Il Gigante Silenzio

Serie: Mediamente in pericolo!


Il lago di Ceresole era un incanto e la giornata era fantastica, soleggiata e arieggiata da una fresca brezza, ma noi non potevamo sostare più di tanto, lì di fianco alla staccionata che costeggiava la riva, facendo selfie col pupazzo dell’alieno grigio preso dall’auto di Veo. Il Nivolet ci aspettava e così, siamo ripartiti. Io, Veo e Blaco in un’auto; Scilli, Favie e Ele nell’altra. Ma io ero in macchina con i due campioni mondiali di perdita di tempo e così, dopo poche decine di metri, senza avvisare gli altri, i due pesi massimi del cazzeggio, allettati da un bel bar, con dehor dagli ombrelli arancione anni 90 e, in bella vista, un’avvenente donna, sola, con un bicchiere di vino in mano, hanno deciso di fermarsi per un caffè. Dopo un’iniziale resistenza, ho ceduto anch’io, credo soprattutto per la vista della bella donna. Sul bancone del bar, c’erano fette di crostata ai frutti rossi su un piattino. Ci siamo seduti al tavolino fuori, accanto alla donna misteriosa. Lei stava appena scambiando, con la cameriera, un bicchiere vuoto con un altro pieno. Non ricordo come, siamo riusciti ad attaccare bottone, o forse ci ha rivolto lei per prima la parola. Le abbiamo detto qualcosa riguardo al fatto che fosse da sola e lei ha risposto che c’era il bicchiere di vino a farle compagnia. Ma non lo ha detto in maniera antipatica, anzi, sembrava rallegrata da un po’ di conversazione. Ha cominciato infatti a raccontarci la sua vita, dicendoci, nonostante il nostro entusiasmo per quel bel posto, che era una noia vivere lì, ma che allo stesso tempo, non le era mai venuta voglia di andare altrove. Era russa, ma cresciuta lì da piccola. Sembrava un po’ depressa e ci ha raccontato che non si era mai del tutto ripresa dalla morte del padre, avvenuta qualche anno prima, al quale doveva essere molto legata. A quel punto le è scesa qualche lacrima da sotto gli occhiali da sole. Eravamo un po’ spiazzati; eravamo arrivati lì con un “andi” (come dicono da queste parti per intendere l’atteggiamento) festaiolo, allettati da quelle belle gambe lunghe e convinti di trovare una beona allegra e disinibita e ci siamo ritrovati, invece, di fronte ad una inaspettata dose di sofferenza. Con qualche frase di circostanza, abbiamo provato a farle coraggio e, pare, ci siamo in parte riusciti poichè ha ripreso il suo racconto. Ha detto che, dopo la dipartita del genitore, è diventata lei l’uomo di casa, poichè rimasta con la sorella più piccola e la madre. Faceva lei i lavori di manutenzione dell’abitazione, spaccava la legna e altre cose così. Una volta in cui si era fratturata una gamba, ha dovuto guidare fino all’ospedale più vicino, che sta ad almeno un paio d’ore di macchina, poichè nè la madre nè la sorella sapevano guidare. Cazzo! Possibile che nessuno si sia degnato di accompagnarla? Non ce l’aveva un ragazzo? Ci ha risposto di no, che non credeva più nell’amore e che aveva un pessimo rapporto con il vicinato, poichè la giudicavano un’alcoolizzata (e non a torto) e le parlavano alle spalle. Insomma, una storia triste. Abbiamo provato a coinvolgerla, a dirle che il giorno dopo, quando saremmo scesi giù, al ritorno dal Nivolet, avremmo potuto rincontrarci e fare qualcosa assieme, ma lei ha mantenuto il suo distacco disincantato e gentilmente ha lasciato cadere l’invito con qualche frase evasiva. Gli altri ci hanno chiamato, insultandoci, chiedendo dove fossimo; noi abbiamo dato tutta la colpa a Blaco, assicurando di non essere rimasti troppo indietro, mentendo.

Abbiamo salutato la povera russa, lasciandola al suo vino salato di lacrime, e siamo ripartiti. Ci aveva regalato uno spaccato di vita di quelle strette valli soffocate dai monti e qualche fantasia erotica su come consolare il suo dolore; il suo nome, quella sera, sarebbe rimbalzato tra le nostre tende, tra ammiccamenti e allusioni. Eppure non riesco a ricordarlo. Mi sono rimaste, di lei, solo la sua desolazione e le belle gambe.

-Oh! Ma sono in riserva!- Ha esclamato Veo- Ma non mi avete avvisato di fare benzina!-

Veo scarica sempre il barile delle colpe sugli altri, per lasciare spazio a sufficienza per i numerosi meriti che si autoconferisce. Ovviamente sono scattati una serie di insulti.

-Ma Veo, la macchina è tua! TU sai quando e come fare benzina! Cazzo siamo, i tuoi tutori?-

Ma era inutile. La ragionevolezza non è il suo forte. Al massimo, arrivava a concepire che c’era un concorso di colpa, tra noi e lui. Eravamo in alta montagna. Sopra i 2000 metri. Il primo benzinaio disponibile lo avevamo lasciato a più di un’ora di viaggio, dietro di noi. Potevamo solo sperare che la riserva bastasse per salire e poi riscendere l’indomani. L’auto, sui tornanti scoscesi, sembrava affacciarsi pericolosamente nel vuoto, dal mio finestrino. Ogni volta mi contraevo, come se con il mio sforzo potessi trattenere l’auto entro il confine stradale. Arrivati ad un certo punto, non si sarebbe più potuto salire con l’auto, ma la transenna che doveva bloccare il passaggio, lasciava uno spazio di due metri e non era presidiata da alcuno, pertanto siamo passati. Salendo su, cominciavano ad esserci laghi azzurri, uno più bello dell’altro, fiori coloratissimi e piccole cascate che sgorgavano dalla roccia a bordo della strada. L’aria era fresca e profumata. Non c’era più vegetazione boschiva, niente alberi o cespugli. Solo prati e licheni che acconciavano le rocce con ciuffi ribelli. Talvolta qualche ciclista folle scendeva giù per quei tornanti. Ogni tanto, qua e là, qualche lapide a testimoniare la pericolosità di quelle strade e dei precipizi là sotto. Non sarei stato sereno finchè non fossimo arrivati, sia per le curve vertiginose, sia per la riserva di benzina. E la discesa di domani? Beh! Domani è domani e ci avremmo pensato domani.

Finalmente siamo sbucati davanti al rifugio…a quel rifugio! Lo riconoscevo. Riconoscevo la vallata. Riconoscevo il grosso lago lì davanti e i colli che si elevavano dietro quella solitaria costruzione in legno che faceva da bar, da ristorante e affittacamere. C’eravamo! Eravamo a 3000 metri. Respiravo profondamente, mentre prendevo la mia roba dall’auto. Faceva fresco, perciò mi sono infilato una felpa e ho messo, per via del forte sole, un cappello floscio, a tesa larga, che Favie giudicava inguardabile. Mi sono preparato freneticamente perchè volevo raggiungere gli altri, che vedevo più in là. Dopo il ricongiungimento, fatto di insulti ed urla (il nostro modo di volerci bene), la trafila per andare al bagno del rifugio e qualche selfie di rito, abbiamo deciso di incamminarci in ricognizione, senza tutto il fardello di zaini e borse, per scegliere il luogo del pernottamento.

Il nostro piano era, dopo aver scelto il posto, quello di portare l’auto al fondo della strada, lontano da sguardi indiscreti che capissero la nostra volontà di pernottare e da lì, salire con la roba lungo i ripidi pendii, anche se avremmo dovuto rinunciare alla comodità del sentiero. Però avremmo tagliato un po’ di strada in quel modo, pensavamo.

Cominciate a capire perchè ci chiamiamo i mediamente organizzati?

Comunque, mentre salivamo in ricognizione, già la nostra disorganizzazione cominciava a trasparire. Ognuno parlava per conto proprio, senza tener conto di ciò che proponevano gli altri. Ele fotografava le marmotte. Veo si fermava a perder tempo per qualsiasi cosa. Blaco sorrideva e guardava in giro con lo sguardo vacuo di un pio bove. Scilli professava la sua tuttologia, spiegando qualcosa a qualcuno. Favie urlava inutilmente, come imprecando in un deserto, cercando di convincere il gruppo a scegliere un certo posto che aveva adocchiato, in una nicchia riparata tra le rocce e che stava di fronte ad alcune visibili tane di marmotte. Si immaginava di aver trovato riparo dal vento freddo della notte, un’umidità accettabile e un luogo da cui al mattino, svegliandosi, dare il cinque alle marmotte. Io facevo foto ovunque e a chiunque, includendo sempre il piccolo alieno grigio tascabile. Non chiedetemi perchè, ma lo trovavo divertente. Inoltre, pensavo che avrei potuto selezionare qualcuna di queste foto per promuovere il mio romanzo, Atman, dato che narra proprio storie di avvistamenti alieni. Comunque, ad un certo punto, esasperato dalla lentezza del gruppo e ansioso di rivedere quei colli, dopo anni in cui avevo solo potuto riviverli col ricordo, mi sono inoltrato da solo per quei sentieri. Allontanatomi abbastanza dal gruppo, non sentivo più le loro voci, ma solo il mugghiare del vento tra i picchi e quando, per un po’, è cessato…Cazzo! Il silenzio! Quello vero! Come non l’avevo mai sentito. Cioè, non quel silenzio che, generalmente, ha sempre dei retrorumori, come un’auto che viaggia in lontananza, o l’abbiare di un cane, gli uccellini che cinguettano. No! Qui c’era proprio il Silenzio. Come il canto vuoto di un gigante che sta coricato per tutto l’universo, a sovrastare i nostri isolati schiamazzi. Non si può capire cosa è l’ascolto di quel silenzio. Può essere agghiacciante…o bellissimo. Mi sono seduto su una pietra e l’ho ascoltato.

Serie: Mediamente in pericolo!


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