vede tanto?»
«Sì, si vede tanto.»
«I ragazzi sono…»
«Del tutto impermeabili a ciò che insegno,» chiudo rilasciandomi sulla sedia come un palloncino bucato.
«Ho da proporti un affare. Che ne diresti di arrotondare?»
All’improvviso mi ridesto drizzandomi sulla sedia: «Magari!»
La mano curata di Licari si eclissa nella giacca, poi avvicinandosi al mio orecchio: «Ricordi quando giocavamo all’assassino?» Sul tavolo si materializza una lettera bianca sigillata. Curioso che di tutto ciò che posso pensare io mi soffermi sull’ètimo della parola assassino. Ricordo vagamente che ha a che fare con la parola hashish. Licari sorride in modo strano e indica con gli occhi la busta sul tavolo. D’improvviso collego l’hashish alla lettera.
Mi gèlo.
Licari ordina del whisky per farmi respirare. Quel tipo elegante seduto di fronte a me non è più lo spensierato compagno di giochi e di scuola. Chi è?
Ingollo il whisky tutto d’un fiato.
«Qui dentro c’è una foto,» prosegue Licari giocando col bicchiere intonso «e per te ci saranno tre milioni di euro.»
Tre milioni di?
Mutuo, bollette, rate macchina.
Un’altra vita!, mi grida qualcosa dentro.
Prendo la busta d’istinto.
«Quanto tempo ho per pensare?» domando come un bambino che vuol fare metafisica.
«Due giorni.»
Con l’animo in subbuglio conquisto Piazza di Spagna, e mi accascio sugli scalini eterni improvvisamente invecchiato di vent’anni. Come in trance traggo di tasca la busta, la apro.
Dentro c’è la foto.
Paralisi.
Licari?!
La pazienza mi esplode in cento cristalli finissimi. Afferro il cellulare. «Che significa?? E’ uno scherzo?»
La voce di Licari adesso non è più quella di un uomo fermo e deciso, di un vincente, ma di un uomo spaventato e distrutto. «Ascoltami, ti dirò tutto. Ho un fiore in bocca, tu capisci, le cure e tutto il resto, insopportabile. Questa soddisfazione a Dio non gliela do, di umiliarmi fino a farmi ischeletrire impotente, straziato dalle lacrime dei miei cari. Ho già pensato a un videomessaggio che ti scagionerà totalmente. Un solo colpo di pistola. Tre milioni di euro. Pensaci, ti prego. Ti prego.»
Sordità. Il cuore cerca di liberarsi dalla bocca. Piazza di Spagna non è mai stata così silenziosa. Guardo la fontana di fronte a me senza pensare a niente. Nessun riferimento storico, nessun giudizio estetico, niente. Sordità. Torno a casa, butto giù un ansiolitico cercando il buio. E lo trovo, finalmente.
«Professore… professore si sente bene?»
Guardo Giovannelli, giovane, incolpevole. Una vita davanti. Gli sorrido. Lui mi guarda come se fossi un ebete. Osservo il perimetro della classe. Chiudo gli occhi e dico: «Per Pirandello importante era non fidarsi mai delle apparenze.»
Il mio Rolex Daytona Gold segna le ore otto e venti.
Precise.
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Ciao Simone, davvero ben scritto e coinvolgente questo racconto. Andando oltre la scelta estrema del professore, credo che sia una fotografia molto riuscita e dolorosa della distanza tra insegnanti e ragazzi e della situazione preoccupante nelle scuole. La voce interna del professore, i dettagli che nota, il suo sarcasmo, rendono il personaggio davvero credibile e il dettaglio dell’orologio è un tocco da maestro per far capire quale scelta abbia avuto la meglio. Davvero complimenti!
Ciao Melania, sì la distanza generazionale è uno dei grandi temi del lavoro degli insegnanti. Una riflessione continua e al contempo una meravigliosa sfida. Ricordando sempre che nostro è l’intento, l’esito no. Grazie di essere passata e del tuo bel commento.
Questa volta condivido l’ esclamazione di Kenji: wow! che racconto scoppiettante. Incredibile fin dove possa arrivare un professore frustrato. Incredibile ma non impossibile, a giudicare da questo tuo racconto che, per quanto possa sembrare eccessivo, cattura l’ attenzione; forse perché contiene molti elementi della nostra tragica realtà.
Grazie M.Luisa, è vero, ma è perché viviamo tempi eccessivi, dove anche la persona più comune e pacifica (chiunque, non solo un professore) può commettere cose terribili. Comunque è un racconto di ben dodici anni fa, che ho un po’ risistemato per sottoporlo alla vostra attenzione. A presto.
Solo una parola: wow!
Solo una parola: grazie!
Mi ha colpito molto questo professore che tocca il fondo e, per fuggire da una vita che non sopporta più, accetta di vendere l’anima. Alla fine ottiene i soldi e il lusso, ma quel Rolex d’oro al polso pesa come un macigno perché nasconde una scelta terribile che non potrà mai raccontare a nessuno.
Sì, Mariano. Trovo che le scelte terribili siano materiale perfetto per la narrazione. Grazie per aver letto. Un saluto.
Il testo colpisce perché dietro l’ironia scolastica racconta una sconfitta profonda: la distanza tra l’ideale della cultura e la sua miseria quotidiana. La classe non è solo comica, è già una prigione.
L’incontro con Licari trasforma la frustrazione in vulnerabilità morale: mutui, stanchezza, disincanto rendono plausibile l’impensabile. Il finale, con il Rolex al posto del Casio, è un dettaglio feroce: la cultura, da rifugio, diventa alibi. E lì il racconto smette di far sorridere.
Ciao Daniele, bel riscontro denso e interessante. Grazie per essere passato di qua.
Il cambio di marcio nella narrazione è pirotecnico.
Si viene catapultati dalla simpatica quotidianità di un professore bilioso prossimo all’esaurimento a causa della frustrante mancanza di recettività degli studenti al dramma interiore di un uomo che deve scegliere se pagare, o meno, il prezzo dell’impennata che gli permetterà di cambiare lo stile della propria vita, senza tuttavia potere sapere che il dazio saranno la perdita della coscienza ed il cambiamento radicale della propria essenza
Sì, e tutto per un pugno di dollari. Grazie Gab.
*** cambio di marcia nella narrazione ****
L’ avvocato Rabiotti docet.
“Due sono le certezze: il cielo stellato sopra di me ed il mutuo mensile che devo pagare”
Grazie a Te Simo