Il demone quando Bosch dipinse San Cristoforo

Serie: Le avventure di Gobleto


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Hyeronimus Bosch affronta una strega nelle Fiandre medievali, adesso...

Correva in preda alla follia.

Non sapeva bene dove si trovava, intorno a lui la foresta sembrava volerlo ingoiare.

Bosch si guardò le mani. Se le era rovinate, come avrebbe potuto dipingere proprio ora che stava lavorando a “San Cristoforo”? Era per caso nella stessa situazione del santo anche se non stava attraversando un fiume.

Si gettò in un anfratto sotto le radici di un albero, voleva rimanere lì finché tutto non si fosse risolto – o anche aspettare la fine dei tempi.

Stava per scoppiare in lacrime, quando udì una voce:

«Bosch… Bosch… Bosch…».

Una voce femminile!

«Madre?». Bosch stentava a crederci. L’ultima volta che si erano parlati lei l’aveva malmenato con un bastone, poi il suo cuore aveva smesso di battere. Era l’ultimo ricordo che aveva di lei.

«Bosch, sono io». Un volto sorridente e troppo dolce per essere quello di sua madre gli si era parato davanti.

«Madre?» balbettò.

«Sono io» ripeté. Sembrava una fata e l’unica occasione in cui Bosch l’aveva vista in quelle vesti era stato quando aveva tre anni.

Bosch si sentì l’umore diventare cupo. «Tu non sei lei! Era una megera. Questa… è una finzione».

«No. Sono quel che vuoi che io sia. Non ricordi quando ti facevo giocare?».

«Dici soltanto sciocchezze. Mia madre non lo faceva mai».

«Hieronymus, mi offendi».

Bosch non ce la fece più a restare calmo. «Smettila!».

Lei gli avvolse le mani al collo e incominciò a strangolarlo.

Per un attimo mostrò quel che era: una vecchia. Ma si trasformò: la pelle diventò da paonazza a un rosso acceso, innaturale, le spuntarono le corna, ora mostrava il pizzetto e i muscoli torniti se non grossi fino a essere irreali.

Bosch aveva davanti a sé un demone. Non un cinocefalo, come si diceva fosse stato san Cristoforo, ma un demone. Anche se fra cinocefali e diavoli non c’era poi molta differenza dato che erano tutte e due specie demoniache.

Il diavolo non smise di stringere: lo voleva uccidere, come se fosse sua madre, allora cambiò idea e si liberò di lui gettandolo via.

Bosch finì di nuovo tra le radici.

«Non comprendi, io volevo essere tuo amico, siamo simili». La creatura infernale aveva una voce flebile, da bambina.

Bosch si infuriò. «Io non ho nulla a che spartire con una bestia come te». Raccolse un pezzo di legno, un banale pezzo di legno, e si tuffò su di lui.

Il cuore.

Con il bastone gli infilzò il cuore e il demonio cacciò un urlo orribile – forse proveniva dall’oltretomba? «Pazzo, non hai capito nulla». Il mostro diventò come d’argilla che, sottoposta a una fiamma, si scioglieva.

Bosch si ritrovò di fronte una brodaglia di sangue.

Voleva gioire, ma si fissò le mani.

Le mani di un assassino.

Se non di un demone.

Capì tutto.

«Io non mi chiamo Bosch». Voleva uccidersi. «Io mi chiamo… Gobleto».

Serie: Le avventure di Gobleto


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Fantasy

Discussioni

  1. Caro Kenji, questi due primi episodi sono monumentali, bravissimo! Amo alla follia l’atmosfera medievale che riesci a ricreare, l’oniricità dei racconti, i riferimenti ‘dotti’ che inserisci negli interstizi delle pietre.

  2. Ciao Kenji, questo racconto mi ha un po’ disorientato. Ho l’ impressione che i personaggi abbiano una funzione simbolica, voluta o no, non saprei. Ma la storia continua; percio` avro` modo di capire meglio.