
Il LORO NOME
Non ricordo vacanze con i miei in qualche posto particolare, gli amici dell’estate o qualcosa di prezioso da portare come ricordo per sempre. Da quando ho memoria, hanno sempre lavorato per assicurarmi un tetto sulla testa, per farmi studiare, per permettermi qualche sfizio.
Sicuramente il loro bene, anzi, il loro amarmi era ed è fuori discussione.
Se vogliamo, l’unica pecca forse è stata proprio quella di pensare sempre al futuro e mai al presente, di agire in modo difensivo piuttosto che lasciarsi andare, vittime a loro volta di un’educazione d’altri tempi, tempi difficili in cui nulla è stato regalato, ma tutto ottenuto col sudore.
Cresciuto mi sono chiuso in me stesso, non avevo nessuno che poteva ascoltarmi perché diciamocelo, di determinate cose in alcune fasi della vita non ti apri con i tuoi.
Ma nonostante tutte le difficoltà penso di averli resi fieri di me.
Osservo l’azzurro del cielo fare da sfondo alla splendida piazzetta antistante il mio ufficio, e la finestra mi offre una posizione privilegiata. Tira vento, ma è comunque una giornata calda. Qualche fiore cade delicatamente posandosi sul terreno, quasi baciandolo, mantenendo nella sua caduta una grazia pari solo alla sua bellezza. Sebbene la città sia quasi vuota, c’è sempre qualcuno da osservare, dei ragazzi che giocano, qualcuno che corre, altri che si dissetano al chiosco all’angolo.
È tempo di vacanze, ed anche quest’anno non penso di andarci.
La verità è che ho paura.
All’inizio pensavo fosse una casualità, uno scherzo di cattivo gusto.
Mi trovavo fuori città per una cena di lavoro ed eravamo sul punto di sorseggiare un delizioso amaro della casa. Uscii fuori per fumare una sigaretta quando notai qualcuno osservarmi dall’altro lato del marciapiede sul quale si trovava il ristorante. Sulle prime non ci diedi peso, ma notai che non riuscivo a mettere bene a fuoco le caratteristiche di colui o colei che mi stava fissando, e fu proprio mentre attribuivo al buon vino della cena la colpa di questa mia vista sfocata, che essa inizia a correre verso di me così velocemente da trovarmela praticamente addosso senza aver modo di reagire, puntando dritto allo stomaco con un pugno così forte da spezzarmi il fiato e causandomi fortissimi conati di vomito.
Un attimo dopo non c’era più.
Non poteva essere un’allucinazione, il dolore era forte, il dolore era reale.
Nei giorni successivi quasi avevo dimenticato l’accaduto e mentre mi accingevo a tornare a casa incontrai un vecchio amico.
L’ho invitai a casa per una birra, in memoria dei vecchi tempi, una piacevole serata per rievocare qualche ricordo della nostra adolescenza. Giunto davanti porta di casa sentì che mi chiamava, e fu proprio mentre mi stavo girando che mi arrivò un ennesimo colpo dritto sul volto ed allo stomaco, piegandomi a terra ed ancora una volta, scrutando rapidamente tutto lo spazio a disposizione, non vidi nessuno.
Iniziai a pensare di essere pazzo.
Forse avevo bisogno di rilassarmi, di prendermi qualche giorno di vacanza, di chiedere aiuto.
Non sapevo esattamente cosa fare e sfido chiunque nella stessa situazione a trovare una soluzione.
Da lì in poi fu come entrare in una spirale negativa, in caduta libera verso un fondo che non arrivava.
Vedevo sagome, figure indistinte ma anche persone dalle sembianze reali, che tornavano a farmi visita nelle più disparate occasioni, costringendomi ogni volta a dover tornare a casa, a chiudermi fisicamente e mentalmente per paura che potessi essere aggredito di nuovo.
Pensai di dirlo a qualcuno, ma cosa mai potevo dirgli? Ci sono persone che mi seguono per aggredirmi?
Non mi avrebbe creduto nessuno, e probabilmente avrei rischiato anche il lavoro.
Proprio mentre sorseggiavo l’ennesimo bicchiere di vino in salotto, pensai che solo in due posti non avevo mai avuto scontri con queste strane figure.
A casa ed al lavoro.
Li vedevo dalla finestra, li scrutavo da lontano, ma non si avvicinavano.
Durante una festa, sulla scia della musica, si avvicina questa ragazza, bellissima, occhi verdi, carnagione olivastra, dal fisico fine ed il portamento elegante. Indossava un abito di un giallo tenue con una fantasia a fiori, il tutto incorniciato da splendidi capelli neri e mossi che ricadevano lungo la schiena. Una di quelle donne che quando le guardi, ti tolgono il fiato, e lei me lo tolse per davvero, con una ginocchiata all’addome la cui forza sembrava essersi concentrata tutta in quel colpo.
Iniziai ad evitare eventi sociali a meno che non fossero in luoghi che ritenevo sicuri, in cui non avevo subito nessuna aggressione.
A poco a poco mi isolai, inventando scuse con tutti e limitando al minimo i rapporti.
Non ero più la persona di prima.
Come un pendolo mi alternavo tra casa e lavoro, con piccoli intervalli passati in posti in cui non dovevo guardarmi costantemente a destra e a manca.
Tutto ciò era diventato estenuante.
Non ricordavo nemmeno l’ultima volta in cui non mi trovavo ad essere teso, guardingo, sempre sull’attenti, eppure è incredibile quanto alla fine ci si possa abituare ad una situazione del genere, quasi fosse normale. quando di fatto essa non lo è.
Un giorno, dopo aver passato l’ennesima giornata a fare da ping-pong tra letto e divano, mi alzai, più in preda alla rabbia che alla determinazione, ingurgitai qualche compressa per calmarmi insieme ad un bicchiere abbondante di vino rosso ed uscii.
Basta.
Volevo sapere.
Dovevo sapere.
Mi incamminai senza meta alla ricerca di questi miei aggressori, finché col cuore in gola e la voce spezzata mi si pararono davanti. Non uno alla volta, ma due insieme.
Pensai che sarebbe stato un disastro. Volevo solo scappare via, ma le gambe non rispondevano mentre loro due sembravano quasi nutrirsi della mia paura.
– Chi cavolo siete – urlai con tutta la voce che mi restava, intrisa di rabbia e frustrazione.
Mi sorrisero.
– Davvero non l’hai ancora capito ? Siamo tuoi amici, vogliamo solo il tuo bene, ci chiamano in tanti modi ma noi per te saremo semplicemente ” Ansia ” e ” Depressione ” –
Tutto fu più chiaro.
Tornai a casa, chiamai in azienda e mi feci revocare le ferie.
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Un racconto molto interessante e anche originale nel modo in cui vuole trasmettere il suo messaggio. Mi è piaciuto il modo in cui hai trattato un tema molto delicato.
Mi piace molto il tuo stile, Vincenzo. Sono andata un po’ a ritroso rinfrescandomi la memoria con alcuni tuoi racconti pubblicati qui su Open. Questo è davvero particolare. Chiaramente giusto il messaggio che vuole trasmettere, ma ciò che maggiormente mi colpisce è come è scritto: come se ogni colpo inferto a sorpresa al povero protagonista sia un sobbalzo che fai fare a chi ti legge. Bravo
Grazie mille Cristiana, l’idea mi è balenata in mente come un flash e ho cercato di riproporre ciò che avevo avvertito tramite parole.