Il miliziano combatte

Mise la picca in spalla, l’elmo gli pendeva dalla cintura, si avviò. Era l’ultimo della fila, avrebbe voluto affiancare il generale ma questi era circondato dai guardaspalle.

“Ma cosa pretendo?”.

Gil era lì: un miliziano cristiano che combatteva per la Vera Fede. Negli ultimi giorni aveva, nell’ordine:

Stuprato;

Ucciso;

Saccheggiato;

Dato alle fiamme.

E doveva anche considerare le azioni più piccole di quelle appena elencate, le infinite varianti del gioco della guerra.

Stuprato?

Aveva tirato per le trecce una quattordicenne catara, l’aveva picchiata e violentata, dopo le aveva infilzato i genitali con la spada benedetta dal prete.

Se era per quello aveva seviziato una quarantenne molto prosperosa. Le aveva fatto qualsiasi cosa, dopo le aveva tagliato i seni e li aveva cucinati. Alla donna… l’aveva lasciata morire dissanguata.

Anche altro.

Ma a parte questo aveva trafitto alcuni cavalieri albigesi, la carne dei cavalli l’aveva ceduta ai nobili.

Aveva sodomizzato a morte un combattente cataro.

Aveva contribuito a che delle perfette catare fossero sepolte vive.

E via dicendo.

Non solo.

Saccheggiato, la cosa più bella.

Era entrato nei templi catari, aveva spaccato tutto, svuotato la vescica nei calici ma non aveva mai trovato nulla di valore. Se i nobili avevano preso quasi tutto, alla marmaglia rimaneva poco e se l’era contesa con le buone o le cattive assieme ai commilitoni. Aveva ucciso, sì, anche alcuni cristiani; dopo aveva giocato ai dadi degli ori che qualcuno aveva lasciato cadere dallo scrigno di un mercante provenzale.

Tutto divertente.

Senza contare, poi, che alla fine aveva appiccato il fuoco a tutto. Aveva visto i catari soffrire le fiamme: ustioni, colpi di tosse, soffocavano e poi morivano fra atroci sofferenze. Assaggiavano l’inferno che presto li avrebbe accolti. “E se lo meritavano, caspiterina”.

Ora, davanti alla colonna di miliziani, c’era una città immersa nel clima mite della Linguadoca che non attendeva altro che la loro venuta.

“Ma noi, siamo gli alfieri dell’Apocalisse?”. Gil se lo chiedeva in continuazione, però i religiosi che continuavano a benedire il sangue versato dicevano che erano nel giusto. “Be’, che bello: scateno l’animale che è in me e in cambio andrò in paradiso”.

Presto avrebbe combattuto. Forse sul serio. Ma aveva sentito che in Terrasanta c’era più carne “al fuoco”.

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Discussioni

  1. “Ma noi, siamo gli alfieri dell’Apocalisse?”. Gil se lo chiedeva in continuazione, però i religiosi che continuavano a benedire il sangue versato dicevano che erano nel giusto. “Be’, che bello: scateno l’animale che è in me e in cambio andrò in paradiso”.
    Mi sa che il mondo non è andato avanti, da allora

  2. Molto crudo e atrocemente vero. Domanda: il genere umano sta involvendo o, per certi aspetti, non si e` mai evoluto, (come scrive Emiliano), mantenendo iinvariato il sui istinto primitivo di predatore spietato, quando prevale l’ odio?
    Ancora una volta, Kenji, sono rimasta colpita dalla tua capacita` di descrivere in modo appropriato situazioni terribili.

  3. Ciao Kenji! Davvero molto interessante il tuo racconto, anche solo per il semplice fatto che sono dovuto andare a leggere quale era il perno sul quale ruotava il credo del catarismo. Gil mi ha mostrato cosa è in grado di fare l’uomo quando pensa di avere una ragione valida per scatenare il demone che risiede in lui e in ognuno di noi. Ciò conferma quello che io penso dell’intera umanità: siamo tutti, chi più e chi meno, inumani. Sfiora la giusta corda e riusciremo a compiere le nefandezze più atroci. Guarda un qualsiasi telegiornale, leggi un quotidiano pescato a caso e vedrai che non ci siamo affatto evoluti, nè abbiamo modificato l’egoistica voglia di possedere qualunque cosa.
    Abbiamo delle ottime potenzialità e le usiamo solo per vendicarci o per conquistare o per mostrare la forza soverchiante data dal numero di morti in grado di causare il mio nuovo giocattolo con il motore mosso dall’odio e dalla paura. Ma in fin dei conti è così che funziona da sempre. Fortuna che mi posso disegnare un mio mondo un pochino meno inquietante.