Il cortile

Serie: I ragazzi della via Polli


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Bianca finì a letto senza cena, con tripla dose di colpi, per le sue scorribande con gli amici.

La casa del signor Aldo, in vico Polli primo, era molto grande. In fondo al cortile c’era un ampio pollaio chiuso, il garage per la vettura, il laboratorio per conciare le pelli, il deposito per la segatura, il parcheggio per il Leoncino e un ampio spazio con vasi di garofani e gerani intorno, di tanti colori. l cancello di ferro restava chiuso di notte e spalancato di giorno. I bambini e le bambine che abitavano in quel rione si radunavano, soprattutto in estate, entravano e uscivano da quell’ingresso secondario, per trascorrere intere serate senza internet e senza alcun tipo di connessione virtuale. Le uniche connessioni erano quelle reali, dei contatti veri, corpo a corpo. I giochi che si facevano ogni sera, del sighi-sighi o del mammacùa e tanti altri, comportavano l’incontro, la vicinanza; spesso lo scontro brusco e lo stretto contatto dei corpi.

Quando partiva la conta del nascondino (mammacùa), il gruppo si sparpagliava. Bianca e Nina andavano spesso a tuffarsi nella grande vasca dei trucioli di segatura del legno, fino ad affondare completamente, lasciando fuori solo bocca e naso per respirare, finché non sentivano i passi di qualcuno che si avvicinava; allora trattenevano il fiato, con tutta la testa sotto. Certe volte erano altri bambini che, avendo scoperto quel nascondiglio perfetto, cercavano alloggio. Bianca e la sua amica Nina, a volte si opponevano.

«Qui non potete stare, se siamo in troppi ci scopre.»

Altre volte, se i bambini erano più simpatici, li facevano intrufolare in quell’ammasso di piallatura che emanava un odore intenso di abete stagionato. Non c’era bisogno neppure di stringersi, per starci tutti insieme, in cinque o anche in sei. Il vascone di cemento era più profondo e più capiente del cassone sul camioncino parcheggiato accanto.

Restavano muti e immobili come mummie, finché non venivano scoperti e veniva pronunciata la parola tana per Bianca o per Nina o per chiunque altro venisse scoperto. Quando, invece, si accorgevano che il compagno o la compagna di giochi che li cercava, si allontanava nella direzione opposta o distante dal nascondiglio, uscivano allo scoperto per toccare il muro della conta ed essere salvi.

Il gioco era una cosa seria, si praticava come un rituale, con il rigore delle regole ben precise che non potevano essere trasgredite senza pagare pegno.

«Regina, reginella, quanti passi devo fare per raggiungere il tuo regno?»

«Dieci passi di formica.»

Se quello cercava di fare il furbo, e la formica aveva le zampe lunghe e veloci di una giraffa, il volpino doveva tornare indietro, alla posizione di partenza.

Un altro dei giochi più frequenti era la botteghina. Una bancarella di modeste dimensioni, allestita con le cassette vuote della frutta. La merce esposta di solito non era commestibile. Soldi veri non ce n’erano e le fiches erano i sassi. Tutta una finta, utile per contare e sviluppare la fantasia di chi vendeva o comprava: torte e biscotti di fango, sabbia al posto dello zucchero e caramelle di carta vuota.

Bianca non aveva fratelli, a parte i suoi amici fraterni, Ale e Dodi, e un fratello di latte, Bibo, con cui si erano contesi, nei primi mesi di vita, lo stesso seno materno.

Quando erano soltanto in quattro o in cinque, in vico Polli primo, certe volte qualcuno proponeva di giocare al dottore.

Un gioco innocente che aveva iniziato a far nascere in loro la malizia, quando i genitori di Bianca avevano scoperto quel gesto ingenuo di scoprirsi la pancia o il petto, ancora privo di qualsiasi rigonfiamento, e avevano iniziato con i divieti, le proibizioni e infine le minacce.

Dalle minacce erano passati alle punizioni, con le reclusioni in casa.

«Tu con i maschi non ci devi giocare» le ripeteva sua madre.

«Ma se ci sono soltanto loro.»

«Ti ho detto che non devi giocare e basta. Capito mi hai?»

Le altre femminucce di vico Polli primo erano molto piccole, oppure troppo grandi, per poter passare il tempo con loro. Bianca qualche volta doveva accontentarsi di giocare a mamma e figlia, da sola, cucinando con il servizio di pentolini che le aveva regalato la zia Annetta per Natale. Uno dei pochi, indimenticabili giocattoli ricevuti in tutta la sua infanzia, a parte la bici e una lavagnetta col cavalletto, in prima elementare, con cui si divertiva a scrivere con i gessetti bianchi. I suoi primi tentativi da lettrice ad autrice di favole.

Da quando aveva imparato a leggere, i libri erano diventati la sua consolazione. Compagni preziosi e incontrastati: non facevano arrabbiare né il babbo, né la mamma; i quali continuavano a proibirle di giocare con i maschi del vicinato.

Le occasioni, ogni tanto non mancavano, soprattutto quando Bianca, con la scusa di andare a trovare la sua amica, in vico Polli secondo, si divertiva con tutto il gruppo misto di bambini e bambine, rigorosamente separati anche a scuola.

Le rare volte che sua madre, momentaneamente assente, la lasciava sola in casa, era un’occasione da cogliere al volo, per entrare di nuovo nella mischia e scatenarsi, insieme agli altri, nei giochi con la fune, della palla avvelenata, del pisincheddu (pincaro), del ruba bandiera, o del solito sighi-sighi (acchiapparella).

L’unico gioco a cui non poteva partecipare era luna monta. I maschi, soprattutto Giampaolo e Adriano, erano molto più alti di lei; pur abbassandosi, Bianca non riusciva a scavalcarli. Il gioco della cavallina, Cuaddus fottis, restava perciò riservato ai maschi, mentre lei si limitava ad osservarli, con un po’ di invidia per le gambe lunghe e il loro slancio.

Un giorno Benedetta era andata ad aiutare la cognata a raccogliere le pesche, nel frutteto lontano dal paese, nei pressi del Villaggio Aviatori. Aveva lasciato a sua figlia alcuni lavoretti domestici da svolgere. Bianca, di buon mattino, dopo aver bevuto il caffellatte, senza farsi pregare, si era lasciata traviare dagli altri bambini suoi vicini di casa. Il tempo era volato. In un baleno era giunta l’ora del pranzo. Le tazze del caffellatte erano ancora da lavare, il cortile da spazzare e le patate nel sacco, tutte da sbucciare. Quando Benedetta era rientrata, Bianca, affamata, stava divorando un pezzo di pane e pomodoro, con sale e olio.

Un piccolo spuntino interrotto bruscamente, a suon di grida e punizione immediata.

Spazzare il cortile, pulire il gabinetto e raccogliere la cacca delle galline dal serraglio.

«Mamma, ma c’è caldo, adesso, nel serraglio.»

« Andando sei, imui o subito? Se non ti sbrighi, guarda…», le aveva detto mostrando il palmo, con le dita ingrossate e callose, per tutti i lavori manuali, soprattutto in campagna, sin dall’età in cui molti bambini avevano già cominciavano ad andare a scuola. E aveva concluso: «Te lo faccio vedere io il serraglio. Gesù Cristu m’intzurpidi, con queste mani ti squaglio». 

Serie: I ragazzi della via Polli


Avete messo Mi Piace9 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

    1. Sì, esatto. Questo é uno degli episodi piú fedeli alla realtà che ho conosciuto da piccola. I giochi di cui parlo forse sono stati e in parte sono ancora, molto diffusi, non solo da noi ma in gran parte dell’Italia e oltre. Per me erano giochi eccezionali, nelle emozioni che riuscivano a darmi.
      Grazie Loris.

  1. Questo è stato l’episodio che, per ora, mi ha colpito di più, soprattutto per una questione personale.
    Non sono mai stata una bambina socievole e non mi piaceva giocare con i coetanei (non che il sentimento non fosse ricambiato), preferivo starmene per i fatti miei.
    E mia madre, al contrario di Benedetta, mi spronava a giocare con gli altri.
    È come se, in qualche modo, avessi letto della mia infanzia al contrario.
    Grazie Maria Luisa.

    1. É bello sapere che questi racconti possano evocare ricordi e suscitare empatia anche nei piú giovani che hanno trascorso l’infanzia in luoghi e periodi molto diversi. Una delle mie paure, mentre iniziavo a scrivere questa serie, era di non riuscire a destare alcun interesse tra i potenziali lettori di Open di una o due generazioni successive al periodo che sto cercando di raccontare.
      I tuoi commenti mi confortano e te ne sono grata.

  2. “I suoi primi tentativi da lettrice ad autrice di favole.”
    Chissà se ritroviamo Bianca tra gli openiani, sono sicura che le sue storie siano meravigliose, come le tue. Anche questo racconto racchiude molta tenerezza e la malinconia di un’infanzia passata a correre all’aperto, cosa quasi dimenticata ai nostri giorni.

    1. Bisognerebbe controllare se, tra le autrici di Open, c’é qualcuna – nata a Dexilongu – che si chiama Bianca. Peró credo che le somigli un po’ anche Cedrina; forse da piccole si frequentavano.😉
      Grazie ShanLan, del tuo tempo e della tua vicinanza virtuale.

  3. Io credo che non sia tanto diverso riunirsi nel cortile o davanti la playstation, puo’ cambiare l’oggetto della socializzazione, ma è primario che essa ci sia anche fuori dalla scuola. Noto invece -nel contesto sociale in cui vivo – una sempre minore disponibilità da parte dei genitori a far riunire i loro figli (il classico “vieni a casa mia/vengo a casa tua”). O si hanno i soldi per le attività extrascolastiche o i bambini restano a casa.
    Da notare anche come la malizia sia una cosa da adulti: non c’è malizia nel giocare al dottore, siamo noi adulti che gliela trasmettiamo.

    1. Dissento fermamente sul mettere allo stesso livello playstation e giochi all’aperto (cortile, parco, spiaggia, prato di campagna o altro), per tanti motivi. Soprattutto perché la carenza di attività fisica unita al cibo “spazzatura”, sta facendo salire a vista d’occhio i casi di obesità infantile anche in Italia e non solo in America. E poi i contatti a livello fisico con altri bambini del gruppo fa la differenza anche sul piano psicologico e dello sviluppo cognitivo.
      Che la scuola abbia molte carenze e possa avvantaggiare alcuni economicamente piú fortunati, puó succedere, anche per le gite scolastiche.
      Sul fatto della malizia perfettamente d’accordo.

      1. Però, Maria Luisa, io non metterei sullo stesso piano nemmeno socializzazione e obesità… Forse non mi sono spiegato bene

        1. Scusa Francesco se non ho capito cosa intendevi. Io credo che un gioco senza movimento fisico prolungato e globale puó contribuire al problema assai diffuso del sovrappeso e al contempo non favorisce (allo stesso modo), il contatto sociale con i coetanei.

    1. Davvero? Queste tue parole mi stupiscono. Comunque grazie, ogni vostro parere é importante e richiede una riflessione da parte mia. Il finale di questo episodio, peró, meglio dimenticarlo, per dormire sogni piú tranquilli.😉
      Ciao Roberto, grazie.

  4. Non so se tu scriva di getto oppure se ceselli ogni frase. Di fatto non si sente il passaggio tra concepimento ed esternazione, è come se la parete del tuo magazzino mentale si dissolvesse, permettendoci di vedere esattamente quello che c’è dentro. Chissà perché mi viene in mente quel passatempo, più che gioco, che consisteva nel coprire una moneta con un foglio e poi passare la matita con leggerezza e accuratezza, in modo da far emergere sul foglio esattamente il disegno della moneta.

    1. Ciao Francesca, ricordo bene quel passatempo con la matita. Non dico che fosse il massimo del divertimento, peró mi fa pensare che ci bastava poco per scacciare la noia.
      Sulla questione dello scrivere di getto ti dico che essendo una boomer, prima di usare il computer scrivo su carta. Inizialmente sono pensieri un po’ confusi e inorridiresti se vedessi i pasticci e il caos che combino sui fogli, con tutte le cancellature, le correzioni, gli asterischi e i numeretti, per ordinare la sequenza delle frasi da ricopiare sul computer. A quel punto posso iniziare a cesellare il testo che non sarà mai, comunque, abbastanza perfetto.
      Grazie Francesca di queste tue parole, che mi offrono un buon inizio di questa domenica mattina.
      E buona domenica a te.

  5. Ricordo perfettamente gran parte dei giochi da te citati, alcuni più comuni, altri meno: acchiapparella, nascondino, il mercato, palla avvelenata, ruba bandiera, tiro alla fune (anche se questo non lo praticavamo molto spesso).
    È come tornare indietro nell’album delle memorie.

    1. Quindi l’era che racconto é meno jurassica di quanto pensassi; almeno nel senso che certi giochi erano ancora diffusi molti anni dopo. Bene, avendo fatto tante esperienze simili, anche da bambini, siamo meno distanti e possiamo capirci di piú.
      Grazie di cuore, Giuseppe.

  6. Bellissima l’espressione “il gioco è una cosa seria”. Mi ha fatto venire alla mente quel modo che hanno di prendere le cose i bambini, rigorosamente bianco, o nero, con gli adulti che sostengono: sono soltanto fesserie, ma non è vero. Il mondo dei bambini è magico, ma serissimo. Mi si stringe il cuore per Bianca, per questa madre capace di parlarle soltanto attraverso divieti e ciabattate.

    1. Grazie Dea, la tua attenzione e la tua sensibilitâ sono sempre di conforto. Bianca, nonostante tutto, era fortunata. Molto piú fortunata rispetto a sua madre. Forse un giorno racconteró cos’era stata l’infanzia per lei. O forse lascerò che riposi in pace.

    1. Wow! Che bello, non sai la gioia che mi dai, Kenji. Tu sei giovane e non so dove abitassi e dove giocassi quando eri piccolo. Se anche tu conoscessi e praticassi con i tuoi amici i giochi che ho nominato in questo racconto.
      In tutti i casi, grazie.

  7. Cambiano i nomi ma i giochi dei bimbi sono eguali ovunque… che dolcezza nel ricordarli, sia i giochi che i visi degli amici. Molto bello questo angolo di tempo passato, grazie M.Luisa.

    1. “Senza radici non si vola” diceva Bert Hellinger. Aver trascorso un’ infanzia ricca di stimoli, di compagni di gioco, per imparare le prime lezioni di vita, tra incontri, scontri, ginocchia sbucciare e qualche punizione di troppo, credo sia servito a farci sognare e realizzare, almeno in parte, qualche piccolo sogno.

  8. Un racconto magico che è quasi un compendio sul gioco. Appartiene a un’epoca precisa ed è collocato geograficamente grazie all’uso della forma dialettale per i nomi. Tuttavia ha un sapore universale e trasversale nel tempo e nello spazio. Bravissima.

    1. Sono arrivata poco fa da mio padre; mentre parcheggiavo ho notato vicino al cancello della casa a fianco, uno dei miei carissimi compagni di gioco dell’infanzia che ho nominato, con un altro nome, nel secondo episodio di questa serie. Ero tentata di avvicinarmi, mentre lui, distratto, poteva i rami di ulivo che dal suo cortile prendono sul muro, in vicolo “Polli primo”. Avrei voluto chuedergli: “Ti ricordi dei nostri giochi, qui, da piccoli?”
      Ho rinunciato perché sapevo che sarebbe cominciata una chiacchierata interminabile, mentre la badante mi stava aspettando per il cambio turno.
      Grazie Cristiana. É bello condividere i ricordi di questi periodi della nostra vita che sono stati, spesso, molto divertenti e spensierati.

  9. “Il gioco era una cosa seria, si praticava come un rituale”
    Questa frase mi ha fatto molto pensare e riflettere sul fatto che, nonostante siano trascorsi anni e cambiata la società, il giorco per i bambini è ancora e davvero una cosa sacra. Il resto cambia, ma forse i bambini no e questa è una grazia.

    1. Le attività ludiche sono fondamentali per tutti i cuccioli, anche tra gli animali. Ho scoperto l’altro giorno, in un servizio del programma di Sveva Sagramola, che anche i pesci giocano. Credo che l’attivitá onirica e il gioco siano indispensabili per la sopravvivenza della specie e per la crescita.
      Grazie Cristiana, tu hai potuto osservare meglio di me, in quanto madre, l’importanza del gioco per i bambini.

  10. Da piccoli si giocava sempre a casa dei miei nonni: un cortile con un terrazzo e in quel cortile ci potevi organizzare anche una partita di calcetto per due giocatori. Una porta era il muro del bagno dell’appartamento dove si cucinava e l’altra porta era il muro della stanza dove dormiva il nonno paterno. Che poi era quello che riposava il pomeriggio e, spesso, quando il pallone finiva sulla finestra della stanza, fortunatamente senza mai romperla (era la palla quella in plastica leggera, non ricordo come si chiamasse, ma era generalmente arancione fluo)… Ecco, lui usciva con le forbici in mano minacciando di bucare quel pallone maledetto! E una volta lo fece pure! Su un pallone che per noi era indistruttibile! Il Tango! Che si sgonfiò mestamente facendoci piangere più per la delusione che per il rimprovero. Effettivamente quella volta la finestra si ruppe… Il Tango era una palla più pesante!
    In ogni caso è inutile che ti dica quanto mi piace immergermi in questa deliziosa tazza di tè caldo al punto giusto che è il tuo racconto, è inutile perché ripeterei sempre le stesse cose: che sei deliziosamente brava e che mi fai stare tanto bene, che ogni volta che vedo una tua pubblicazione sorrido per la gioia..

    1. Caro Emiliano, giocare credo sia una delle attività umane che rendono la vita più degna di essere vissuta e più meravigliosa. Non dovremmo smettere mai anche da adulti o, come nel mio caso che tra poco tempo verrò considerata ufficialmente anziana, avendo superato i sessant’anni di età. Magari gli strumenti di gioco, col passare del tempo, cambiano. Non più la corda per saltare (ohi la schiena), o il pallone o le bambole. Si può giocare con le parole, scrivendo; si può giocare parlando e scherzando. Un’attivitá ludica può essere anche ballare come nel film di Bertolucci, mi pare, ” I ballo sola”. Ognuno a modo suo può giocare come gli pare, senza far male, L’importante é il diletto, che ci aiuta a vivere meglio, più sereni e più sani.
      Grazie Emiliano, un abbraccio.

        1. Grazie! Ci proverò. Informazione molto utile. Merci beaucoup! Non so se é giusto o sbagliato questo francese scolastico di cui poco mi ricordo. Ma non importa.😘

        2. Mai studiato il francese… Ho iniziato alle medie con l’inglese e poi alle superiori avevamo un supplente di matematica al posto della prof. di lingue. Quindi il mio francese è molto alla buona o meglio fatto esclusivamente di frasi tipiche… Tipo la pubblicità del Tartufone anni ottanta, quindi puoi scrivere come vuoi! 😀

    1. Ciao Giuseppe, grazie. Hai centrato il bersaglio in pieno; purtroppo e finalmente c’ é davvero anche un tono un po’ nostalgico. Purtroppo perché é un segno dell’etá che avanza e finalmente, perché significa anche fare pace col passato, nel bene e nel male.
      Il realismo, anche nella scrittura, é una mia aspirazione, nonostante sia abbastanza idealista e talvolta ancira un po’ sognatrice.
      Le tematiche sociali mi stanno particolarmente a cuore. Senza voler suscitare alcun conflitto di genere, di ceto sociale o tra generazioni diverse.
      Grazie ancora.

  11. Universalità della memoria. I tuoi racconti, di cui ho già detto e ridetto e non ti voglio tediare, hanno questa caratteristica, insieme alla loro leggerezza e serenità, anche quando raccontano di botte e punizioni. Brava. Brava davvero. Uno spaccato di società che solo apparentemente appartiene al passato.

    1. Caro Giancarlo, mentre rileggo questi racconti che ho iniziato a scrivere poche settimane fa, ho paura di annoiarvi. Le tematiche principali sono più o meno le stesse, in tutti gli episodi, con piccole variazioni sul tema. Per la seconda parte o stagione ho in mente di introdurre una storia, nella storia della storia. Che detta così sembra solo una grossa sciocchezza. Spero che il risultato somigli a ciò che ho in mente, in modo ancora un po’ confuso.
      Grazie di ogni tua parola.

      1. Sono spaccati di società, frammenti di storia che appartiene a chi ci è vissuto. Sono quadri, che rappresentano persone e ambienti, momenti immortalati e congelati per essere rimirati nel futuro. Ma hai ragione, se per noi hanno il sapore delle foto di famiglia, per chi non c’era e per chi ha vissuto una vita diversissima, forse un “plot” può attrarre più a lungo. Aspetto con tanto interesse di sapere dove ci porterai. Per mano, con dolcezza, come sempre.

        1. Grazie ancora, Giancarlo, sei sempre di conforto, gentile e prezioso anche per i tuoi suggerimenti e segnalazioni.