Il flautista pestifero

Mattia Bodoni era il classico bulletto delle scuole medie che terrorizzava i compagni più deboli.

Tarchiatello, con capelli a spazzola, braghe larghe, chiodo e scarpe pesantine progettate per calciare sederi, aveva una rispettabile carriera di angherie, dispetti, scherzi cattivi e indisciplina scolastica che gli avevano fatto allungare la scuola di un anno.

In terza i professori cercavano di favorirlo in modo da non doverlo bocciare e ritrovarselo ancora fra i piedi e, visto che era furbo, costui approfittava della situazione per essere ancora più carogna.

Tra i suoi capolavori si ricordano ad esempio la trovata di lanciare con precisione sulle sedie un tubetto di tempera aperto poco prima che i malcapitati compagni si sedessero (in modo da trovarsi poi il sedere pitturato di magenta, verde smeraldo o marrone); incollare tutte le pagine del registro il giorno in cui gli avevano dato una nota; sgonfiare le gomme della macchina del prof di matematica oppure arroventare una moneta con un accendino e chiedere a un ignaro compagno di raccoglierla così che questo si bruciasse le dita e lanciasse un urlo fra le risate della classe.

Ma il meglio lo dava nell’ora di musica.

Ora ammettiamolo, già il fatto di costringere dei ragazzetti a suonare dei brani triti e ritriti con degli ignobili, stonatissimi pifferi di plastica era una tortura contro natura, se poi uno l’unica musica che ascoltava era quella del rumore dei motorini, allora costui si sentiva il dovere morale di combattere una sua battaglia personale contro la scuola e chi la gestiva.

E quindi.

Durante la lezione di musica della 3C, lo sfigatissimo professor Lorenzini si faceva sempre il segno della croce prima di entrare in aula, sapendo che sarebbe stata la guerra.

Il poveretto – scapolo, attempato, uno stipendio che a pagarlo coi soldi del Monopoli sarebbe stato più dignitoso – cercava solamente di arrivare alla fine dell’anno scolastico con tutte le ossa intatte e di provare a insegnare ai suoi allievi una parvenza di ridicola cultura musicale.

E invece.

Flauti usati come cerbottane che sparavano puntine, sequestrati a quelli più bravi e fatti ritrovare deformi dal fuoco di un accendino (cosa ti lamenti, ora possiedi un’opera d’arte!) o pitturati a sbianchina con frasi ingiuriose ad indirizzo del professore; tamburelli in dotazione all’aula battuti vigorosamente in testa (a tempo però) al secchione della classe; note musicali scritte sul pentagramma della lavagna per la lezione dal prof e modificate di nascosto per far sbagliare tutti e aggiungere stonature e cacofonie indicibili alle esecuzioni di gruppo e che facevano allungare il passo al preside schifato in transito fuori dall’aula.

Tutto ciò ovviamente orchestrato dal piccolo bullo, con grandi risate sue e disperazione da parte di un po’ tutti gli altri, alunni e professore.

Insomma la vita passava tra scorribande, bravate e bullate non ostacolate da nessuno.

C’era solo un unico neo in tutto questo: un bravo bullo per mantenere prestigio e dominio deve essere motorizzato mentre lui, nonostante i 15 già compiuti da un bel po’, doveva ancora muoversi in bicicletta perché a casa sua, con i voti rasoterra che rimediava, non c’era verso che gli comprassero un motorino.

E questo era un problema perché qualcuno dei suoi compagni già girava con la Vespa o col cinquantino da cross; ma la cosa che non poteva assolutamente accettare è che persino lo sfigatissimo Pitossi, il secchione della classe, a febbraio sarebbe circolato con un fiammante motore nuovo come regalo di compleanno e premio per i suoi brillanti risultati scolastici.

E quindi niente, Mattia continuava a chiedere, rodersi e pedalare.

Tuttavia l’anziana (e rimbambita a tratti) nonna che viveva con loro, sentiva tutte queste richieste e di fatto si era convinta che, invece di proibire, per far diventare buono Mattia fosse il caso di accontentarlo.

Va detto che la vecchia era appassionata di musica classica ed era dispiaciuta che nessuno in famiglia suonasse, per cui, sapendo che il nipote aveva un’ora di musica la settimana, volle fare un tentativo.

Quindi, una sera dopo cena, lo prese da parte durante un raro momento di lucidità e gli disse – senti nipote, il motorino se ci tieni tanto te lo compro io, con la mia pensione.

Ma a una condizione.

– si nonna, qualsiasi cosa te lo prometto! – disse il ragazzo che già si vedeva ad impennare.

– tra due settimane dovrai suonarmi il Mattino di Grieg che mi piace tanto e suonarlo bene, altrimenti niente motorino.

….

Questo era un grosso problema.

Enorme.

Di tutte le richieste era la più inaccettabile perchè il bulletto non aveva mai ascoltato neanche un minuto una lezione: non ricordava neppure se avesse ancora il flauto o l’avesse barattato per delle sigarette.

Non sapeva distinguere un do da un sol, non sapeva neanche tenerlo in mano quel maledetto strumento (in realtà per batterlo sulla testa di Pitossi aveva una certa destrezza).

E comunque Mattia sapeva che la vecchia, per quanto rimbambita, quando aveva deciso era legge e non c’era verso.

Due settimane.

Con tanto di contrattino scritto e nascosto nel cassetto della vecchia.

Il giorno dopo avrebbe avuto la lezione di musica, ma a cosa sarebbe servito? Due settimane per recuperare il lavoro di tre anni?

In ogni caso tentò il tutto per tutto: ritrovò il piffero dentro una scatola impolverata, tirò fuori il metodo basico per studiare le note, si diede una tabella di marcia serrata per esercitarsi ogni giorno almeno due ore (con grandissima preoccupazione dei suoi che non lo avevano mai visto così dedito a qualcosa che non fosse distruttivo) e ascoltava per ore il dannato Mattino per impararselo a memoria e studiarlo meglio.

Tutta questa lodevole abnegazione portò tuttavia al solo risultato di produrre dei suoni così sgradevoli e destabilizzanti da terrorizzare il gatto facendolo schizzare via lanciando delle puzze formidabili.

Allo scadere del tredicesimo giorno senza apprezzabili risultati, Mattia escogitò quindi un piano di emergenza.

Aspettò Pitossi all’uscita della scuola, lo prese per un braccio e lo portò in una zona lontana da orecchie indiscrete.

– senti sfigato, o fai una cosa per me o te ne penti.

Quell’altro, che si era già pentito abbastanza in tre anni di angherie, sentí una lieve insicurezza nella voce del tiranno e capì che forse per una volta poteva ottenere qualcosa

– sentiamo

– ho bisogno che tu suoni al posto mio per mia nonna: verrai a casa mia e ti nasconderai dietro il divano, dovrai suonare il coso, il mattino di “Greg” mentre io farò finta.

– mmh e cosa ci guadagno?

– che non ti pesto – e così dicendo lo prese per il collo e avrebbe stretto, se non gli fosse servito con tutto il fiato.

– ah, se suonerai benissimo ci guadagni anche che il tuo motorino nuovo non verrà demolito appena lo parcheggerai qua davanti.

Convinto da queste nobili proposte, il Pitossi fece firmare un’amnistia al Bullo, diede una ripassata al brano che sapeva già alla perfezione e il pomeriggio dell’esecuzione si fece trovare davanti a casa del Bodoni, senza bussare che alle 17 gli avrebbe aperto.

Il concertino era stabilito per le 17.30 e avevano tutto il tempo per le prove del suono e gli attacchi finti.

Alle 17.25 la nonna imbellettata si sedette alla sua poltrona come fosse a teatro e a un suo cenno il nipote cominciò a (far finta di) suonare.

Fece finta bene: primo movimento, seconda parte, con tanto di sguardo compunto e concentrato.

Finí. Applauso finale e lacrimuccia.

Poi da bravo nipote accompagnò la nonna in camera, mentre l’altro sgusciava da sotto il divano e caracollava furtivo giù per le scale.

– bravo Mattia, bravo bambino, hai mantenuto la promessa e la nonna ti darà il premio, continua a studiare.

– Si nonna.

Aveva chiesto una vespa nera, nuova, con accensione elettronica.

Il padre sarebbe andato a ritirarla e l’avrebbe portata nel garage.

Arrivò il sabato, il giorno della consegna.

Mattia aprí il garage, ma dentro non c’era nulla.

Salí in casa e vide suo fratello che aveva una faccia strana, come a trattenersi dal ridere.

– nonna, e la vespa?

E la nonna, guardandolo seriamente negli occhi, disse – Caro nipote, ti avrei regalato il motorino comunque, anche se tu non avessi suonato; ma visto che sei stato così incredibilmente bravo e hai del talento come nessuno in questa famiglia e visto che ti sei tanto impegnato, il mio regalo è invece un bellissimo flauto nuovo, vero, di legno; e 100 lezioni già pagate dal bravo professor Lorenzini che ha accettato di farti da tutore.

Non sei contento?!

Contentissimo.

Un paio di settimane dopo Pitossi sfrecciava con una fighissima Vespa nera ad accensione elettronica, nuova di fabbrica e, davanti alla scuola di musica, salutò con un festoso colpo di clacson l’incazzatissimo allievo di flauto Mattia Bodoni, ex bullo.

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Discussioni

  1. Ciao Francesco, ho letto il tuo racconto qualche giorno fa è devo dire che mi ha trasmesso una grande tenerezza. Tanto che deve essermi rimasto “addosso”, perché ha ispirato l’aspetto e l’indole di uno dei coprotagonisti che appaiono nel mio ultimo librick 🙂 La tua prosa è “leggera” (e con questo intendo tutt’altro che un difetto), si legge che è un piacere. Felice di averti incontrato su Open, ho visto che hai all’attivo un’altra pubblicazione e passo a leggerla.