Il giudice zelante

Nicholas Englund era un giudice conosciuto per il suo ostinato garantismo, anche quando ciò si traduceva in una vera e propria clemenza per coloro che avevano commesso crimini atroci. La sua sentenza più controversa riguardò un giovane immigrato clandestino di nome Alesiter, che aveva confessato lo stupro e l’omicidio di una giovane ragazza svedese: dopo averla aggredita, fu da lui brutalmente seviziata e smembrata per poi seppellire i resti in diversi bidoni di plastica in una discarica al confine di due contee del paese scandinavo.

Nonostante la natura orribile del crimine, Englund emise ancora una volta una sentenza sorprendentemente mite: arresti domiciliari e 666 ore di servizi sociali presso una cooperativa di smaltimento rifiuti, basando la decisione sulle difficoltà economiche di Alesiter, le incolpevoli incapacità di integrarsi nella società svedese e sulla presunta mancanza di comprensione delle proprie azioni. La sentenza indignò la famiglia della vittima e l’opinione pubblica in generale, ma il giudice rimase fedele alla sua interpretazione di legge.

Libero da impegni lavorativi, il giudice Englund lasciò la sua villa il sabato mattina a bordo della sua vecchia Volvo 440. Si recò in una zona isolata vicino a una strada di campagna e parcheggiò in una radura sterrata. Camminò attraverso una fitta vegetazione finché non giunse a un capannone, che pareva abbandonato. Aprì il portone e guidò la macchina all’interno dell’edificio che fungeva da rifugio privato, un luogo sordo alle proteste di chi giudicava troppo morbide le pene comminate ai delinquenti.

All’interno, nel soppalco, c’era uno studio pieno di libri e una sedia a dondolo, dove trascorreva i fine settimana leggendo e godendosi la solitudine.

Ma quella pace fu bruscamente disturbata da un rumore metallico e da una voce ovattata, simile a un lamento. Si alzò di scatto e scese a controllare all’esterno per vedere se ci fosse qualcuno nelle vicinanze. Non vedendo nessuno, chiuse a chiave la porta e tornò al suo veicolo, dove aprì il bagagliaio come se cercasse di estrarre il cric per difendersi da malintenzionati ma dopo aver spostato una coperta, si imbattè in un uomo legato mani e piedi con la bocca tappata da un nastro.

Era Alesiter, l’immigrato, che avrebbe dovuto essere agli arresti domiciliari, confuso e terrorizzato. Il giudice balzò indietro lasciando che l’uomo si alzasse per accompagnarlo di peso fuori dal bagagliaio.

Mentre il giudice toglieva il nastro dalla bocca di Alesiter, l’immigrato, riconoscendo il suo salvatore legale, si inginocchiò, ancora legato e frastornato, ringraziandolo nella lingua del paese d’origine; dietro la sagoma del magistrato, in alto, appeso al soffitto, notò un grande cartello di metallo con la scritta: “Cooperativa Smaltimento Rifiuti Englund 1974”. Capì con stupore che quello era il luogo che gli era stato destinato dalla condanna del giudice e dove avrebbe iniziato a scontare la flebile condanna il giorno dopo. Ma sembrava abbandonato. E perchè quel nome Englund, lo stesso del giudice? E soprattutto perchè si trovava lì dopo essere stato aggredito e sedato da una persona incappucciata la sera precedente quando era agli arresti domiciliari in un luogo segreto?

Prima che Alesiter potesse fare domande, il giudice, senza dire una parola, si voltò e lo colpì con un machete, recidendogli il tendine d’Achille.

Alesiter crollò a terra in preda all’agonia emettendo urla di dolore che non potevano essere udite da nessuno.

Englund prese in mano un libro e recitò, ad ogni colpo di machete, sentenze inappellabili in nome di una propria legge del taglione.

Al termine della surreale arringa, il giudice sentenziò con tono aulico: “Dinnanzi al popolo la legge deve essere comprensiva ma, davanti a dio, la punizione sarà sempre commisurata al delitto commesso”.

E mentre Alesiter, in preda al panico, implorava pietà e perdono per l’omicidio che aveva commesso, il giudice, impassibile e con precisa crudeltà, tagliò a pezzi il corpo, minuto dopo minuto.

Quando il raccapricciante compito fu completato, pose i resti smembrati in bidoni di plastica, dello stesso tipo di quelli che Alesiter aveva usato per sbarazzarsi della povera ragazza.

Quei fusti sarebbero poi stati raccolti il giorno seguente dalla “cooperativa smaltimento rifiuti Englund” e fatti sparire per sempre, sepolti in una terra lontana da occhi indiscreti.

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