IL FIGLIO DEL MEZZADRO

Serie: MAGGESE


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: C'è un albero che terrorizza le notti di due bambini; c'è un agghiacciante ricordo d'infanzia; c'è un'ossessione che riemerge dal passato... e un mondo sotterraneo che vuole tornare in superficie.

Edda scagliò un urlo stridulo, le dita serrate alla tovaglia nel tentativo di resistere agli strattoni di nostro padre che la trascinava verso le scale, seguito dal caos di piatti, brocche e posate ribaltati a terra.

In quel fragore di cocci, fu come se l’enorme polpetta appesa al soffitto avesse subito lo shock del tramestio: con uno schiocco rivoltante si staccò di colpo dall’alto, come un frutto maturo, per precipitare sulla tavola in uno schianto liquido, sfaldandosi poi in una marea sanguinolenta che invase il pavimento tra scrosci di liquame.

In mezzo a quella rovina sentii sul polso la stretta di mia madre.

Un gesto automatico, gelido e bestiale, nonostante lei seguitasse a divorare la cena, imperterrita.

Feci per alzarmi, ma venni tirato con violenza.

La supplicai, implorai quella creatura curva, dal volto chiuso dietro a una cascata di capelli.

Mi divincolai, colpii rabbioso la sua spalla, e alla fine la morsi.

La pelle si scollò via dall’avambraccio come una striscia di carta bagnata, rivelando colonie guizzanti di organismi scintillanti già incistati nella carne.

Lei stessa era ormai un essere abissale, infestato di plancton, che ora mi puntava addosso il suo volto lordo di bava.

Dalla bocca vomitò una pigna di bulbi gelatinosi, tutti connessi al palato tramite una costellazione di filamenti luminescenti, una specie di seconda lingua nodosa che altro non era che un grappolo d’occhi embrionali puntati su di me. Eco dov’erano finite le sue bellissime iridi.

«Fai questo a tua madre!?» gorgogliò da un baratro spalancato nel torace.

A quel punto mi strappai da lei con la forza della disperazione, scaraventandole in faccia il tascapane.

L’impatto risuonò con un rintocco metallico, tanto forte da buttarla a terra.

Un secondo clangore richiamò la mia attenzione; poi seguì una serie di tonfi, come di sassi gettati in uno stagno.

Infine giunse inconfondibile il puzzo di acetilene. L’urto aveva fatto schizzare via la latta, spargendo qua e là frizzanti pepite di carburo che già iniziavano a reagire con la poltiglia liquida di carne e acqua rovesciata.

Quella casualità mi suggerì un’idea tanto folle quanto pericolosa: in un lampo corsi a richiudere pietre e melma nel barattolo e lo lanciai nel fuoco, poco prima che gli artigli di mia madre mi cingessero la nuca per spingermi la faccia dentro alla cedevole pasta di carne franata sulla tavola.

Frammenti acquosi di “eucaristia” strisciarono come vermi su per il naso e dentro alle orecchie, ma non mi azzardai ad aprire la bocca.

Una volta riemerso dal tritume, soffiai via i rimasugli di quel pastone.

Attraverso le oleosità che mi velavano la vista scorsi il mezzadro, curvo e svigorito, accosto alla stufa, mentre studiava quella sfera metallica che non cessava d’ingrossare.

«Avevate detto che non ci avreste costretti…» ciancicai senza fiato.

«Infatti non stiamo facendo nulla… hhh… sono i vostri genitori a farlo! È un loro diritto!» ribatté il vecchio tentando goffamente di recuperare la latta, ormai gonfia e incandescente.

«Smetti di fare resistenza, Vittorio. Accetta il dono che ti stiamo dando!» m’intimò sua moglie.

«Sì… hhh… accogliLi in te…»

La stufa mandò un fischio acuto prima di deflagrare in un’esplosione che investì il Robuschi spargendo ovunque lapilli e ceppi infuocati.

In un istante il soggiorno fu un fiorire di piccoli incendi che divampavano attorno al corpo sventrato del mezzadro.

Mia madre giaceva riversa a terra, tremante come una bestia annientata dalla visione del fuoco, mentre la rezdôra si sbracciava mollemente sulla sedia, nell’impresa di estinguere le fiamme che la divoravano.

Un nuovo grido di Edda mi ridestò: senza accorgermi di essere ferito, corsi su per le scale che portavano alla soffitta e mi catapultai oltre la porta aperta.

Lì trovai nostro padre, immobile come in adorazione, a fissare qualcosa sopra di lui.

Mia sorella stava raggomitolata in un angolo, con gli occhi sbarrati sul nulla.

Me la caricai in braccio e non mi curai di cosa stesse accadendo.

Insieme fuggimmo dalla casa, nel cuore della notte, e vagabondammo fino al villaggio più vicino.

Da allora non ebbi più notizia dei miei genitori.


Quando i soccorsi arrivarono là, il giorno seguente, dissero di aver trovato l’edificio a soqquadro: un po’ ovunque vi erano tracce di combustione, nulla di grave, ma i danni maggiori li aveva causati qualcosa d’inspiegabile.

Era come se una mandria di bufali avesse scorrazzato per i corridoi in cerca di uscita, graffiando e scalfendo le pareti a suon di cornate.

In alcuni punti la muratura aveva ceduto e ovunque figuravano solchi come di scalpellate, soprattutto nella soffitta.

Parlarono anche di otto carcasse mostruose trovate appese a una facciata della casa e di strani suoni provenienti dal ceppo della Viverna.

Chiaramente il Robuschi aveva mentito, quella volta, dicendo che gli altri braccianti se n’erano andati: nessuno, nei dintorni, aveva più ricevuto loro notizie da settimane, e di certo gli abiti che avevo trovato nella stalla dovevano spiegare molte più cose di quanto sembrasse.

A una seconda analisi, infatti, si notarono subito parecchie lacerazioni negli indumenti, squarci che parevano provocati appositamente: aperture tracciate nella stoffa come a voler liberare arti improbabili o escrescenze bislacche.

I soccorsi furono talmente terrorizzati da tutti quei fatti, che decisero di bruciare ogni cosa nella speranza di far cadere in oblio l’intera proprietà.

Il grande pozzo nella Viverna venne murato.

Nessun cadavere fu mai trovato.

Oggi tutto questo mi sembra così lontano, come un brutto sogno, eppure non posso non provare un brivido al ricordo dell’ultimo dettaglio che vidi prima di uscire dalla casa.

Fu una visione che non raccontai a nessuno; nemmeno ad Edda, che con me l’aveva condivisa: quella notte, là, ancorata al soffitto del sottotetto, incombeva su mio padre un’ombra racchiusa in un cupo carapace; due enormi chele emergevano dall’oscurità, saldate a otto lunghe propaggini che sembravano irradiarsi dal centro di un torace umano. Sulla sommità di quell’anatomia inafferrabile, rapito come da un’estasi mistica, svettava il volto trasfigurato del figlio del mezzadro.

Serie: MAGGESE


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Discussioni

  1. Wow! Descrizioni estremamente dettagliate e orripilanti, che rendono fin troppo bene la scena😅. Un capitolo concitato, eppure estremamente scorrevole e chiaro.
    Sempre più inquietante questa storia e tu sempre bravissimo!

  2. Terrificanti i dialoghi dei “mostri”, con le frasi rotte da quei “hhh”.
    Leggendo poi che la polizia non ha trovato nulla di particolarmente strano, mi si è gelato il sangue. E’ uno di quei casi in cui sai la verità ma non puoi assolutamente raccontarla. E allora ti resta dentro…

    1. Ciao Nicola! Grazie mille per la lettura🙏🏻 Sì: ho voluto lasciare un’atmosfera sospesa, così da trasmettere la confusione rimasta nel ricordo del protagonista. Quel caos che domina dopo la rimozione di un evento molto traumatico. Ora manca solo un brevissimo episodio che si ricollega al capitolo iniziale😊

  3. Questo brano è un piccolo capolavoro. Davvero. La tua scrittura è potente, visionaria, densa di immagini disturbanti e poeticamente grottesche, in perfetto equilibrio tra horror corporeo e allucinazione mistica.

    1. Ciao Rocco! Grazie mille per la lettura e per il bel commento!🙏🏻 So che sono in ritardissimo per recuperare i tuoi scritti, ma prometto che inizierò prestissimo a leggerli🤗

  4. Potente, rivoltante al punto giusto, horror padano di squisita fattura. Che dirti ancora Nicholas? Sono affascinato dalla tua fantasia espressa in maniera “realista”, penso che sarebbe un ottimo soggetto cinematografico se ben giocato sulla solo apparente tranquillità della Pianura Padana. Ottimo lavoro!

    1. Ciao Giuseppe! Grazie mille per la lettura e per il bellissimo commento!🙏🏻 Era proprio questa l’idea: un horror rurale e padano. Qui nel parmense gli elementi ci sono tutti 😆

  5. Parto dal finale che è davvero sconvolgente con quell’immagine sul soffitto che il padre fissava catatonico e che solamente il protagonista ha visto, o meglio, ha ‘avuto’ sotto forma quasi di una visione. Perché, in effetti, questo tuo racconto lungo assomiglia molto a una visione ininterrotta, una sorta di incubo condiviso fra i due fratelli.
    Mi sono anche chiesta se i genitori fossero stati attratti da quella meta per ragioni diverse da quelle esplicitate, magari come trascinati da una sorta di voce di sirena, qualcosa che li portasse là per il proprio bisogno di sfamarsi e, di conseguenza, i bambini diventati una sorta di vittime di sacrificio anche loro.
    Il racconto è veramente affascinante e trascinante, ottimamente scritto, con il giusto equilibrio fra i dialoghi e le parti narrative. Sei maestro nel coinvolgere il lettore fra scene macabre, odori, rumori, quanto più di disgustoso si possa immaginare.
    A questo punto sono curiosa di sapere come lo chiuderai. Ma certamente senza fretta. Nel frattempo mi rileggo la serie. Bravissimo.

    1. Beh: grazie mille Cristiana! Per la lettura, per esserci sempre, e per il bellissimo commento🙏🏻 In effetti hai visto giusto: ho voluto mantenere fissa questa atmosfera onirica, un po’ come se stessi raccontando una favola macabra. Sarà stata la scelta di utilizzare due ragazzini come protagonisti, chissà, ma ho pensato che il ricorso alla favola potesse essere un buon stratagemma per evocare un certo tipo di terrore. Grazie ancora, Cristiana!😊