Il diario

Serie: La migliore estate della mia vita

Mia madre, il giorno dopo, quando arrivarono Genio ed Emilia per giocare insieme fa molte storie per lasciarmi uscire fuori dal giardino dei nonni. Protesto e scalpito, ma è inutile farle presente che mio fratello era sempre andato ovunque volesse senza neanche bisogno del permesso. Grazie all’intervento della nonna sono uscita con i miei nuovi amici.

Camminiamo verso casa loro, e la sorpassiamo. Non faccio domande anche se sto morendo di curiosità. In mezzo all’erba alta e alla vegetazione incolta sorgono delle mura di una casa, che probabilmente non ha visto mai la fine. Sono dei muri in grossi blocchi di cemento, alcuni punti sono più alti degli altri. Il tempo ha avuto i suoi effetti su quel cemento, ci sono delle crepe in mezzo a cui c’è dell’erba con dei piccoli fiori indaco. Guardo quella costruzione e non capisco come mai sia stata lasciata abbandonata. Genio ed Emilia sanno come muoversi, li seguo con un pizzico di paura e di entusiasmo. Il buco dove esserci la porta è sgombro, quindi può entrarci chiunque. Entriamo in mezzo a quelle mura nude e dentro al posto del pavimento c’è una distesa di terra, sassi ed erbacce. Genio mi dice che è la loro fortezza, ed ora anche la mia. Ma dobbiamo tenerlo segreto affinché nessuno lo scopra.

Così ogni giorno mi vengono a chiamare e andiamo alla fortezza. Ci inventiamo una storia e diventiamo personaggi di mondi fantastici, streghe, maghi, damigelle e cavalieri, ogni giorno ci porta una nuova scoperta e diventiamo inseparabili. Alla mamma non dico dove andiamo. Passano due mesi, il tempo scorre veloce quando si è felici.

Un giorno giochiamo agli archeologi, ci mettiamo a scavare qui e lì con dei bastoncini ricavati da rami spezzati. Infilo il mio bastone nella terra e spingo la terra al lato facendola rimbalzare intorno, me la tiro persino in bocca e nei capelli. Ho la faccia tutta impiastricciata di sudore e terra. Mi siedo a gambe incrociate e giocherello col bastoncino, cerco di farlo sprofondare nella terra. Quando arrivo a quasi tre quarti di profondità sento un rumore sordo. Forse ho toccato una pietra. Riprovo e di nuovo quel rumore, ma non sembra una pietra, è più un rumore metallico.

«Genio! Emilia! Correte ho trovato qualcosa», corrono verso di me, gli faccio sentire il rumore e iniziamo a scavare come matti. I bastoni non bastano, usciamo le mani. Non importa che mia madre dopo mi sgriderà. Voglio scoprire cosa ho trovato. Sei mani di bambini con le unghie nere scavano fino a scorgere una superficie annerita dal tempo. La meraviglia nei nostri occhi è indescrivibile. Scherzando, scherzando abbiamo trovato il nostro tesoro. Abbiamo i muscoli della braccia indolenziti, ma la curiosità ha la meglio, continuiamo a scavare. Finalmente avvistiamo il perimetro del nostro ritrovamento. È una cassetta di metallo grande quanto una scatola di scarpe. Scaviamo intorno finché non riusciamo a sollevarla. Non riusciamo ad afferrarla. Genio infila il suo bastoncino sotto e io ed Emilia cerchiamo di tirarla su. Ci mettiamo tanta di quella forza che quando riusciamo a tirarla rimbalziamo con il sedere a terra. La scatola è tutta incrostata di terra, in qualche punto è anche arrugginita. La osserviamo per capire da dove si apre. Non ha lucchetti e neanche chiusure complicate, si apre sollevando due placche di metallo.

Scopriamo che è una specie di valigetta, ha un manico. Ci scambiamo uno sguardo come assenso a proseguire per aprirla. Io e Genio posizioniamo una mano ciascuno sulle due placche ed Emilia conta fino a tre. Mettiamo le nostre mani sulla parte superiore e l’alziamo. Fremiamo all’idea di aver trovato qualcosa che è rimasto sotterrato per molto tempo.

L’interno è dello stesso metallo che abbiamo scorto fuori. Il contenuto è coperto da un sottile foglio di carta ingiallito dal tempo. Sembra una matriosca. Sotto il foglio c’è un’altra scatolina, ma di cartone, all’interno della quale troviamo un vecchio diario e una bustina con delle fotografie. Apriamo per prima la bustina di fotografie, sono immagini in bianco e nero di una bambina dai capelli scuri e due occhioni grandi e sorridenti. Scorriamo le foto con delicatezza, le nostre mani sudicie potrebbero sporcarle, ci siamo puliti alla meglio sui nostri vestiti ma rimangono comunque nere. Una foto ci colpisce, è il casolare dove abitano Genio, Emilia e la loro famiglia. Ci perdiamo nel nostro piccolo tesoro, non tanto nostro. Non ci rendiamo conto che il sole sta tramontando. Si è fatto tardi. Decidiamo di nascondere la cassetta alla meglio e di ritornare il giorno dopo per leggere il diario. Corriamo a perdifiato verso casa e non vedo l’ora che sia domani per scoprire di chi sia quel diario.

A casa mi subisco una ramanzina da parte di mia madre per aver fatto tardi e per essere sporca di terra da far schifo. Stavolta neanche l’intervento della nonna mi salva. Mia madre minaccia di non farmi uscire più, ma non le rispondo, so che la farei arrabbiare ancora di più. Mi subisco la sgridata e chiedo scusa e le prometto che non succederà mai più. L’abbraccio forte. Un po’ funziona, il suo sguardo si addolcisce e mi dice di non farlo mai più, che l’ho fatta preoccupare.

Il giorno dopo lo passo in costante attesa del pomeriggio per andare a leggere il diario. Appena sento la voce di Genio ed Emilia corro da loro e insieme andiamo nella casa abbandonata, dove ci attende il nostro segreto. Togliamo la terra dalla scatola e ne tiriamo fuori il contenuto. Le foto le rimetto dentro, le abbiamo già viste, prendiamo il diario. Dalle mani frettolose di Genio capisco che anche lui è impaziente quanto me di leggerne il contenuto. Ci sediamo con le gambe incrociate a semicerchio, io sono in mezzo e Genio ed Emilia sono ai miei lati. Ci guardiamo negli occhi e poi la mia mano tremolante apre il diario. La copertina è di cartone con dei disegni di fiori geometrici. Le pagine sono ingiallite e un po’ inumidite dal passare del tempo. La prima pagina riporta la scritta Diario di Maria. Sfoglio la pagina successiva con un po’ di timore. Stiamo entrando in punta di piedi nella vita di qualcun altro, senza chiedere il permesso.

Caro diario,

sono Maria e ho dodici anni, scrivo queste pagine mentre i miei genitori dormono, ero una ragazzina normale fino a qualche mese fa. Poi ho iniziato a stare male e in ospedale mi hanno diagnosticato una malattia incurabile. Mi rimane poco tempo e lo voglio passare insieme alle persone che amo. Questo diario probabilmente verrà ritrovato quando i miei genitori potranno finalmente terminare la casa che hanno dovuto interrompere a causa delle spese che hanno sostenuto per le mie cure. Chiunque lo ritrovi voglio che non lo legga e che lo consegni a mia madre.

Sfoglio le pagine successive e leggo la data, mi faccio due conti con le dita e scopro che risale a quasi quarant’anni prima. Ho paura di leggere le pagine successive, violare la privacy di una persona, seppure deceduta da tanti anni non mi rende tranquilla. Voglio ritrovare la mamma di Maria. Chiudo il diario e parlo con Genio ed Emilia delle mie intenzioni. Sono d’accordo con me. Ognuno di noi chiederà informazioni ai propri genitori e nonni e poi metteremo insieme quello che sappiamo. La ritroveremo. Chiudiamo il diario nella scatola e torniamo a casa.

Quando torno a casa corro a cercare mio nonno, lui sa tutto. Gli inizio a fare domande della casa abbandonata, di chi fosse e chi doveva abitarci. Lui mi racconta una storia triste che sembra combaciare con la storia di Maria. La casa, veniva costruita da una famiglia con due bambine, abitavano al casolare. In quegli anni era composto da sole due stanzette. Volevano ingrandire la casa e farsi spazio per far crescere meglio le loro figlie. Avevano lavorano una vita per potersela permettere, poi la bambina più grande aveva iniziato a stare male e avevano speso tutti i loro soldi per curarla. Ma non erano serviti. La ragazza era morta e non l’avevano più terminata. Mi rattrista molto la loro storia, ma non mi lascio dominare dalla tristezza, voglio saperne di più e devo sapere se si tratta di Maria.

Gli chiedo il nome della bambina, mi dice che si chiamava Maria. Gli chiedo dove sono i suoi genitori adesso. Il papà è morto molto tempo fa e sono rimaste sono la mamma e la sorella più piccola. Quando la ragazza si è sposata la mamma ha lasciato il casolare. Dopo qualche anno ha cercato di venderlo e solo quest’anno la famiglia di Genio l’ha acquistata.

Non mi resta che fargli l’ultima e più importante domanda. Dov’è la mamma adesso? Ma vengo interrotta dalla mamma. È ora di cena. Devo assolutamente chiederglielo più tardi. Domani io, Genio ed Emilia porteremo quella scatola alla mamma di Maria.

Serie: La migliore estate della mia vita
  • Episodio 1: Il casolare
  • Episodio 2: Il diario
  • Episodio 3: Gli eroi
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    1. “Ho paura di leggere le pagine successive, violare la privacy di una persona, seppure deceduta da tanti anni non mi rende tranquilla. Voglio ritrovare la mamma di Maria.”
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