
Il miglior panino di Halley Street
Serie: MEZZANOTTE COSMICA
- Episodio 1: Sempre come la prima volta
- Episodio 2: Sto bene
- Episodio 3: Chi è Jerry?
- Episodio 4: La vecchia Beth
- Episodio 5: SpaceBook
- Episodio 6: Il miglior panino di Halley Street
- Episodio 7: Copy Generation
STAGIONE 1
Se fossi cresciuto ad Halley Street, avresti mangiato da Jack. Non eri del posto, se almeno una volta non ti sbafavi uno dei suoi panini.
Da giovani, i posti per un panino alla piastra o una birra erano rari. Ogni volta che il vecchio arrivava col suo furgoncino, scatenava una carovana di ragazzini impazziti.
Jack spaccava, con quei panini cubani pieni di maiale arrosto e formaggio svizzero che ti facevano dire «porca miseria!» ad ogni morso.
Ciò che rendeva quel panino una leggenda era un segreto ben custodito. E poi, c’era Isabella, sua moglie. Una bomba cubana, pronta a prendere ordinazioni con le sue mega tette latine che ci facevano sbavare.
La piastra ambulante di Jack, vero simbolo di comunità del quartiere, dove lo spaccio e la malavita regnavano sovrani.
Da ragazzi, beccare una birra era un’impresa, e Jack non ne vendeva. «Tutto è andato storto dopo quelle birre» ripeteva.
L’unica roba frizzante? Acqua tonica e bicarbonato, per mandar giù il cubano.
Jack aveva un occhio clinico per le persone. Smascherava senza fatica gli impiegati in incognito, che cercavano di passare inosservati. «Capisco tutto da come mangiano.» Li riconosceva per il loro modo disgustoso di divorare il cibo. Chi veniva dalla città invece, sezionava i panini con precisione chirurgica, soffermandosi su ogni boccone di carne o crosta di pane. Attraverso i suoi occhi, cercavamo di cogliere quelle verità nascoste che altrimenti ci sarebbero sfuggite.
La situazione prese una brutta piega quando il segreto del panino più buono di Halley si sparse come un incendio verso la città. Madri disperate, trascinavano i loro mocciosi viziati da Jack. I ragazzi, poi, si accalcavano per sbranare il cubano solo per il gusto di poter vantare l’impresa. E le birre, quelle dannate birre che Jack aveva giurato di non servire, finirono sul menù, diventando protagoniste di risse da bar.
Lo scolo cittadino perdeva su Halley Street.
Cresciuto tra la terra e il cielo aperto, per lui cucinare non era solo riempire stomaci, ma anche le anime.
Ci invitava sempre a vivere senza catene. «Prendete ogni briciola, anche la più insignificante, e fatene un banchetto.»
Chiunque si piantasse davanti al suo bancone diventava della famiglia, non importava se avevi le tasche piene o vuote. «Siamo tutti sulla stessa barca» ribadiva «affamati di qualcosa.»
Per lui l’obiettivo non era placare la fame, ma colmare vuoti. Puntava sull’idea di sazietà a tutto tondo, estendendola anche alle relazioni: «Un cubano è più che sufficiente.» Jack non ti proponeva mai lo stesso panino due volte. Era la nostalgia a farti tornare da lui, quel senso di incompletezza.
Era affascinato dalle anime di passaggio, convinto che: «i legami più autentici non hanno tempo.»
Possedeva la dote di trasformare ogni pasto in un viaggio, una congiunzione di storie e aspirazioni.
«Non fatevi mai mordere dal piacere» ci diceva, con noi ragazzini appollaiati attorno a lui come discepoli di uno sciamano di periferia. E ci narrava, volta dopo volta, la storia del ghepardo.
«Un ghepardo brucia giorni interi in cerca di cibo, patendo la fame, prima di poter finalmente dilaniare una preda.» Per lui, la preda incarnava un rituale sacro: «Si offre da sé, il suo sacrificio è l’eco del mondo alla cruda necessità di sopravvivere.» Nessun sacrificio è biasimabile, purché alimenti il ciclo incessante della vita.
Si prodigava per farci digerire l’idea che nulla ci è consegnato già pronto, che bene e male sono condimenti della stessa ricetta, da mescolare e scottare su carboni ardenti, e infilarle in un morso di pane.
Qui ad Halley, solo una storia ha lasciato il segno: quella dei sobborghi, tra scippi e tossici. Jack, col suo furgoncino, era l’insolito redentore in quell’inferno quotidiano.
Io ero tra quelli persi, trascinato giù dal peso di un padre dietro le sbarre e una madre puttana. Halley mi offriva solo scorciatoie, e io le percorrevo, cercando di sbucare da qualche parte.
Dopo una lunga notte, fu Jack a trovarmi sconfitto, con le vene ancora inzuppate di veleno e l’anima pronta a lasciarsi annientare.
«Sei un disastro, ragazzo.»
«Non merito aiuto… Jack.»
«Non voglio aiutarti.»
«Perché ti ostini allora?»
«É una mano a rimetterti in piedi.»
«Dovrei crepare su questo schifo di marciapiede…»
«Dovresti…»
Collassai, travolto da un’eccessiva dose.
Al risveglio, l’aroma di maiale arrosto e pane tostato, il tepore di una lampadina accesa. Lo sfrigolio costante della piastra ambulante di Jack, mi ricordava che c’era ancora una possibilità di ancorarsi a quella fetta di mondo. Jack mi raccolse, come un pastore con la sua pecora perduta, dandomi riparo.
Sdraiato su un materasso sgualcito, mi confrontavo con una versione di me stesso che a malapena riconoscevo.
Attraverso i profumi che Jack creava, quel frammento di me lottava per esistere, un richiamo alla realtà che avevo schivato. Jack mi offrì il cubano con una cura quasi sacra, invitandomi a morderlo per riagganciarmi alla vita che avevo tentato di dimenticare.
Confuso e con la vista annebbiata, affondai i denti con la disperazione di chi non ha mangiato per giorni. Dopo il primo boccone, percepii gli effetti di quell’antidoto che lentamente mi riabilitava. «Così si fa» mi disse Jack.
Dopo aver finito il cubano, Jack estrasse dal nulla delle patatine fritte, fino a quel momento assenti dal menù.
«E queste?»
«Ti vanno a genio?»
«Jack, queste sono di un altro mondo…»
«Come immaginavo.»
«Sono… speziate, giusto?»
«Esatto, un esperimento recente.»
«Qual è l’arcano?»
«Se te lo svelassi, non avrebbero lo stesso sapore.»
«Cosa intendi?»
«Diventerebbero patatine qualsiasi.»
Ogni risposta di Jack scavava un abisso nella tua mente, dove il desiderio di sondare i misteri si trasformava in un impulso cannibale, al quale tutti noi rispondevamo con avidità, mentre per Jack, era solo un passaggio di gola.
Jack mi strappò il piatto dalle mani con un gesto brusco.
«Non te ne fare un’abitudine.»
«Ma Jack… erano le ultime.»
«Ogni cosa ha il suo prezzo.»
«Che blateri?»
«Devi sudare per il piacere.»
«Ma insisti sempre sul godere di ogni istante…»
«Il piacere non è tutto, ragazzo.»
Per lui, il pericolo iniziava proprio nella soddisfazione. «Se ti senti troppo a tuo agio, il male ti sta già fiutando.» Per un tipo come Jack, il conforto era solo un preludio alla catastrofe.
«Gusta il momento fino a quando non assume un significato, poi lascialo andare.»
«Non posso vivere di mancanze, Jack…»
«Non c’è vuoto più grande di un’anima che trabocca.»
«Ho bisogno di emozioni intense per navigare in questo caos.»
«E pensi che quello schifo ti aiuti?»
«Non ho bisogno del tuo permesso…»
«Stai accendendo una candela di buio in un mare di luce.»
«La vita non mi ha lasciato niente.»
Jack mi fissò, afferrò nuovamente il piatto di patatine e me lo restituì «non tutto» disse poi.
Mi portò a casa nel suo furgoncino, un onore che, tra tutti, era stato riservato solo a me, per quelle poche ore.
«Grazie di tutto Jack.»
«Ho solo fatto ciò che dovevo.»
«Come sempre…»
«A presto figliolo.»
«Ci vediamo domani, no?»
«Halley ha bisogno di me.»
«É proprio vero.»
«A domani, ragazzo.»
«A domani, Jack.»
Per una frazione di secondo, ogni cosa assunse un gusto diverso.
Il giorno dopo, una folla di ragazzini si accalcò al solito angolo, nella speranza infranta che Jack riapparisse.
Trascorsero mesi prima che quel panino si fossilizzasse nei nostri pensieri, diventando un sapore amaro, rifugio nei momenti di disperazione.
Adesso, con l’apocalisse che bussa alla porte, la città è invasa da fast food che sfoggiano il nome di Jack come un trofeo, diventati punti di ritrovo per anime perse che cercano consolazione solo nell’ingozzarsi. Gente ammassata davanti a schermi appiccicosi, senza nemmeno un bel paio di tette da guardare.
Sono anni che non tocco più la roba, da quando ci siamo detti addio, rimuginando su quale potesse essere l’ingrediente segreto del suo cubano.
Ogni volta che ho pensato di chiederglielo, qualcosa mi ha fermato.
Ora, però, so qual è.
Serie: MEZZANOTTE COSMICA
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- Episodio 2: Sto bene
- Episodio 3: Chi è Jerry?
- Episodio 4: La vecchia Beth
- Episodio 5: SpaceBook
- Episodio 6: Il miglior panino di Halley Street
- Episodio 7: Copy Generation
“Per lui l’obiettivo non era placare la fame, ma colmare vuoti. Puntava sull’idea di sazietà a tutto tondo, estendendola anche alle relazioni: «Un cubano è più che sufficiente.» Jack non ti proponeva mai lo stesso panino due volte. “
È veramente particolare e molto ben riuscito questo racconto che mi dà l’idea di essere una lunga metafora della vita, quella difficile. Zeppo di buoni consigli da vecchio saggio su come cavarsela. Una specie di manuale. I personaggi ti sono riusciti particolarmente bene e credo che nelle ultime righe, l’apocalisse questa volta ti sia veramente servita per toglierti dal guaio di dover dare per forza un senso al finale. Credo che anche senza l’apocalisse, il tuo racconto si sarebbe comunque concluso saputo concludere da sé, senza una reale conclusione. Perché forse ciascuno qui potrebbe immaginarsi la sua. Molto bello.
Ciao Cristiana, grazie mille per i tuoi commenti. Hai perfettamente intuito come l’apocalisse, nei miei racconti, si trasformi in un mero sfondo per esplorare in profondità le emozioni dei personaggi, trasformando le loro esperienze personali in piccole catastrofi.
Concordo con Francesca sul finale. Ma l’insieme è molto interessante, con questi dialoghi cinematografici che sembrano usciti da una sceneggiatura di un film che tratta di problemi adolescenziali su uno sfondo di criminalità sconvolto dall’apocalisse.
l’idea e il clima del racconto sono veramente buoni. Forse avrebbe bisogno di una revisione che desse una maggiore incisività al finale e alla messa in chiaro del vero, e credo metaforico, senso complessivo.
Ciao Francesca, grazie sempre per i tuoi preziosi commenti.
Devo ammettere che a volte mi sfugge l’incisività di cui parli, un elemento che tendo a lasciar evaporare tra le righe dei miei racconti. Mi piace l’idea che le storie si sbrighino da sole, a volte finendo per autodistruggersi, lasciandomi con l’amara realizzazione di non sapere come diavolo chiuderle. È un concetto che ho tirato fuori a calci nel racconto ‘La vecchia Beth’, dove il finale è più un grido nel vuoto che una conclusione pulita e ordinata.
Carissimo inutile ribadire i miei complimenti per la scrittura e la profondità dei discorsi. Penso che troverò del tempo utile per leggerlo in classe ai miei ragazzi. Dall’alcolismo, alla cucina e soprattutto all’uso alternato narrativo tra cibo e dipendenza, coglie nel segno in un breve racconto l’apocalisse giovanile e la malancolia adolescenziale.