
Il monaco
Mi guardo alle spalle, per farmi un’idea di quanta strada ho percorso finora. Il villaggio affiora fra le montagne con le sue strisce di fumo che si sollevano dai comignoli, baciato dal sole di mezzogiorno. È lontano, e la sua immagine è piccola: non deve mancare molto. «Oltrepassato il ponticello davanti alla cascata, prendi il sentiero di destra: a quel punto dovrai solo salire», avevano detto all’annuncio della mia partenza. Quel ponticello l’ho superato da un po’, ma è da parecchio che non vedo il tempio. È là che sto andando, verso il luogo da cui tutti sembrano essere ossessionati in questo periodo. L’intero villaggio ha passato anni ad evitarlo, per poi vedere i suoi abitanti elemosinare aiuto come disperati. Pare una condizione inevitabile, perché non sono il primo a salire fin quassù, e di certo non sarò l’ultimo. Oltretutto, nessuno fra quelli che l’hanno fatto era certo di cosa stesse cercando, ma sembra che non se ne siano pentiti.
Ecco il tempio. È più vicino di quel che pensassi. Il bosco intero lo circonda, assediato da alberi molto più alti del suo tetto. Come fa ad essere così ben visibile dal villaggio? C’è un silenzio totale, ma questo non mi sorprende: è l’edificio più sperduto del luogo più sperduto del mondo.
Un uomo calvo, pallido, scalzo e in tunica nera è la figura che mi ritrovo davanti dopo aver bussato alla porta del tempio. Non so perché ma non me lo immaginavo così, sempre che mi sia mai soffermato a immaginarlo: coloro che sono tornati da qui raramente menzionano il suo aspetto, perlopiù parlano della miracolosità di ciò che lui ha fatto per loro.
«Mi duole il disturbo», dichiaro in fretta. «Vengo dal villaggio, sono qui in cerca di aiuto. Credo di non essere il primo a presentarmi per questo motivo.»
Il monaco azzarda un lieve sorriso mentre annuisce. Sa già di cosa parlo, ovviamente. Il suo sguardo sembra esortarmi a continuare.
«Come immagino sappia, al villaggio c’è qualcosa che non va. Sempre più persone sono, come dire, insoddisfatte. Faticano a svolgere i lavori più comuni, persino quelli che fanno da tutta una vita. Molti faticano anche a divertirsi, a parlare, a socializzare, e divengono apatici. Noi pensiamo che sia come una maledizione, solo che non arreca danni fisici, ma mentali, ecco.»
L’espressione che ha sul viso mi suggerisce che deve aver sentito queste parole già mille volte; ciononostante pare intenzionato a sentire tutto ciò che ho da dire. Forse spera in qualcosa di nuovo?
«I casi più gravi», continuo io, «dicono di non sapere più chi sono, quale sia il loro scopo di vita, la ragione per cui si alzano dal letto e fanno quello che fanno. Alcuni affermano di essere in uno stato di crisi esistenziale.»
«E tu sei fra quelli?»
In pochi minuti mi stavo già abituando al suo silenzio, e la sua domanda mi coglie di sorpresa.
«Sì», rispondo sospirando.
«Cosa cerchi qui?»
Conosce già la risposta alla sua domanda.
«Coloro che sono stati qui, e che sono tornati, parlano di un lago dietro il tempio, dove c’è un avvallamento che lo raccoglie. Dicono che lei li ha condotti lì, a guardarlo per un po’. Dopo hanno sentito una nuova energia in loro, ed ora si definiscono “guariti”, o addirittura “rinati”. È vero? Esiste un lago capace di qualcosa del genere?»
Il monaco mi sorride ancora, ma non mi convince. Credo che sia per come è vestito: il volto pallido e quella tunica nera contrastano la sua aria gentile.
«Seguimi», mi invita lui allargando il sorriso. Subito dopo è già diretto sul retro del tempio, il cui perimetro è costeggiato da un sentiero laterale che, dopo una breve salita, si butta a capofitto dietro l’angolo dell’edificio. A quanto pare il tempio stesso è costruito sul fianco di questo avvallamento.
Percorriamo il tratto in discesa, perlopiù ombreggiato dagli alberi, ma su cui qualche sprazzo di sole riesce a farsi strada, abbagliandomi di tanto in tanto. Il monaco non proferisce una parola. Sa esattamente dove sta andando: chissà quante volte i suoi piedi hanno già calpestato questa terra, o da quanto tempo vive qui. Gli anziani raccontano che questo tempio c’è sempre stato, anche se non ne ricordano i precedenti proprietari. Non hanno mai dimostrato troppo interesse, cosicché a tutt’oggi non si sa molto sull’edificio. Poi un giorno qualcuno ha sostenuto che “lassù” – indicando col dito la lontana figura del tempio che si erge su montagne più alte di quelle su cui si arrampica il villaggio – si trova la soluzione al “male dei nostri giorni”. Perché lo strano malessere esistenziale aveva già preso piede fra la gente, senza che ne fosse preparata. Si sapeva far fronte alle esigenze fisiche, alle malattie che aggrediscono il corpo e persino a quelle che colpiscono la mente, ma nessuno aveva mai avuto a che fare con una minaccia contro lo stato d’animo. Il villaggio era disarmato, ed il tempio costituiva all’improvviso una possibile salvezza.
Finalmente giungiamo sulla riva del lago, che avevo già intravisto fra gli alberi durante la discesa. Non è un lago grande come immaginavo: una piccola pozza, dopotutto. All’apparenza non ha nulla di speciale, se non il fatto di essere innegabilmente un luogo di pace e silenzio assoluti. Che abbia qualcosa di sacro?
«Cosa pensi di questo posto?» mi chiede il monaco con un tono neutrale.
«È un luogo di incantevole bellezza». È vero, nonostante la traccia di esagerazione nella mia risposta.
«Osserva la superficie dell’acqua. Non solo quella vicina o in un punto preciso, ma cerca di coglierla nella sua totalità.»
Tutto quello che vedo è ciò che il lago riflette: i colori del cielo così come quelli della natura circostante. Non un’increspatura smuove il velo d’acqua.
«Vedi attraverso?»
«No, solo cielo e alberi riflessi.»
«Prova a penetrare la superficie con lo sguardo.»
Cosa diavolo vuol dire? Non posso guardare attraverso un riflesso: sarebbe come provare a vedere al di là di uno specchio. Il monaco mi sta fissando, come a voler insistere sul suo consiglio dopo aver notato il mio dubbio.
Disobbedendo alla prima raccomandazione, concentro lo sguardo su un preciso punto dell’acqua, non troppo distante da me. Non so se sia per effetto dell’immaginazione o cosa, ma sembra esserci qualcos’altro oltre quei riflessi: forme evanescenti, che vanno e vengono, senza definirsi mai. Sono sul fondale. Il monaco mi sta fissando.
Avverto un certo disagio: lo stesso che mi ha condotto qui, lo stesso che ha condotto qui gli altri prima di me. È affiorato nel giro di un istante. Il paesaggio intorno non ispira più tanta serenità; anzi, non ne ispira affatto, tutt’altro. Ma perché non la smette di fissarmi?
Cerco di risolvere quelle forme nell’acqua: forse è questo ciò che vuole che faccia. Sento crescere i miei battiti, che denotano un’agitazione mal celata. Lui se n’è accorto, ma se ne sta lì a fissarmi, con quel suo viso pallido.
I colori riflessi dalla superficie stanno via via scemando. È incredibile: l’intero lago si è fatto limpido, cristallino, perfettamente trasparente. E con esso, anche le forme sono divenute chiare.
All’improvviso scatto all’indietro, con gli occhi spalancati che incontrano quelli del monaco, assolutamente immobili, fermi su di me.
«Quelli che vedi sono te: ora diventerai come loro». La sua voce è mutata.
Sul fondale ci sono corpi di donne e uomini ammassati ovunque. Sono affogati?
«Non avere paura: se vuoi rinascere devi prima morire. Abbandona il vecchio te: fatti accogliere dall’acqua.»
Le parole del monaco mi giungono ovattate. Dovrei scappare, ma non voglio. Un’attrazione strana sta guidando i miei passi verso il lago. Voglio raggiungerlo, ma tremo al pensiero di nuotare nella stessa acqua in cui sono morte così tante persone. Solo ora comincio a riconoscerli: quelli sono tutti gli abitanti giunti dal villaggio in cerca di aiuto. Alcuni hanno gli occhi ancora aperti, e sembrano guardarmi attraverso quelle pupille vitree che mi gelano il sangue. Non so perché, ma ho l’impressione che tutto questo sia inevitabile. Non c’è una possibilità di opporsi: il monaco lo sa.
«Vedere il fondale è l’unico modo per conoscere sé stessi. Puoi nuotare in superficie quanto vuoi, ma se non guardi giù non saprai mai chi sei davvero.»
Dopo quelle parole, il monaco muove un passo verso di me, accompagnando un ghigno che gli si dipinge in volto.
«Lo sai che nessuno è mai tornato vivo da qui?». La sua pelle, mentre muove la bocca, sembra farsi ancora più pallida e smorta.
La mia attenzione è immediatamente richiamata da qualcosa: una figura lontana, su una riva laterale, è emersa dall’acqua. Devo essere sbiancato in faccia, perché il monaco ha accentuato il ghigno.
«Coraggio, tu sei già morto», sussurra protendendo un braccio verso l’acqua, in segno d’invito.
Muovo i primi passi verso il lago. Qualche lacrima mi segna il viso e cade a terra. Trattengo a stento i singhiozzi.
Quando i miei piedi toccano l’acqua, la figura emersa è più vicina: un uomo, del tutto identico a me, con addosso i miei stessi vestiti, si sta incamminando in direzione del villaggio. Le parole del monaco mi risuonano nella testa.
Lo sai che nessuno è mai tornato vivo da qui?
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Quando tra i tag c’è “morte”, sai che sarà un bel racconto. Il tuo è molto più che bello, mi ha catturato dalle prime righe e non avrebbe potuto concludersi in modo migliore. Inquietantissimo e per questo estremamente coinvolgente
Un po’ scontato come tag ma non potevo non metterlo
Bellissimo racconto. Mi ha ricordato un linro che ho letto qualche mese fa, una raccolta di leggende e racconti popolari giapponesi.
Sì le sensazioni che sono uscite da questo racconto sono un po’ orientaleggianti in effetti, onorato che ti sia piaciuto 🙂
Non so perché, ma di questo racconto avverto le note più dark. Il finale è inquietante, non riesco a leggere una rinascita (in senso positivo). Ciò che fa ritorno al villaggio è un simulacro: vuoto. Risuonano in me le parole del monaco, “tu sei già morto”, contrapposte a, “lo sai che nessuno è mai tornato vivo da qui?”. Le profondità del lago mi appaiono come il più temibile dei gironi infernali.
Grazie del tuo commento, Micol, che accompagna una giustissima osservazione. Secondo la mia idea, la discesa nel lago rappresenta un atto di coraggio, paura e dolore allo stesso tempo: il coraggio di soffrire, potremmo chiamarlo. Rappresenta la morte di tutto ciò che fa sentire bene, al sicuro, ma che logora anche lo spirito (gli abitanti del villaggio avvertono proprio questo) perché taglia le gambe alla crescita, di cui proprio lo spirito è disperatamente assetato. In parole povere, si potrebbe dire la fuoriuscita dalla zona di comfort. Per questo “guardare giù”, andare verso il fondale, fa paura, ma è il solo modo per liberarsi da una trappola autocostruita. Tutto questo la coscienza lo sa: il monaco sa già tutto 😉
Per questo motivo io non vedo coloro che fanno ritorno al villaggio come dei simulacri, ma come delle persone trasformate, più consapevoli, più serene. L’orrore infatti non sta nel dopo, ma nel mentre, nel bel mezzo del processo di mutamento, durante la discesa nel lago (il protagonista piange al pensiero di immergercisi): perché è quello il frangente in cui si soffre maggiormente. A morire non è l’intera persona, ma le parti più superficiali di quest’ultima.
Ora riesco a vedere l’anima che hai inteso dare a questo racconto. Non è magnifico, che una storia possa essere interpretata da ognuno secondo il proprio stato d’animo? É vera magia.
Ciao ❣️
Forse 3 mesi fa non sarei stata in grado di terminare la lettura, mi sarei fermata al monaco che fissa 😅 … ma ultimamente i miei gusti si sono evoluti … e soprattutto la mia paura è diminuita un po.
Mi è piaciuto molto la suspense è aumentata riga dopo riga, per poi culminare con la rivelazione della vera natura del monaco e la morte per la rinascita
Bellissimo e filosofico … complimenti ❣️
Ciao Lola! Be complimenti per il passo in avanti allora 😀 È una buona cosa che i gusti e le preferenze mutino: ci apre nuovi possibili orizzonti, nuove scoperte. Io invece, per esempio, faccio ancora un po’ di fatica a distaccarmi troppo dal mio genere di riferimento, per cui ti invidio leggermente 🙂
Onorato che l’effetto di suspense abbia fatto il suo lavoro: in un certo senso, ho voluto ricreare la stessa atmosfera di graduale tensione della mia prima storia qui su Edizioni Open, “Il faro”, seppur con modalità differenti. Ti ringrazio per aver letto e commentato, un saluto! 😀
“Ma perché non la smette di fissarmi?”
Mi sta salendo l’ansia
bel racconto e bel ritmo. Forse correttamente, lasci nel non detto il contenuto della rinascita spirituale successiva alla morte per acqua. Ma ognuno muore e rinasce a modo suo, credo sia questo ciò che avevi in mente. Ho solo un dubbio: se tutti quei morti che occupano il fondo del lago sono tornati in vita come il protagonista, perché la gente del villaggio è così infelice?
Ciao Francesca, grazie di aver letto e commentato. Lasciare nel non detto è un po’ una tendenza che ho sempre avuto, ma non nego che dovendo essere il librick qualcosa di molto breve, tale tendenza viene spesso incoraggiata anche quando, altrimenti, mi allargherei maggiormente. Non sono entrato nel dettaglio per quanto riguarda il contenuto di una rinascita per questioni di spazio, le quali a loro volta mi hanno condotto a spostare il focus del racconto su un aspetto più generale, da questo punto di vista.
Sul tuo dubbio, semplicemente nel racconto c’è una netta distinzione fra coloro che si sono recati al tempio e coloro che invece non l’hanno fatto: in una visione estesa del tutto, i primi stanno gradualmente convincendo i secondi a vedere il lago. La condizione nella quale l’intero villaggio è infelice, in riferimento al tempo della storia, appartiene al passato.
Se ci fosse qualcosa che ancora non ti convince, ti prego di farmelo sapere: per me qualcuno che mi porta agli occhi possibili errori o incongruenze è preziosissimo. Un saluto! 🙂
Bravo Gabriele, un racconto interessante e scritto molto bene. Diventa la metafora della vita che è fatta di morte e di rinascita, di rinunce e di conquiste, di viaggi di andata e di ritorno. Mi ha dato molto da pensare. L’immagine del lago è una pennellata, specchio dove ci guardiamo, andare e venire. L’importante è esserne consapevoli.
Ciao Cristiana, grazie del commento! Come puoi immaginare, in ciò che scrivo cerco sempre di infilarci metafore o significati che rimandino a delle tematiche legate alla “realtà”, specie di carattere mentale… L’impiego della natura e delle sue mille sfaccettature l’ho sempre trovato personalmente imprescindibile a tale scopo.
Onorato che ti sia piaciuto, e mi fa piacere che come sempre tu abbia colto il senso oltre alle apparenze, per così dire. Un saluto! 🙂
“«Vedere il fondale è l’unico modo per conoscere sé stessi. Puoi nuotare in superficie quanto vuoi, ma se non guardi giù non saprai mai chi sei davvero.»”
Bravo. Una riflessione profonda e tanto vera
Intenso e angosciante. Il clima di ansia e aspettativa che hai costruito ha funzionato.
Ti ringrazio, Tiziano! 😀
Gran prova. Una dimostrazione di indubbia crescita personale e narrativa.
Il lago è una delle mie ambientazioni preferite. Come ha ben detto qualcuno, esso offre un riflesso: la cui staticità, aggiungo io, apre uno spiraglio di eterno nell’effimero.
Veramente bravo, apprezzatissimo.
Grazie del commento gentile, Robért! Con questo “Il monaco” ho voluto prendere un po’ le distanze dalla tipica forma “alla Poe” con la quale ero solito scrivere: un piccolo esperimento, ma sono sinceramente soddisfatto del risultato. Ai miei occhi appare una storia più snella, leggera, forse anche più convincente, rispetto alle precedenti, pur non avendo magari l’eleganza di queste ultime.
E poi sì, ambientazioni come laghi, montagne, boschi, natura in generale diciamo, le amo anch’io: in primis per la loro bellezza di per sé, e poi offrono un sacco di spunti per metafore, analogie, significati nascosti… Per non parlare della mia tematica preferita in assoluto: legame mente/natura, che è quella che sfrutto in continuazione.
Un saluto! 😄
Oh wow.
Questo racconto è serio. Ben scritto, prende dritto all’anima e non molla. Ci sento i maestri dell’horror dentro, ma con uno stile personale. Bravo.
Grazie per aver letto, Giancarlo! Mi fa piacere che emerga lo stile personale: era l’obiettivo di questo racconto, il quale definisco un piccolo esperimento: più dialoghi, periodi meno complessi… Ma a quanto pare la traccia dei maestri rimane indelebile 😅
Bello! Il tema, se non ricordo male, era stato sviluppato anche da una serie TV ambientata in Alto Adige. Molto interessante il senso di attesa che permea tutto l’inizio, l’atemporalità della storia.
Gli specchi e i riflessi sono sempre una tematica perturbante per gli amanti dei mondi invisibili 🙂
Parli di quella sul campanile che affiora dal lago? Forse ho presente, ma non l’ho mai vista 😅
Ad ogni modo ti ringrazio per aver letto e commentato! Mi fa particolarmente piacere che tu abbia colto il senso d’attesa a inizio storia: è ciò su cui ho voluto far leva per tutto l’arco della prima delle tre “sezioni narrative” (intro, sviluppo e finale).
Se non sbaglio è il primo commento che lasci sotto un mio librick: ne approfitto per dirti che questo è molto differente dai precedenti, almeno secondo me. Come ho scritto ad altri, ha costituito per me una sorta di esperimento, nel quale ho inserito più dialoghi, snellito i periodi ecc. Quindi il fatto che tu l’abbia apprezzato è doppiamente gradito 🙂
Un saluto, alla prossima!
Pregevole, iniziatico ed allegorico. In alcuni punti mi pareva di leggere Gibran o Hesse.
Grazie del commento, Hugo! Apprezzo che tu lo abbia trovato allegorico: in effetti cerco sempre di donare “un doppio significato” a quello che scrivo 🙂