Il lampione dove inizia la città

Nel novembre del 2019 io e mia moglie Valeria abbiamo finalmente comprato casa qui a Chiavari. Dico finalmente perché è stata una ricerca lunghissima, da qualche parte abbiamo ancora il file excel con l’elenco di tutti gli appartamenti che abbiamo visionato. Non ce n’era mai uno che andasse bene a entrambi. Io cercavo determinate caratteristiche, lei altre, alle quali si aggiungeva naturalmente il prezzo che ci saremmo potuti permettere di pagare.

Ed è buffo come, alla fine, l’appartamento che abbiamo comprato si trovi nello stesso palazzo, anche se in una scala differente, in cui sono cresciuto da bambino, e dove sono rimasto fino alla terza media. Io stavo al 145, ora sto al 143. Anche mia nonna c’è stata al 143, per un breve periodo.

Ancora più buffo forse è il fatto che dai tredici anni in poi, dal momento in cui mi sono trasferito in un altro appartamento (quello in cui ancora vivono i miei genitori), nel cortile della mia infanzia, un rettangolo fatto di pietrisco con una sottile striscia di terra abitata da piante su un lato, non ci avessi mai più messo piede. Mai più.

Ci sono passato davanti innumerevoli volte; però per arrivare a quel cortile bisognava (e bisogna) percorrere una piccola discesa perpendicolare alla via, protetta da una sbarra, che lascia libero giusto lo spazio sufficiente a far passare una persona.

Stiamo parlando di una lunghezza ridicola, forse nemmeno dieci metri, eppure sufficiente a farti capire che, se in quel palazzo non ci abiti (e nonostante non ci siano cartelli che ne vietino l’accesso), giù per quella discesa non hai motivo, o diritto, di spingerti.

Dall’età di tredici anni fino ai quarantaquattro, quel cortile l’ho però sognato un’infinità di volte. Davvero un’infinità di volte; era diventato un sogno ricorrente. Sognavo il cortile ed il portone d’ingresso del palazzo, l’androne delle scale e le cassette delle lettere. Quelle cassette, quando ero bambino, erano state cambiate con un tipo più moderno, ma nel sogno erano sempre quelle originali, quelle che mi avevano visto arrivare in un passeggino dopo che mi avevano riportato a casa dall’ospedale di Genova; incassate nel muro in profondità, con uno sportellino orizzontale lungo e sottile in vetro per ogni condomino, contrassegnato con il numero dell’appartamento appiccicato tipo decalcomania, dal quale si poteva vedere se la cassetta contenesse delle missive.

Nel sogno la mia cassetta era sempre piena zeppa di posta: lettere, cartoline, straripava quasi, ed io le ritiravo tutte quante sbirciando chi fossero i mittenti, impaziente di rintanarmi in casa per poterle leggere, curioso come un bambino. Appunto.

Eppure, nonostante quei sogni, in quel cortile non ci ero mai più sceso, pur ripromettendomi di farlo ogni volta che ci passavo davanti; la prossima volta, ora non posso.

Ritornarci per andare a dare un’occhiata a quello che sarebbe diventato il nostro appartamento, della cui messa in vendita eravamo venuti a conoscenza grazie ad amici in comune con gli allora proprietari, mi aveva creato più stravolgimenti emotivi dell’idea stessa di una casa nuova. Valeria mi parlava mentre percorrevamo lo spazio che ci divideva dalla strada al portone giù in fondo al cortile, quello più distante, ed io riuscivo solo ad ascoltare il suono nuovamente ritrovato dei sassolini che sfregavano e scontravano sotto le mie scarpe.

Passando davanti a quello che era stato il mio portone d’ingresso, quello dell’infanzia, prima di raggiungere l’altro, quello che oggi apriamo per salire le scale ed entrare in casa nostra, mi ero avvicinato non senza una punta di timore e, trovandolo aperto, avevo chiesto a Valeria di aspettare un attimo, di concedermi un minuto per entrare e guardarmi intorno.

Tutto come me lo ricordavo, forse leggermente più piccolo, ad eccezione delle cassette della posta, che erano state cambiate un’altra volta. La stessa luce soffusa, la stessa porta dell’ascensore, la stessa targhetta incollata sulla destra del vetro smerigliato (“Vietato l’utilizzo ai minori di 12 anni non accompagnati”. Chissà perché, poi), lo stesso cartello con un vetusto regolamento condominiale fatto di altri divieti (“Proibito batter l’impolverati panni dopo le ore antimeridiane”. Del resto il nome della nostra via è quello di un poeta, ci vuole un linguaggio aulico).

Ero risalito su per le scale e mi ero fermato davanti alla porta del mio vecchio appartamento al secondo piano. Ripromettendomi che, se mai fossimo riusciti ad acquistare quello che avevamo in progetto di visitare quel giorno, una volta trasferitomi nuovamente in quel palazzo avrei prima o poi trovato il coraggio di bussare a quella porta e, sfoggiando una minima dose di buoni sentimenti e tanta, tantissima faccia da culo, avrei chiesto di poter invadere la riservatezza dell’inquilino che mi avrebbe aperto domandandogli di potere dare un’occhiata all’interno.

Il casino è che non viviamo nel mondo delle favole e stiamo diventando sempre più stronzi gli uni con gli altri. Quel coraggio non l’ho ancora trovato ma probabilmente, se ce la facessi, la risposta che otterrei sarebbe qualcosa di simile a “Oh, cazzo vuoi, levati di qua che chiamo la polizia. Sto scemo…”. Sbam.

Da quel giorno però ho un sogno ricorrente in meno, che nel frattempo è stato rimpiazzato da altri.

Una volta concluso l’acquisto avevo proposto ai miei amici minchioni una serata per festeggiare. Le idee erano state tante, delle più svariate. In quei giorni a Chiavari c’erano le giostre, così Kappa, con l’entusiasmo che lo caratterizza, aveva proposto:

«Perché non ci facciamo una serata sugli autoscontri?».

La risposta un po’ caustica di Boris era stata:

«Kappa, piuttosto che farmi una serata sugli autoscontri mi compro un cartone di Tavernello e me lo vado a bere sotto un lampione arrugginito a Isola del Cantone.»

A beneficio di chi non lo sapesse, Isola del Cantone è una località che sta sulla Genova-Milano, c’è proprio un casello d’uscita. È un posto di quelli che piacciono a me, raggiungibile ma sperduto, in mezzo alla natura, umido d’inverno, spesso nascosto dalla nebbia. A novembre regala il meglio di sé. Non se n’abbiano a male gli eventuali Isolesi che per qualche ragione mi leggono, perché c’è solo sincerità ed affetto in queste parole.

«Ci sto» avevo detto io.

«Ci stai a fare cosa?»

«Ad andare ad Isola. Facciamolo.»

E così avevamo fatto. Uscito dal lavoro mi ero fermato davanti ad un Carrefour, ero entrato e avevo preso due cartoni di Tavernello, uno bianco e uno rosso per venire incontro ai gusti di tutti. Dopo cena ci eravamo incontrati davanti al casello di Chiavari, avevamo riempito il diabolico coupé (l’Alfa centoquarantaequalcosa di Boris, che oggi non c’è più – l’Alfa non c’è più, non Boris. È stata rottamata) ed eravamo partiti.

Già oltrepassata Genova Bolzaneto, direzione Milano, aveva iniziato a piovigginare, ed arrivati ad Isola i contorni delle cose erano tutti avvolti da quell’effetto che crea la bruma sui bordi degli oggetti illuminati dalla luce artificiale, quella specie di coroncina luminescente colorata come fa un prisma. Ci eravamo fermati sotto il cartello che segna il confine municipale di Isola del Cantone, sotto l’agognato lampione, e lì ci eravamo scolati il Tavernello. Quello bianco, che è più acido, perché il rosso faceva troppo chic. Tutti tranne l’autista, naturalmente, che ora non ricordo chi fosse.

Dopodiché ci eravamo fatti il giro dei bar aperti del paese, fra avventori che sonnecchiavano al tavolo e feste non proprio affollate con tanto di DJ set, bussando anche alle porte del locale circolo ACLI, il cui gestore, in uno slancio di precisione e rispetto delle regole, non ci aveva voluti servire perché sprovvisti della tessera soci. Peccato, avremmo contribuito generosamente al loro bilancio annuale, quella sera.

Terminati i locali di Isola, eravamo ridiscesi lungo la statale allo stesso modo in cui fecero un tempo le popolazioni barbariche alla conquista dell’Impero Romano, facendo razzia di bevande a Ronco Scrivia, Isolabuona, Borgo Fornari, facendo pipì nel retro di un locale che dava direttamente su una delle corsie dell’autostrada e terminando la nostra scorribanda a Busalla, fermati da un posto di blocco della Polizia che, quella notte, doveva essere veramente in buona, con uno degli agenti che ci aveva fatti scendere chiedendoci soltanto i documenti senza stare troppo ad indagare cosa cazzo ci facesse un mucchio di scemi di Chiavari da quelle parti a quell’ora di notte. Non avevano fatto neanche troppe storie nel momento in cui io ero sceso dall’auto un paio di minuti dopo, visto che la portiera dal mio lato non si era voluta aprire nonostante tutti i miei sforzi. Si erano limitati a guardarmi perplessi mentre porgevo loro i documenti, domandando:

«E questo da dove spunta fuori?»

È stata una delle serate più belle della mia vita. Conclusa lì a Busalla, sul parapetto del Ponte Zuccarino, sopra le acque del fiume Scrivia, con in mano una lattina di birra pescata chissà dove ed il bavero della giacca tirato bene su sul collo, a guardare la miriade di neon della Iplom, l’azienda chimica che domina con la sua presenza ingombrante l’intera vallata.

Ed è osservando quelle luci che ho capito da dove nascono i poeti.

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Discussioni

  1. Ciao Roberto, raccontare di sé è e sarà sempre una cosa bella e dolorosa nello stesso tempo. La nostalgia che colora le tue parole, il modo come li fai arrivare, come farebbe un fine musicista con un ritmo delizioso. Attento, quasi a difendere i sogni e ad accarezzare i tuoi ricordi da bambino, tutto molto bello. Non ho letto molto di te, ma questo tratto della tua vita, scritto in modo “poetico”. Grazie

  2. Molto bello. Trascinante, nel suo flusso luministico e nella pulsazione morbida dei luoghi dei ricordi, con uno sviluppo mordente, ricco di articolazioni e di swing. Godibile fino in fondo. Bellissimo il finale: toccante.

  3. Non importa se chi ti legge ha vissuto o meno esperienze simili a quelle che tu racconti perché le tue storie sono sempre universali pur nella loro unicità. Scritte così bene e così ricche di particolari che sembra di essere proprio là. Dal punto di vista stilistico mi è piaciuto molto il ribaltone o capitombolo o anche tuffo carpiato che hai fatto fra il momento dedicato all’infanzia ritrovata, con quei sassolini che scricchiolano sotto alle scarpe e il tavernello (meglio rosso). Adesso torno a rileggere e cerco il nesso. O forse no.

  4. Hai fatto passare una bella serata anche a me! Peccato non avere tutto quell’alcol dietro facendo finta di essere in vostra compagnia… Però sappi che io tengo per il professor Pat Pending e la sua fantastica Multiuso! 😀

  5. Ogni tanto riemerge la tua vena poetica che, in questo racconto, ho percepito sin dal principio, per concludere poi, in bellezza, nell’ immagine finale con le luci soffuse a rischiarare la vista dal ponte sopra il fiume Scrivia. Un racconto un po’ nostalgico, intimista, con qualche nota più vivace nell’ incontro con gli amici, con cui condividere e festeggiare allegramente.

  6. Sono i poeti che fanno i luoghi, o è il luogo che fa il poeta?
    Non lo so. Credo entrambe. Quello che so è che fino a ieri sera io ignoravo l’esistenza di Busalla e della sua fabbrica. Ora invece ho tra le mani la magia di una storia nuova. E tutto questo grazie a te.
    Hai un modo di raccontare di te eccezionale. Perché non è soltanto un modo di narrare. È un modo di essere. E’ il modo giusto di prendere la vita, è sapersi godere il mondo, trovare l’esatto angolo dal quale afferrare le cose. Grazie per questo racconto.

    1. “Sono i poeti che fanno i luoghi, o è il luogo che fa il poeta?”
      Dea, ma cosa sei riuscita a tirare fuori in questa considerazione? La tua visione delle cose bisognerebbe insegnarla a scuola ai bambini👏🏻

  7. Saper raccontare i fatti propri con bravura non è da tutti e tu ci riesci bene, azzecchi i dettagli per infarcire nel modo giusto la storia.

    Da bambino mia madre mi diceva che il motivo di quell’etichetta accanto all’ascensore era che se si blocca i bambini non sanno cosa fare, non si sanno dare aiuto… Chissà se è vero.

    C’è un riferimento a un cartone animato di quando eravamo piccini, vero?

  8. “Ed è osservando quelle luci che ho capito da dove nascono i poeti.”
    Ok, un giorno scriverò di quando attraversavo, in piena notte, la zona industriale di Melilli, vicino Siracusa, interamente ricoperta dalle torri delle raffinerie, inquinata come Detroit ai suoi tempi peggiori. L’aria era tanto sporca che le luci al neon davano a tutto un coloregiallo-verde da vomito.
    Comunque, quanto invidio la tua bravura a raccontare! Ma tanto!!👏