Il Miele degli Eventi

Entrai nell’ospedale pediatrico affinché sperimentassi quanto tempo può resistere la mia anima davanti a quei bambini. Mi avviai verso le scale dell’edificio, una volta doveva esservi un ascensore, ma il tempo è stato inghiottito in un gargantuesco spasmo cosmico, e tutto ciò che sarebbe dovuto esistere non fu più, eccetto la nostra memoria. Quelli di noi che non ebbero problemi con la mente, ricordavano il nostro mondo com’era sino a qualche istante prima della scossa interstellare, dentro ogni più infimo dettaglio. Tutto quanto era accaduto e accadde dopo quel momento, ci apparve come un’agglutinazione di fatti immaginari, di allucinazioni, cose reali, sogni; una melassa di avvenimenti che si fusero fra loro e, miele degli eventi, fu il modo in cui gli scienziati battezzarono il nuovo corso della natura. Nessuno di noi sapeva con esattezza se un dato fatto fosse un suo sogno, un’allucinazione o qualcosa che stava compiendo davvero in ciò che era concepibile come realtà. Apparve da subito un pericolo nell’ideare storie, si rischiava infatti di rimanere invischiati nelle proprie immaginazioni; perciò gli autori e gli artisti divennero una specie più che rara. Si trattava di persone dotate d’uno straordinario autocontrollo e di una sovrumana capacità d’introspezione. Gli psicologi raccontarono che questa categoria di gente riusciva a distinguere nel miele degli eventi una membrana particolare, il cui sapore faceva loro realizzare di essere in un’allucinazione oppure nella coscienza degli eventi, in pratica assaggiavano il tempo; tutt’oggi, forse, si comincia a capire qualcosa di come funzioni quella percezione, ma allora nessuna mente fu in grado di scalfirne il mistero. Non ho la vanagloria di inserirmi nella classe succitata di persone, però se ricordo tutto del nostro mondo prima che il cosmo avesse le convulsioni, è perché prima che le viscere stellari implodessero, lavoravo creando personaggi e mondi; e, soprattutto, quanto accadde, mi coinvolse sin nell’anima. 

Gli esseri viventi, da sempre, vivevano e perciò morivano. La morte è da sempre stata la soluzione alla vita. La natura era un anello rotante, con tutti i millenni di filosofie e credenze scaturiti dalla cognizione di girarvi dentro senza speranza. La ruota funzionava, perciò tutti -prima che accadesse l’inimmaginabile- eravamo consapevoli di una sola certezza nella vita: la morte. Qualcosa infatti scomparve, inghiottito dall’ischemia cosmica. Si dissolse il nodo che teneva chiuso il circuito anulare che dalla vita va, senza diramazioni, alla morte. Non si moriva più, o meglio la fine arrivava, ma non nel modo in cui si era soliti attendersela. Cessarono quegli accadimenti abiotici ed immediati che sancivano l’ingresso della carne nella fase di dissoluzione, così come spiegato dalla tanatologia. L’appuntamento programmato che ogni essere aveva con Madonna Morte, sin dalla sua nascita, scomparve. L’algor mortis poteva iniziare in qualsiasi istante della vita, persino nei neonati, persino nei feti. Vi furono non pochi casi in cui il corpo iniziava la fase avanzata di disfacimento, il rigor mortis senza prima essere entrato nella sua disidratazione e nel seguente raffreddamento. Fu strabiliante come una persona, adulta o bimba che fosse, una volta entrata nel processo dissolutivo del suo corpo, perdesse il lume della ragione. Letteralmente la sua forza cresceva al pari con la putrefazione della sua carne, e con essa pare accendersi anche una cattiveria tanto brutale, quanto informe, senza scopo; così, specie nei primi stadi del disfacimento, le persone possedevano un’energia crudele, selvaggia, insensata. I bambini non costituivano eccezioni, venivano ingoiati da quel nuovo processo della natura, senza pietà; anzi, in loro il decorso apparve molto più rapido di quanto potesse esserlo in un adulto. Un fanciullo poteva essere quindi molto più forte e pericoloso di un essere nel pieno della sua vita, per questo motivo avevo paura dei ragazzini; tutti l’abbiamo avuta, a quel tempo e, come me, molti ancora oggi faticano a liberarsene. Ad ogni incontro con un piccolo in balia della sua nuova natura, provavo terrore, vero, ma al tempo stesso ero devastata dai gelidi cristalli della tristezza che mi spezzavano l’anima. Giravamo armati, ma quasi nessuno voleva colpire un altro essere adulto caduto nel processo di disfacimento, meno che meno si sarebbe sognato di colpire il corpo di un fanciullo. La nostra società ebbe l’idea di creare delle ambulanze speciali per l’infanzia, con a bordo personale addestrato, capace di non farsi fare a pezzi dalla loro furia. I bambini erano più facili da contenere degli adulti, perché, sia pure più forti e feroci, a differenza di quest’ultimi che ciondolavano in branchi, divenivano solitari. 

Per un insondabile fenomeno fisico, il miele degli eventi non faceva distinguere bene un prima e un dopo nel tempo; non di rado, alle persone, capitava di percepire un essere nelle due fasi, sano e in dissoluzione, contemporaneamente. Era, dunque, possibile che una persona apparisse nel fiore della vita e al tempo stesso sia già in uno stadio avanzato di disfacimento. Una tale bizzarria della percezione poteva gettare nello sconforto chiunque. Si divenne incerti su qualunque cosa si osservasse del mondo. Era divenuto un fatto normale che, camminando per strada, assieme ad altri esseri sani, senza alcuna avvisaglia e in un battito di ciglio, si veniva proiettati in un’altra realtà in cui il vivente sano che, per caso ci camminava a fianco, adesso era nello stadio dissolutivo. Ci si ritrovava così, d’improvviso, aggrediti da una belva di una forza e una brutalità eccezionali. Cercammo di cambiare le nostre abitudini, rimanendo da soli o in piccoli gruppi, osservandoci l’un l’altro. Gli scienziati cercarono peculiari segnali organici nei viventi in grado di preconizzare la distorsione spazio temporale, prima che questa avvenisse. Purtroppo sembrò tutto vano, perché il miele degli eventi confondeva tutto, persino il tempo nei fatti nei dati raccolti. L’assenza della morte non significava che non si morisse più. Una volta entrati nelle fasi dissolutive, il processo andava avanti inesorabile, sino a quando l’ultimo granello di massa svaniva, letteralmente, tornando allo stadio iniziale di ogni cosa, un istante sospeso assieme ad una moltitudine innumerabile di altri istanti, aleggianti in una polvere rada di eventi subatomici.

Qualcosa di anomalo un giorno fu captato da certi viventi. Alcuni artisti come certi scienziati percepirono un sapore diverso nella membrana degli eventi; un fenomeno singolare che riguardava la dissoluzione. Iniziò con i bambini. L’ho detto, ne provavo terrore, m’imposi una terapia d’urto, pur sapendo d’ andare contro ai razionali dettami della psicologia. Scelsi di servire l’ospedale pediatrico, aiutando il personale con lo smistamento della posta e nel reperire materiale e farmaci al di fuori del palazzo. Fu durante un servizio che quel bizzarro sapore della membrana degli eventi sfiorò la mia mente. Salendo e scendendo fra i reparti, cercavo con ansia un dato medico per consegnargli un plico di particolare importanza. Mi ritrovai in una corsia piuttosto affollata e angusta, v’erano letti con fanciulli inerti, ciascuno ben nascosto da paraventi, ma lo spazio fra loro era minimo. Il personale faceva di tutto per tener pulito quel luogo, ma era un’impresa epica, viste le condizioni in cui versava il mondo. Sentii le mie mani ghiacciarsi al solo guardare i bambini dormienti. A un certo punto il mio terrore prese forma, un piccolo paziente si alzò di scatto, la sua pelle rosea divenne d’un colore morto, d’un livido verdognolo. In realtà le due immagini del prima e del dopo erano sovrapposte, in un groviglio indescrivibile di tempi e spazi. Ringhioso, il bimbo fece per avventarsi su di me, e così tutti gli altri piccoli presero a trasformarsi. M’ intirizzii di paura. Sarei rimasta alla loro mercé se non fosse per il medico che dal corridoio sbucò dietro di me e mi condusse dietro la porta. Ma dopo un breve attimo di ansia profonda, sentii la smania di ritornare in quell’inferno. Un bambino sul letto si contorceva dalla rabbia, tenuto da degli infermieri. Non so cosa mi mosse, ma accarezzai la pianta del suo piede e il solletico lo fece ridere, interrompendo lo sfacelo della sua ira. Le due immagini tornarono a sovrapporsi, ma quella della fase dissolutiva scomparve nel nulla. Il medico guardò atterrito dallo stupore, assieme ad infermieri e i parenti dei piccoli. «È così, allora, avevano ragione!» lo sentii borbottare. Chiesi lumi. «Avevamo intuito che il ridere nei fanciulli arresta il processo, non sappiamo ancora come e perché, ma è probabile che vi sia un ormone particolare, ancora attivo, che possa venire suscitato dalla risata. Tu come sei riuscita a capirlo?»

«Non lo so, l’ho fatto. Sai come funziona per quelli come me: senti un richiamo e lo manifesti, creando un qualcosa, un’azione, un disegno, una parola.»

«Il sapore della membrana?»

«Penso sia quello, sì.»

«Altri artisti hanno riferito, in altre parti del mondo, che far ridere i fanciulli li salva. Si è trattata di una bizzarra convergenza d’intuizioni con gli scienziati. I medici hanno fiutato un’ipotesi di lavoro sui motivi per cui la risata inverte il processo, ma tutto è ancora da sperimentare, provare e replicare.»


Dalle Lettere di Kur Utazi Lai- La Via del Myar Mitzavan per i Mortali

Capitoli sulle Terre di Miele

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Grande prova, Alessandra. Brava, brava! E per più di un motivo.

    Il primo, il numero uno, una frase da portare quel fatidico giorno sulla famosa astronave, la cui lista di carico preparo da tempo immemorabile: “L’assenza della morte non significava che non si morisse più”.
    Et voilà, eccoci tutti presi dentro noi, figli di quest’epoca.

    E ancora, la tua ispirazione, intensa, fulminea, dilagante, trasuda da ogni riga del testo. Qualcosa spaventa e attira. Poiché, forse, già sappiamo.

    Una forma appropriata, ottimo stile, competenza di scrittura secondo me elevata, trovi non solo la parola giusta ma la sua giusta collocazione. E in una trama che oscilla tra surreale, onirico, eppure stranamente familiare non è affatto facile.

    E per chiudere, un finale inaspettato, spiazzante.

    Ti faccio i miei complimenti più sinceri: un piacere leggerti.

  2. Il tuo racconto è veramente particolare, bello e spaventoso allo stesso tempo. Mi piace molto la metafora della risata salvifica, ma ciò che più mi ha affascinata è la parte in cui parli degli autori e degli artisti, che rischiano di rimanere “invischiati nelle proprie immaginazioni”, ma che in realtà sanno benissimo districarsi fra le allucinazioni e la realtà. Sembra quasi che la salvezza sia in mano “nostra”. Una bella responsabilità!

    1. Ciao Cristiana, il racconto nasce da un sogno arrivato una o due notti prima di scriverlo e, credo, come hai detto tu, colga il punto della nostra responsabilità, del nostro discernimento. Sono una fissata con l’apocalisse zombie, secondo me lo zombie è una metafora della nostra era. Grazie di cuore per essere passata di qui. <3