Il getto

Serie: L'Urlo Muto delle Ombre


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Mike e John sono legati da una profonda amicizia. La malattia terminale di John li costringe a intraprendere un dialogo che non avrebbero mai creduto possibile.

«Quei bastardi» esordì John, dopo aver mandato giù un sorso di birra. «Ti impediscono di guidare. Sostengono che sei invalido. ‘Inabile alle deambulazione’ dicono. E ti negano il sussidio. Troppo invalido per guidare un pick-up, troppo sano per l’assistenza sociale.»

«Governo ladro» disse Mike. Nel buio di quella sera inoltrata, quasi notte, l’estremità della sigaretta disegnava scritte incomprensibili nell’oscurità. Il fumo non si vedeva, ma era lì, tra loro, gli svolazzava sotto le narici facendo sentire il suo odore. Come le paure più recondite, pensò John.

«Guarda lassù» disse Mike.

«Cosa?» John non vedeva nulla di particolare, nel cielo stellato.

«Una stella cadente. Esprimi un desiderio.»

John indugiò fissando il cielo notturno. Poi, capita la situazione, disse: «Che, ti sei rincoglionito? Lo vedo anche senza occhiali che è un aereo.»

John non parve venir toccato da quelle parole. «Io dico che è una stella cadente. Ho espresso il mio desiderio» disse, con il tono di chi non si arrende nemmeno dopo la sconfitta. John avvertì una lacrima farsi strada tra le palpebre, annebbiandogli leggermente la vista.

«Cristo, Mike. Non le vedi le luci rosse lampeggianti? » disse John canzonandolo ma non troppo, scacciando quella punta di commozione. Mike, suo grande amico, era sempre stato un po’ credulone.

«Sarà…» si limitò a dire Mike.

Il getto di irrigazione, nel campo di mais attiguo alla proprietà, scandiva il tempo come un orologio. Ogni ticchettio era seguito dallo scroscio dell’acqua, che calava sul terreno in minuscole goccioline, quasi una nebbia. La brezza serale trasportava l’odore salmastro, quasi marcio ma piacevole, dell’acqua di fosso.

«Quando ti operano? » chiese Mike, e John ne fu sorpreso. In tutti quegli anni, Mike aveva sempre evitato le questioni personali. Lui stesso si era adattato, arrivando a provare disagio nel raccontargli le questioni più intime. Come tutto ciò che riguardava la malattia. E invece, eccolo lì a preoccuparsi per la sua operazione. Alla fine le persone emergono per quello che sono. Molte volte lo stato superficiale rivela del marcio sotto, ma non era il caso di Mike. Lui era un vero amico.

«Il quindici di agosto. Dicono che sono in tempo, ma ho una paura matta. Me la faccio addosso ogni sera, a pensarci. Mi credi? »

«Non ti capisco, perché Dio solo sa perché non sia capitato a me. Però ti credo. »

«Già. »

John si voltò in direzione del getto. Sembrava un attimo prima che le goccioline d’acqua gli arrivavano a bagnargli le pagine della rivista Motors. Ora, il getto era arrivato in fondo al campo, e un contadino si accingeva a spegnerlo. Intravide il fascio di luce generato dai fari del trattore tra le piante di mais. Era cresciuto a dismisura, e nemmeno se ne era accorto. Quei due particolari – il getto già arrivato in fondo al campo e il granoturco cresciuto in un baleno – gli fecero notare come la vita gli stesse scivolando attorno, incurante del fatto che lui fosse ancora lì. Chisseneimporta. Forse dopo il quindici di agosto ci sarai ancora per un bel pezzo. Forse creperai stanotte, sembrava dire. A ogni modo, il granoturco avrebbe continuato a crescere sotto l’acqua prelevata dai canali.

«Fottute zanzare. » La voce di Mike lo riportò al presente. «Non è che ti sei portato quello spray anti-insetti? »

«No. L’ho finito oggi pomeriggio. Non sono riuscito a comprarlo. »

«Tranquillo, non fa niente. Ci sono abituato» disse Mike, poi aggiunse: «Passo davanti alla bottega ogni giorno, finito il lavoro. Se mi lasci una lista posso procurarti qualcosa. Almeno non ti affatichi ad andare in giro. E non rischi una multa per guida in stato di…» s’interruppe, sforzandosi di ricordare quella parola.

«Inabilità alla deambulazione» lo incalzò John,

«Ecco, quello. »

«Comunque no» disse John. «Sei un amico a chiederlo, ma come ho detto non mi danno la pensione. Devo vivere dei risparmi, per ora, e alla bottega ultimamente hanno tirato un po’ troppo i prezzi. Preferisco farmi mezz’ora e fare acquisti ai grandi magazzini. »

John mandò giù un altro sorso di birra. Gli era stata sconsigliata dal dottor Wood, ma che andasse a quel paese. Se non era in grado di dargli certezze sul fatto che sarebbe sopravvissuto per altri quarant’anni, non avrebbe sprecato l’occasione di una birra con un vecchio amico.

«E fanculo lo Sceriffo Galbraith. Che mi dia pure una multa, tanto il termine di pagamento è novanta giorni. Potrei essere sotto terra, fra tre mesi.»

«Smettila di dire così. »

«È la maledetta verità, Mike. »

«Sì. Però mi metti un’angoscia. »

«Scusa. È che ormai, per me… sai, la morte cessa di essere un tabù, quando ti rendi conto di avere una certa probabilità di incontrarla. »

«Con quel suo abito nero. »

«Con quel fottuto abito nero. Puoi dirlo forte. »

«Pancreas? »

«Proprio lui» disse John atono, quasi sottovoce.

Il silenzio conseguente allo spegnimento del getto del campo vicino, ne aveva rivelato un altro, che scandiva il tempo da lontano.

«Dicono che sia uno dei peggiori. »

«Probabilmente lo è. Forse il più difficile da curare. »

Mike si alzò, ed entrò in casa. John rimase in ascolto, cercando di capire quanto fosse lontano quel getto che prima non aveva udito. Il contadino in fondo al campo ora stava tornando alla base. Per una bella dormita, pensò. John udì Mike trafficare tra gli sportelli della cucina. Tintinnio di cristalli. Tonfo delle ante in legno che si aprivano e chiudevano.

In poco tempo, Mike fu di ritorno in veranda. In una mano portava due bicchieri, il cui vetro brillava del bagliore della Luna. Devono essere del servizio bello. Forse un regalo per il loro matrimonio… povera Katerina. Se me ne vado, sarà completamente solo. Nell’altra mano una bottiglia, il cui contenuto, muovendosi, produceva un rumore simile alle onde del mare, ma più in piccolo.

«Questo è il Bourbon di mio zio Al. Cinquantasette, una bomba atomica. »

«Come quella di Nagasaki? » disse John ridacchiando.

«E Hiroshima. Messe insieme. »

«Alla tua vita, John. »

«Alla nostra amicizia. Ti voglio bene, Mike. »

Il liquore sgorgò. Il ghiaccio tintinnò.

E il getto continuava a scandire il tempo, inesorabile, da lontano.

Serie: L'Urlo Muto delle Ombre


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Discussioni

  1. “Il getto”
    Buongiorno Nicola, sono Micol. Ti scrivo, nella veste di membro dello staff di Edizioni Open, per comunicarti che saremo lieti di pubblicare questo racconto nella rivista LibriCk. Cosa ne pensi? Attendo tue, sperando in un tuo consenso. Un caro saluto ed a presto. Micol

  2. Sono d’accordo con @Dylan_Mendez quando dice che è una storia che prende il cuore. Un racconto apparentemente semplice e che naviga su un unico piano temporale, in realtà scavi moltissimo o meglio, aiuti il lettore ad avere voglia di trovare la chiave giusta. Un racconto di ampio respiro che parla di amicizia e che diventa universale. Molto bravo

  3. Una storia molto coinvolgente. Ascoltare una storia così verosimile porta ad avvicinarsi al protagonista e a provare la rabbia e la tristezza, nonché la paura che lui stesso deve provare in una situazione simile.
    L’utilizzo del getto come metafora è bellissimo, esempio di un qualcosa di comune che trasmette tanto.
    Veramente complimenti è una storia che prende il cuore.