
Il confine labile della paura
Seguirlo non fu facile, l’albergo rincorreva le montagne alte, vette spregiudicate di vento gelido e tagliente, mentre lui si stringeva nel suo lungo cappotto ed io avevo ancora il suo odore in corpo.
Si accese una sigaretta prima di entrare nella hall, la marca era la stessa di quella che mi aveva spento addosso, un secondo ombelico di tortura dove mi aveva marchiato il ventre a fuoco.
Sotto il maglione sentivo la lana stridere con il cerotto, avrei voluto strapparmi tutto di dosso , essere nuda come lo ero stata davanti a lui, ma ancora intatta, ancora integra nella mia identità.
La valigetta nera l’aveva anche quel giorno con me, ricordo le cinghie arrivate sulla testa, il profumo del cuoio lucido, e la mia pelle anch’essa in vetrina, dentro i suoi occhi che come saracinesche mi stavano chiudendo e intrappolando nella sua presa.
Io invece avevo appresso una piccola valigia, dentro un solo vestito, poi il coltello, la pistola, il veleno, come l’avrei ucciso non l’avevo ancora capito.
Lui aveva oltrepassato il confine della porta scorrevole e non sapeva che sarebbe morto quella sera.
Aspettai altri minuti, la gente andava e veniva dalla funicolare in un moto disordinato e circolare, nessun altro modo di arrivare fino a lì, nessuna alternativa se il confine della morte superava quello della vita, nessuna via d’uscita nemmeno per quello che sentivo io, cerotti invisibili mi ricoprivano completamente, brandelli di me lasciati a lui e non ancora restituiti.
Se fossi entrata anche io nel resort che prometteva pace e relax, avrei macchiato di sangue il confine limpido delle mie mani ora violente, nevrotiche, incontrollabili.
Raccolsi il bagaglio da terra, un bambino ci urtò contro, esitai, picchiandomi gli spigoli duri contro i polpacci, attimi brucianti in cui mi ricordai chi ero stata e cosa avrei potuto ancora essere, ma con lui vivo non avrei mai avuto la forza di proiettarmi nuovamente in una vita normale.
Entrai, il confine ormai superato dell’ingresso, le pareti di legno che sapevano di fresco, guizzi arancioni di camini lontani, volti sorridenti in divisa a chiedermi il nome e raccogliere la mia valigia.
“Benvenuta al Vigiluis mountain resort. Come posso esserle utile?”
“Ho una prenotazione. Ghirardi, Marina.”
Ero riuscita ad entrare nella sua casella postale e avevo trovato la prenotazione all’hotel, ora la stanza che aveva scelto si trovava difronte alla mia, e non era una casualità.
Avevo dato il mio nome reale, non volevo nascondermi, avrei fatto quello che ritenevo giusto fare, nelle sembianze che avevano spinto lui a fare di me una carne da macello personale.
Doveva vedermi così, con indosso i vestiti di quando lo incontrai, non esattamente gli stessi, quelli me li fece a pezzi in pochi istanti, ma erano identici, così come la coda di cavallo appoggiata alla stessa altezza del collo, le righe di eyeliner perfettamente uguali, l’identica catenina al collo, solo io non ero più la stessa.
Oggi non mi avrebbe sottomessa, scaraventandomi a terra, oggi non mi avrebbe stuprata, non mi avrebbe strappato la camicetta con un solo gesto, non mi avrebbe invaso il collo con la sua barba graffiante, non sarei stata un’estranea, oggi avrebbe saputo chi ero, mi avrebbe riconosciuto.
“La sua stanza è pronta.”
Dentro la camera era bianchissima, come immacolata di vissuto. Mi fece venire brividi e solitudine.
Tolsi le scarpe, sciolsi i capelli e guardai fuori.
Una valanga di neve e di infinito mi avvolse da oltre il confine di quelle pareti, io e il mondo eravamo ormai qualcosa di distante, ciò che rimaneva e mi importava era il confine che stava tra la sua stanza e la mia, tra la sua morte e la mia vita.
Presi la pistola fra le mani, non ero nemmeno in grado di reggerla.
Se fossi stata quel tipo di persona che adesso volevo essere, quel giorno forse lui non mi avrebbe ridotta in quello stato, se avessi avuto inizialmente il coraggio e la forza di essere diversa, forse gli avrei fatto del male per prima, non lo avrei avuto dentro, in modo così disgustoso e paralizzante da non riuscire più a guardare me stessa senza vedere anche il suo volto, la sua espressione vuota e incombente scaraventata dentro ogni mio incubo, dentro il poco respiro di ogni giorno, nel dolore al petto così eterno, una perenne violenza incessante in ogni mio istante.
Stavo perdendo tempo, analizzando la mia esistenza attraverso la sua violenza.
Dovevo ucciderlo, era mio diritto toglierli più di quello che mi aveva preso.
Lo stupro è un omicidio muto, un affitto di corpo che non si vende alla morte ma la sfida, trascinandola sempre più verso il proprio emisfero.
Il mio mi sembrava solo il confine rotto della mia moralità.
Mi avevo infettato del suo essere, adesso ero come lui.
Violenza su violenza, dolore per dolore, con la speranza che questo fermasse ogni mia emozione.
Il cellulare mi vibrò tra le mani.
“Dove sei?”
“Non mi cercare più.”
E riagganciai.
Per diventare una criminale, i legami erano da spezzare.
Non volevo che la mia violenza diventasse collettiva, così infettiva da non avere antidoto al contagio.
Nella tasca dei jeans avevo il piano di ogni suo appuntamento, pensai di affogarlo nella spa, di sparargli nello spogliatoio, di avvelenare il suo aperitivo, e più pensavo più rimanevo immobile nel letto, la pistola accanto, il coltello poco lontano, la bottiglia di veleno sul lavandino, nessun segno decisivo di come volessi ammazzarlo.
Quale era adesso il confine della mia attesa?
Intanto la neve di fuori era diventata buio solido e oscuro e le stelle, così vicine al cielo e al tetto sopra di me, sembravano lanterne appese in sosta per fare festa, invitavano a ballare e a parlare d’amore, chiudevano il rumore nel silenzio dell’oscurità.
Indossai una camicia da notte e ordinai la cena in camera, quando bussarono alla porta, lui dalla stanza di fronte stava facendo la stessa cosa, la sua voce mi scaraventò nel momento esatto in cui l’ebbi addosso.
Mi riconobbe subito, un sussulto gli pervase il volto, la faccia pallida e sgomenta, il flûte nella mano destra che cadde, e uno sguardo lungo secondi interminabili scorse sul confine labile della nostra paura.
Richiuse la porta con un colpo secco ed io feci lo stesso, inconsapevole del male che mi ero fatta.
Il colpo di pistola risuonò nell’aria vibrante e corposo, piccolo fuoco d’artificio funebre e spento di luce.
Il sangue scivolò oltre il confine della porta chiusa, un fiotto veloce che correva rapido verso di me.
I giornali parlarono di un’assassina disperata e inesperta, ma quella donna non ero io.
Seppi che come vittima non fui la prima, ma rimasi certamente l’ultima.
Non compresi mai cosa avrei scelto, quella notte, se qualcun altro non avesse avuto quel coraggio che a me era mancato, di vederlo così, morto e ammazzato.
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Assolutamente devastante!
È difficile calarsi in certe situazioni per comprenderle, ma con questo racconto credo di esserci riuscito per un po’!
“toglierli”
credo debba essere “toglierGli”
Ho letto molti altri tuoi racconti. Quel che mi piace di quel che scrivi è l’uso degli aggettivi.
“Lo stupro è un omicidio muto…” credo possa essere la sintesi perfetta di un racconto che toglie il fiato e arrivi a leggere quasi in apnea. Brava Marta!
Grazie mille Marco! Mi lusinga riuscire ad arrivare in questo modo, grazie davvero!
Una storia molto forte, ben scritta, con un pathos crescente e un finale a sorpresa.
Grazie Lucia, per avermi letta e per questo tuo bel commento 😀
Esistono due tipi di storie: quelle che si lasciano semplicemente leggere e quelle ti colpiscono nel profondo. Questa storia appartiene alla seconda categoria. I sentimenti e le emozioni che descrivi urlano, fanno un rumore quasi assordante!
Brava! Per me questo è uno dei tuoi migliori racconti.
Ciao Dario 😀
Wow che complimentone, grazieee!
Non è da me apprezzarmi, però concordo con te sul fatto che sia uno dei miei racconti migliori, prima ancora che come contenuto, come modo di scrivere, quindi sono contenta che questo mia soddisfazione possa arrivare anche al lettore.
Quanto ai sentimenti e alla sensazioni, effettivamente volevo ci fosse lo stordimento, la percezione estrema del dolore e dell’insicurezza che questo crea nel definirci persone.
Grazie davvero per avermi letta!
Mi sono piaciute le similitudini che hai utilizzato per esprimere il dolore di lei. Giù, fino nel profondo, ad analizzare la sua condizione di vittima. Un bel racconto. Ti faccio i miei complimenti. Ciao.
Ti ringrazio Cristina, volevo proprio analizzare con profondità tutto quello che la protagonista poteva sentire una volta subita una tale violenza.
A presto 😀
Ciao.In bilico al limite, in una linea di confine, esplori il profondo con un’introspezione sottile che rivela un sentimento di scissione e di forte carica emotiva. Sul punto di…agire e di oltrepassare l’attesa, riesci a catturare l’attenzione del lettore, coinvolgendolo nel momento risolutore della storia. Narrazione fluida ed elegante che consente altresì una riflessione consapevole sul dramma della violenza e sulle ripercussioni che ne possono derivare fino alla decisione estrema. Intenso e denso di verità. I miei più sinceri apprezzamenti.
Ciao a te 😀
Sono molto contenta che sul punto di agire riesco a coinvolgere e a spingere il lettore proprio in quel omento, essendo la svolta era importante che si vivesse il dubbio e l’incertezza della protagonista fino al finale, insieme alla determinazione di voler porre fine ad un incubo che ha preso forma nella realtà.
La scrittura voleva enfatizzare l’analisi, fino al punto che il racconto diventa riflessione di vita, che oltre la storia, può rappresentare purtoppo molti di noi, da entrambe le parti, grazie per aver compreso questo e avermi letta!
Ciao Marta. Al di là del tema – difficile e delicato, ma che hai saputo affrontare molto bene –, ciò che ha maggiormente catturato la mia attenzione è stata la struttura impiegata: una narrazione che ti entra nel cuore grazie ai pensieri, alle emozioni espresse della protagonista. Un turbinio di sentimenti che da una parte affascina il lettore, ancorandolo e tuffandolo in quei toccanti e truci ricordi, e dall’altra lo invoglia ad andare oltre per scoprire e comprendere il finale. Sinceri complimenti!
Ciao caro Giuseppe!
Mi colpisci a fondo, nel bene, perchè a mio avviso è soprattutto il modo di scrivere che costruisce la scrittura e delinea lo scrittore, per cui grazie mille!
In questo racconto c’è tantissimo del mio modo di scrivere abituale, cioè di come mi viene meglio descrivere la storia, che in questo seppur breve voleva condensare tanti passaggi del proprio animo attraverso il corpo, sono felice che sono riuscita ad affascinarti e a tenerti con me fino al finale, una grande vittoria personale, GRAZIE GRAZIE GRAZIE!
Sì, la risposta che hai dato a Isabella racchiude tutto. Nessuno sa quando, e se, il tenue filo che ci lega alla lucidità si spezzerà. La verità è che tutti siamo dei potenziali assassini: spesso, uccidiamo per prima la nostra anima.
Ciao Micol, intanto grazie per avermi letta 😀
Sì, potenzialmente tutti possiamo uccidere, paradossalmente il togliere la vita, fa parte della vita stessa. Però esistono i confini, ed era questo che volevo delineare nel racconto, quando i confini si uniscono, dove tracciamo i nostri limiti? Difficile da capire quando si è dentro la storia, e non in senso letterario.
Ti ringrazio per avermi apprezzato, alla prossima lettura!
Bel racconto. Il tema è difficile e toccante. La resa della sofferenza di lei è ottima. Che poi è lo specchio della brutalità di lui. Ho gradito particolarmente il finale, inaspettato e altrettanto realista e giusto nell’economia della storia. Brava! Come sempre del resto 😉
Ciao Massimo 😀
Grazie, sì tocca un tema forte che ne coinvolge altri altrettanto dolorosi, sono contenta che tu sia riuscita a vedere un parallelo tra entrambi i protagonisti, anche se poi le scelte finali sono differenti, e appunto per questo ho voluto che la conclusione fosse da una parte inaspettata e dall’altra coerente con la psicologia di lei e il tempismo della vita, soddisfatta se sono riuscita a trasmetterti questo! A presto 😉
Bellissimo! Anche tu hai trattato un tema affatto facile. Ma sei stata chirurgica al punto giusto. Brava!
Grazie mille Cristina, volevo riportare la tragedia esterna per arrivare a quella interna, a volte arriviamo allo stremo che ci porta all’estremo delle vicissitudini. Grazie per avermi letta!
Sono rimasta veramente colpita da quello che descrivi e da come lo fai. Mi ha fatto riflettere sulla violenza, di tutti i tipi.
“…con lui vivo non avrei mai avuto la forza di proiettarmi nuovamente in una vita normale…”
“…la sua espressione vuota e incombente scaraventata dentro ogni mio incubo…”
Sono due passaggi che mi hanno toccato nel profondo, facendomi capire per un attimo quanto deve essere terribile sentirsi legati proprio malgrado a qualcuno che entra con violenza nella nostra esistenza, lasciandola indelebilmente segnata. Bravissima
Ciao Isabella!
Effettivamente voleva essere un racconto sulla violenza ambivalente e coerente con tutto quello che la violenza può essere in ogni persona, vicenda o contesto.
Oltre i fatti narrati, decisamente forti e portati al limite, volevo che il racconto rappresentasse anche le dinamiche interne, il contagio che un atto brutale può avere su una persona e far vacillare anche quella più “sana”.
Personalmente credo che anche senza arrivare alla violenza subito dalla protagonista, tutti noi possiamo essere sfiorati dall’idea o dall’impulso di uccidere qualcuno, senza arrivare a farlo per forza, penso che sia un meccanismo che parte dalla privazione di un qualcosa di nostro che immancabilmente ci viene inflitto nella vita e che genera questa sofferenza che crea solo altra violenza. Grazie per avermi nuovamente letta!