Il lago di Laux

Serie: La strana storia dei mediamente organizzati



La terza tappa aveva a che fare con l’infanzia di Favie. Il nostro capo banda aveva trascorso i suoi anni più verdi in un campeggio a Fenestrelle e voleva trascinarci in un’operazione nostalgia. Per arruolarci senza problemi ci ha chiarito subito che ci sarebbe stato poco da camminare e tanto da ammirare.

In quei giorni, una mia…non so come definirla perchè, quando l’ho chiamata ex mi ha riso in faccia, mentre le volte in cui non ho detto nulla, ha sottolineato lei che eravamo stati insieme. Ulteriore conferma che alle donne non va mai bene nulla. Vabbè, nel dubbio la chiamerò Eli. Eli ha visto le foto delle nostre precedenti escursioni e si è entusiasmata. E’ sempre stata attratta dallo sport e dalle cose assurde (il che spiegherebbe perchè è stata con me; intendo le cose assurde, non lo sport) e perciò questa roba delle camminate notturne l’ha esaltata. Mi ha chiesto di aggiornarla e così, quando le ho proposto di venire a Fenestrelle, ha accettato, aggiungendo che avrebbe portato anche sua cugina. Benissimo. Il gruppo avrebbe gradito due femmine.

Saremmo stati: loro due, me, Favie, Ele, Veo, Scilli (tornato nel gruppo perchè non c’era da camminare tanto) e l’immancabile Blaco. Io avevo scelto, per comodità, di mettere quei pantaloni della tuta del tipo morbido. Sapevo di rischiare qualche sfottò, conoscendo i miei polli ed infatti, quando ci siamo congiunti con Eli e la cugina, il dispettoso Veo, ha subito commentato:

-Oh! Sei venuto in pigiama?-

Io,  ho sorriso di circostanza di fronte alle ragazze e ho sminuito:

-Ma sì, ma no, ma boh.-

La caciara del gruppo copriva le mie argomentazioni inesistenti. Eli sembrava contenta di vedermi, mi ha abbracciato calorosamente e mi ha presentato la cugina. Quando è di buonumore, Eli è una delle persone con cui mi diverto di più. Quella sera lo era.

Ci avviamo con le macchine. Non ricordo come eravamo disposti, ricordo tornanti e strada buia e l’aria frizzante di montagna. Quando siamo scesi, ci siamo subito resi conto che l’aria era molto più fresca che a Torino. Eli sembrava una bambina, diceva che quell’aria le ricordava quando era in Germania, da piccola. La cugina le stava vicino, disorientata. Io avevo le stecche, quelle per camminare in montagna. Il mio rapporto con queste ultime sarebbe stato duraturo. Sarebbero diventate per me come il martello per Thor, o come lo scudo di Captain America, etc. etc. Peccato che quella sera sarebbero servite a poco e credo di averle lasciate in macchina. Favie, arrivando ci ha fatto vedere il campeggio dove aveva passato mille estati. Provavo ad immaginarmelo, da piccolo; me lo immaginavo un piccolo urlatore inarrestabile…e insopportabile. Di quelli che gridano sempre, per qualsiasi cosa, con quelle voci squillanti che ti penetrano fino al cervelletto.

Abbiamo cominciato a salire per un’erta. Io parlavo con Eli e la cugina. Gli altri, dietro, con le torce, avevano scoperto che puntando la luce sui leggins della cugina, potevano vedere in controluce il suo perizoma e quello era diventato il gioco della serata. Ogni tanto ci fermavamo a fare foto artistiche. In lontananza l’abbaiare di cani e qualche luce di case isolate. Eli si lamentava che forse doveva andare in bagno e si chiedeva come avrebbe fatto se le fosse divenuto impellente. Analizzava il bosco in cerca di nicchie abbastanza nascoste e adatte, ma poi pare esserle passata. A volte, le piace semplicemente dire cose come questa, così come le piace ruttare sonoramente, eppure è anche romantica. Quando stavamo assieme (siamo stati solo 2 mesi, ma h 24), se provavo a sottolineare questi suoi aspetti da maschiaccio si incazzava terribilmente.

Comunque salivamo. Parlando, esce fuori che la cugina disegna.

-Ma dai!- Faccio io- Allora il destino ci ha fatti incontrare-

Giuro che non era una tattica per abbordarla, anche se devo dire che era molto carina. Il precedente disegnatore della copertina di “Atman”, il mio precedente romanzo, non avrebbe potuto disegnare per me la cover del saggio che avrei pubblicato a breve, “Psicologia e buddismo”, e così io ero in cerca di un nuovo disegnatore. Ed ecco che me ne cade uno in braccio. E che disegnatore! La cugina si dimostra disponibile (parlo sempre e solo della copertina del saggio). E’ una notte magnifica. Dall’alto si vede il Forte di Fenestrelle. Una fortezza che scende giù attraverso enormi scaloni. Sembra un enorme serpente di roccia che si inerpica attraverso i costoni, o una di quelle fiabesche strutture da storie medievali di streghe. Sembra di essere trasportati in un altra dimensione. Rimaniamo un po’ lì inebetiti a guardare. Favie guarda fiero i nostri volti attoniti, contento che i nostri cuori sfiorino quelli dell’infante che era stato, quando le prime volte si era inebetito anche lui di fronte a quello spettacolo.

Poco dopo sbuchiamo in un villaggio che sembra uscito dalle favole. Non c’è nessuno. Nessun segno di vita. Le case sono così belle e perfette che sembra il set di un film. Anzi di un cartone in stile Heidi. Viuzze, fontane e finestre di legno. Sembra un villaggio fantasma; c’è un silenzio rotto solo dai nostri schiamazzi. Ci disperdiamo a gruppetti in questo paesello. Ognuno preso a fare foto a destra e sinistra. A fatica, riusciamo a ricongiungerci e sbuchiamo su una vallata mozzafiato. Mozzafiato per due motivi: perchè era bellissima e perchè ci spirava un vento gelido che ti mozzava davvero il fiato. Ci coprivamo alla bell’e meglio. Io avevo su una felpa ma non bastava. L’aria era pura, cristallina. La si poteva sentire in tutta la sua freschezza nitida dentro le narici e gelarti la faccia. Il panorama era bellissimo. C’era un lago. Il lago di Laux. Ci siamo stesi sui nostri teli, accartocciandoci l’uno contro l’altro.

-Ma vieni più vicino!- Mi ordina Eli, tirandomi a sè.

Io mi rendo conto, una volta di più, che sono un po’ restìo al contatto umano. E’ vero che io e lei, quando stavamo assieme eravamo abituati a stabilire un contatto fisico con una certa facilità e frequenza, ma a me è sempre bastato restare single per un po’ per tornare a sentirmi attorno una specie di bolla di vetro che mi tiene a distanza dagli altri e che faccio fatica ad infrangere. Comunque mi sono avvicinato ad Eli, quando con la sua grazia, me lo ha perentoriamente chiesto, ma non oltre quella soglia oltre la quale la mia barriera immaginaria non mi fa procedere. Ci passavamo il vino, parlando di film. Accanto a noi un’alta montagna scura, oltre la quale si vedevano brillare le stelle. Il vento mugghiava contro quell’alta parete. Dall’altro lato del lago, un tranquillo gruppo di casette illuminate da piccoli lampioncini. Vicino a noi, sulla riva del lago, un unico albero ci era testimone. Sembrava un posto incantato, magico. Era meraviglioso. Mi sono guardato attorno ed ho avuto un’illuminazione (parola azzeccatissima); ho pensato che era quello il posto che avrebbe fatto da copertina per “psicologia e buddismo”. Lo avrei detto alla cugina di Eli ed ella avrebbe rappresentato l’albero, il lago ed un budda in meditazione che, riflettendosi nell’acqua dava vita all’immagine di Adler (allievo di Freud). Quella sarebbe stata l’immagine della copertina, con la sola variante che l’albero sarebbe stato uno di quegli alberi che si vedono nei cartoni giapponesi, dai petali rosso acceso che si spargono come coriandoli quando il vento li scuote via dai rami.

Il posto era fantastico, ma il freddo non ci ha fatto godere in tranquillità quella meraviglia e così, dopo poco, ci siamo avviati verso la ridiscesa. Scilli si faceva “ben volere” dal caratterino di Eli, uscendosene con il suo “romanticismo” da terroncello di Venaria. Lei, attraverso le mie espressioni, cercava di capire come doveva interpretare certe frasi, di questo o quel mio amico, che giudicava negativamente (Eli non pesa le parole, le passa proprio al setaccio) e io, con espressione bonaria, sdrammatizzavo ogni volta. La sua volontà di mantenere il suo buonumore quella sera ha vinto sul suo carattere puntiglioso e irritabile. A persone come Scilli e Veo bisogna abituarsi per gradi. Anche Veo, in macchina, con qualcuno dei suoi nonsense, le aveva destabilizzate. Io non le spiegavo niente, confidando sul fatto che la vita stessa è la migliore maestra.

Scendendo ricordo che Eli mi teneva sotto braccio e, ad un certo punto, mentre stavo per scivolare lungo la discesa sterrata, la morsa del suo braccio mi ha salvato, facendomi mantenere l’equilibrio. Abbiamo scherzato sul fatto che stesse facendo palestra, ma sprattutto sul fatto che, scivolando, avevo avuto le movenze che ricordavano un passo di Charleston. Non la finiva più di ridere.

Poco dopo eravamo in macchina a dormire (tranne i guidatori ovviamente). Si era fatto tardi come sempre, la strada buia, il calduccio della macchina e le curve che ti cullavano sembravano concorrere al nostro sonno.

A un certo punto, mi hanno svegliato. Eravamo ad un autogrill. Mi sono tirato su. L’aria della notte mi ha svegliato in un secondo. Ho buttato un occhio dentro l’altra macchina. Le ragazze dormivano. Sono andato dagli altri a mangiare un panino, sparando le ultime cavolate, che il sonno rendeva peggiori del solito.



La strana storia dei mediamente organizzati
  • Episodio 1: L’Erta
  • Episodio 2: Come tutto è cominciato
  • Episodio 3: Il Monte Musinè
  • Episodio 4: La nostra prima cima
  • Episodio 5: Nel regno dei ragni
  • Episodio 6: Occhio, ginocchio!
  • Episodio 7: Il lago di Laux
  • Episodio 8: La leggenda della Bell’Alda
  • Episodio 9: C’è qualcuno là fuori?
  • Episodio 10: La strada verso il Nivolet
  • Episodio 11: Il Gigante Silenzio
  • Pubblicato in Narrativa