Il distintivo

La pioggia si fa sempre più insistente mentre io continuo a fissare la tomba di mio figlio. Tommaso è morto da un mese, trenta giorni frenetici e allucinanti durante i quali l’intero corpo di polizia si è mobilitato per dare la caccia all’assassino di uno dei loro migliori agenti.

Il cervello reagisce in maniera strana al dolore che provo: mi sento calmo e lucido, e non so dire se la morte di mia moglie, avvenuta anni fa, e la mia carriera passata tra omicidi e criminali, mi abbia in qualche modo preparato a questo evento.

Ne dubito, comunque.

Finestre su avvenimenti passati si aprono in continuazione nella mia mente, come se li stessi rivivendo di nuovo. In particolare ricordo con nitidezza il giorno in cui ho consegnato il distintivo a mio figlio, mentre lui fissava con occhi fieri il volto orgoglioso del suo padre commissario. Lo stesso distintivo che ora giace ai piedi della sua tomba, seminascosto da un vaso di fiori.

La suoneria del cellulare interrompe il ricordo: il nome dell’ispettore Giglio appare sullo schermo.

«Commissario, dove si trova?» mi chiede, con voce affannata. «Al cimitero» rispondo, per poi spegnere il telefonino.

Un altro ricordo è frequente: l’incontro di ieri sera con l’agente Angelo Vittoni. Un fulmine squarcia il cielo e un tuono rimbomba fragoroso, come a sottolineare il corso dei miei pensieri.

Ieri sera

Avevo convocato Vittoni a casa mia intorno alle venti per ricevere in privato aggiornamenti sulle indagini. Angelo si presentò con un faldone ricco di fogli e appunti che posò sul tavolo della cucina, non prima di presentarmi nuovamente le sue condoglianze: lui e Tommaso erano stati amici prima che colleghi, avendo fatto l’accademia insieme.

«La pista più interessante, commissario, è legata ai fratelli Sarri» esclamò Vittoni dopo essersi seduto, mostrandomi una serie di fotografie. «Si tratta, come saprà, dell’indagine che stava portando avanti Tommy…»

Fissai l’agente negli occhi alcuni istanti prima di annuire: ero quasi certo che avrebbe nominato Valerio e Nicola Sarri come principali indiziati. Trafficanti di droga e forse anche assassini, Tommaso stava cercando prove a loro carico da diverso tempo.

«Chi altri, se no?» sussurrai, sorridendo. Vittoni sembrava essere un po’ a disagio, forse per l’informalità dell’incontro, e continuò a espormi dettagli sui due fratelli.

«Anch’io ho novità.» dissi, quand’ebbe finito, aprendo un cassetto della credenza. Presi un plico con alcune foto che lanciai sul tavolo: Angelo, perplesso, le guardò. Impallidì quando riconobbe le due persone presenti in tutti gli scatti.

Restai in piedi, a pochi metri dal mio ospite. «Ho delegato le indagini sull’omicidio di Tommaso a te e ai tuoi colleghi, ma questo non vuol dire che non abbia indagato anche per conto mio…» sibilai fissando il giovane, che non aveva il coraggio di alzare lo sguardo.

«Sei stato bravo a focalizzare l’attenzione sui Sarri: quei due con tutti i traffici che hanno in ballo e sapendo che il poliziotto che indagava su di loro è morto, da giorni vivranno con l’idea di essere arrestati per omicidio. Ma almeno in questo caso, sono innocenti, non è vero?»

«Queste foto non vogliono dire niente» urlò Vittoni, dando una manata sul tavolo per poi alzarsi di scatto.

«Queste foto» ribattei in tono glaciale, «ritraggono te e mia nuora Sara insieme, nei giorni successivi all’omicidio di Tommaso. Sei diventato molto protettivo con lei, a quanto pare.»

Mi avvicinai a Vittoni, sembrava un topolino che non sapeva da che parte fuggire. «L’investigatore privato che ho assunto è stato molto bravo: stavate insieme, tu e Sara, anni fa, vero?» L’agente, sudato e tremante, evitava il mio sguardo. «Ma poi arrivò Tommaso, e lei si innamorò di lui. Hai covato rancore per tutto questo tempo, Angelo?»

Il pugno mi colpì sotto il mento, facendomi barcollare, ma riuscii a rimanere in piedi. «Non hai prove, vecchio bastardo! Non hai prove!» sibilò. 

Lo fissai. Era vero. «Non ho prove, Angelo. Hai ragione.» Lui mi guardò e poi iniziò a ridere.

Fissai una fotografia di mio figlio, in divisa, affissa sulla parete. Abbassai lo sguardo, chiedendogli scusa col pensiero. Poi mi rivolsi di nuovo al mio ospite.

«Ma ho quarant’anni di servizio alle spalle, e se tu avessi fatto la mia stessa carriera sapresti che in certi casi non servono prove quando si ha davanti un assassino.» La mia mano destra si spostò in una tasca dei pantaloni. «Questa stanza oggi è un tribunale. E tu sei stato condannato a morte.» Vittoni continuò a fissarmi, e smise di ridere.

Mi stupii io stesso della velocità con la quale estrassi il piccolo revolver. Sparai all’assassino di mio figlio una, due, tre volte. Cadde contro la parete con un’espressione stupita sul volto e la bocca spalancata.

Mi inginocchiai vicino a lui: era morto. Abbandonai la pistola vicino al cadavere e lasciai la porta di casa aperta, uscendo nella notte.

Al cimitero.

Il boato di un altro tuono mi riporta al presente. 


“A cosa serve il distintivo, papà?” mi chiese una volta Tommaso quand’era bambino. “Il distintivo è il simbolo della giustizia, Tommy. Un poliziotto deve sempre rispettarlo.” Lui mi guardò perplesso, poi sembrò capire. “Come il simbolo di Batman! Infatti lui non uccide mai!” Annuii. “Sì, come Batman.”


Le lacrime mi rigano le guance e si confondono con la pioggia. Afferro il mio distintivo e lo poso di fianco a quello di Tommy, mentre sento avvicinarsi in lontananza la sirena di una volante.

Avete messo Mi Piace6 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Incredibile come nello spazio di un racconto sei riuscito ad inserire tante emozioni. Alcune volte bastano poche parole, semplici frasi, per far capire molto. Il dialogo finale riassume perfettamente la psicologia di padre e figlio, dando maggiore spessore ai personaggi e quindi facendoci provare maggiore empatia. Bravo

  2. Se oggi la parola “professionale” non fosse diventata quasi un insulto, la userei per descrivere questo racconto. Ben scritto, pulito, diretto. Descrizioni e dialoghi stringati ma chiari e precisi.
    Una storia che prende, e un’ambientazione degna di una serie televisiva di alto livello.
    Il finale, sebbene potesse essere atteso, arriva lo stesso a sorprendere, frutto della capacità dell’autore.
    Mi piace.

  3. Non è facile costruire in poche righe un racconto completo, saperlo centrare dando spazio agli avvenimenti del prima e del dopo, presentando i personaggi con le loro caratteristiche, ambientazione compresa. Bravo perché io lo trovo perfetto. Ricco anche di suspense e forti emozioni. Bel finale che chiude tutto alla perfezione.

  4. Ciao Stefano!
    Storia come sempre scritta benissimo e dal contenuto coinvolgente. Nelle poche righe iniziali hai condensato le giuste informazioni per creare un buon incipit, che cattura e incuriosisce. Il proseguimento è solido ed il finale, presagito da quella telefonata alla quale il protagonista mette in fretta giù, è perfetto. Continua così! 😀

  5. Ciao ❣️
    Sono senza parole … in poche righe c’è tutto : dolore, vendetta, ricordo … tutto. Mi hai fatta emozionare. Il finale, dove c’è il ricordo del figlio che chiede cosa significa il distintivo e la risposta giustizia, è geniale e conclude tutto alla perfezione ❣️

  6. Semplicemente magistrale. Si srotola in una narrazione dove ogni cosa è al suo posto sia come narrazione che come struttura sintattica. In un corso di scrittura è da medaglia 🏅

  7. Un racconto ben scritto, con un inizio struggente e una trama avvincente. Condivido il gesto di dover lasciare il distintivo. Il dolore incontenibile per la morte del figlio ha portato il padre alla negazione della legge che il distintivo rappresenta, compiendo l’estrema vendetta.

  8. Bravo Stefano, resti sempre la penna sciccosa di Edizioni Open. Un racconto molto ben scritto, retto da dialoghi verosimili che sostengono perfettamente la narrazione e accompagnano i cambi temporali. I personaggi si lasciano quasi vedere, così come le situazioni. Il finale commuove e apre un dibattito sul rispetto che spesso non si porta più al distintivo. Così come troppe volte chi lo indossa non lo merita. Tu sei riuscito ad assolvere, coinvolgendo il lettore. Molto bravo

  9. Caro Stefano,

    un pezzo davvero bello. Sei riuscito a tenermi inchiodato lì con i fiato sospeso.

    Se quei corsivi non sono una svista, ma sį che non lo sono, allora hai centrato la genialata che merita lo “chapeau”. Sul primo ti sei dimenticato il punto, per analogia con il successivo almeno, ma in fin dei conti: chissene.

    Veramente bravo.