Il mostro

Serie: Vado al mare


Erika riesce a scappare dalle grinfie di suo padre, e con gli amici trascorre una giornata al mare, sotto il sole cuocente. Nel frattempo l'uomo - che ha perso il controllo di sé -viene arrestato, ma i due agenti ignari del pericolo vengono brutalmente uccisi, mentre l'uomo torna in libertà.

La ragazza tornò a casa alle sette in punto di sera, nera per l’abbronzatura e più che mai bisognosa di un bagno e di un letto in cui addormentarsi per le successive ore. Salutati gli amici, si avviò per il vialetto, pensando alle scenate apocalittiche che avrebbe subito da quello squilibrato di suo padre.

Si stupì con sollievo che la casa era vuota. Aveva dimenticato che il sabato sera sua madre andava dall’amica Claudia per l’irrinunciabile dose di caffè e pettegolezzi; quanto a suo padre, non sapeva dove fosse, e le importava poco, forse nulla. Se non fosse mai più ritornato, tanto meglio.

Salì le scale trascinando i piedi per la stanchezza ed entrò in camera sua per riporre il borsone da spiaggia. Arturo, che stava dormendo accucciato vicino al cuscino, si limitò ad aprire un occhio per poi richiuderlo e tornare a riposarsi. La ragazza si diresse verso il bagno, ma prima sbirciò in camera dei genitori; il letto era stato rifatto. Chiuse la porta.

Anche d’estate, adorava fare il bagno nell’acqua calda, quindi aspettò la temperatura giusta prima di mettere il tappo. L’acqua sgorgava limpida dal rubinetto, riempiendo lentamente la vasca, mentre il vapore invadeva la stanza del bagno come una nebbia calda. Forse proprio per questo velo di vapore, non notò l’ombra che passò davanti alla porta del bagno.

Erika si immerse nell’acqua piena di schiuma di sapone e si rilassò, avvolta dal vapore e dagli aromi del bagno. Stette in acqua per più di un’ora, dopodiché iniziò ad uscire. Si guardò allo specchio; era molto graziosa nel suo corpo giovane, le spalle ricoperte dalla schiuma e i capelli umidi e profumati.

Nel corridoio, un soprammobile cadde provocando un tonfo sordo a contatto con la moquette. La ragazza, nel ronzio dell’asciugacapelli, udì appena il rumore: “Arturo, scendi subito dal mobile!” Nessuna risposta, come è logico aspettarsi da un gatto, d’altra parte.

Si vestì e uscì dal bagno, fermandosi sulla soglia della porta a osservare il corridoio, ormai immerso nelle tenebre. Ai piedi del comò giaceva la cornice in legno massiccio contenente una fotografia del matrimonio dei suoi. Anche da giovane, il padre aveva quell’espressione diabolica, pensò. Uno sguardo in cui qualcosa – non avrebbe saputo dire cosa – sembrava suggerire un’indole non umana. Ebbe un brivido, poi ripose la fotografia sul mobile, quando alzando lo sguardo si accorse che la porta della camera dei suoi genitori era aperta. Non l’aveva forse chiusa? La paura, che iniziava a nascere dentro di essa, venne placata quando si ricordò del gatto. Ma certo, per Arturo aprire una porta era come acchiappare un topolino. A detta delle amiche di mamma, non si era mai visto un gatto tanto intelligente come Arturo.

Quasi l’avesse letta nel pensiero, in quel momento il gattone uscì dalla sua camera, miagolando. Avanzò verso di lei zampettando, poi si fermò e fece per tornare indietro, verso la porta che dava sulle scale che portavano all’uscita. Miagolò ancora, stavolta più insistente. Erika osservava attentamente il gatto compiere ripetutamente quella scenetta; sembrava volesse comunicare…

Stava iniziando a comprendere che qualcosa, in quella casa, non andava per il verso giusto, quando nell’aria si diffuse un tanfo marcio e nauseabondo, un odore sulfureo terribile, uscito dalle fogne dell’inferno. Si voltò e rimase impietrita. Alle sue spalle, un uomo mostruoso, sporco e insanguinato se ne stava in piedi e la guardava con gli occhi socchiusi e la bocca contorta in un ghigno spaventoso; non stava ridendo, ma l’espressione non era nemmeno di rabbia. Quello del padre era uno sguardo intriso di follia, malvagità e perversione. Se si dovesse descrivere il volto del diavolo, quello sarebbe stato l’esempio perfetto. Ci mise qualche secondo per accorgersi che quell’abominio era suo padre, perché l’anatomia del viso era totalmente cambiata, per le ferite ma non solo: le guance erano rientrate, le orecchie si erano fatte a punta e la accennava una biforcazione sulla punta. Due grosse protuberanze, come bernoccoli, erano cresciute ai lati della fronte. Gli occhi pulsanti si erano ingrossati e restavano a fatica ancorati nelle orbite. Il volto non era di certo quello familiare del padre. Qualcosa, però, la convinse che la mostruosità che stava in piedi innanzi a lei era proprio lui.

La follia e la crudeltà, ecco cosa. L’anatomia dell’uomo era stravolta, ma la sua anima rimaneva la stessa di sempre.

Scattò verso le scale nel tentativo di fuggire, ma questa volta lui fu più veloce e riuscì ad afferrarla, scaraventandola sul pavimento, poi si avventò su di lei. Le teneva i polsi bloccati sul pavimento, e la guardava dritta negli occhi, il volto a pochi centimetri dal suo, respirando nervosamente e alitandole addosso il tanfo di fogna misto al sudore delle sue putride ascelle. Erika non avrebbe mai potuto dimenticare quello sguardo spiritato, appartenente non a un uomo, ma a un essere demoniaco. Poi, il padre urlò, in una voce che parve non sua: “TI PORTERÒ ALL’INFERNO!”

Ora il colore degli occhi era cambiato; dal verde acceso che fu, l’iride era divenuta del colore del fuoco ma, cosa ancor più inquietante, gli occhi non si limitavano ad assumere quel colore; in essi il fuoco ardeva, ed Erika poteva distinguere le fiamme divampare e danzare.

La ragazza ormai era bloccata dal terrore, incapace né di proferire parola né di muovere un solo muscolo. Il padre – o l’essere in cui si stava tramutando – ne approfittò per alzare il pugno al cielo, pronto a scagliare un terribile colpo, quando una figura si avventò, fulminea, contro il suo volto.

Erika e il padre si erano dimenticati del gatto, che aveva assistito alla scena miagolando, spaventato per la sua amica in pericolo, fino a quando non decise di attaccare.

Il grosso felino si era attaccato alla faccia del padre, piantando saldamente gli artigli nella carne dell’uomo che intanto urlava a squarciagola, dal dolore e dalla rabbia, urla diaboliche che si mischiavano ai versi selvaggi dell’animale. Per il dolore e il conseguente stordimento, perse l’equilibrio accasciandosi a terra supino.

Fu allora, quando riuscì ad afferrare il gatto con le sue grasse mani, che l’animale iniziò a graffiargli il volto squarciandone la pelle.

Erika, che aveva recuperato forze e lucidità, riuscì ad alzarsi mentre assisteva atterrita alla scena, constatando un’anomalia spaventosa. La pelle del volto di quell’essere veniva strappata via dalla faccia, ma sotto a essa non vi era la carne viva, come sarebbe accaduto a un uomo ferito; la cute veniva via come carta da regalo, rivelando sotto a essa quello che sembrava un secondo strato di pelle, nero come il carbone e rosso come il fuoco. Dai solchi scavati dagli artigli del felino uscivano rivoli nervosi di fumo, poi le ferite si richiudevano, arginandosi da sole.

L’uomo stava rivelando la sua vera, viscida e disgustosa natura.

Il gatto continuava il suo attacco, ma il mostro, che era arrivato a un punto della sua evoluzione in cui il dolore non esisteva più, riuscì ad afferrarlo, per poi scaraventarlo contro il muro. Volarono brandelli di pelle putrida, mentre il mostro si alzava a sedere, la bocca spalancata a mostrare i denti aguzzi, e un suono gutturale veniva sprigionato dalle profondità del suo stomaco.

Era quello il momento di fuggire lontano da quell’abominio per mettersi in salvo. Proprio come quella mattina, la ragazza fuggì alla velocità del vento, ma questa volta il mostro correva molto più veloce, tanto da essere sul punto di afferrarla di nuovo. Per una fortuita coincidenza, scivolò dalle scale, ruzzolando fino a sbattere contro il muro alla base della rampa.

Erika ebbe il tempo di uscire di casa e montare in sella all’Aprilia Pegaso, e nello stesso momento in cui avviò il motore, il mostro emise un altro urlo osceno, tanto potente da sovrastare il rombo dei cilindri.

Partì sgommando proprio nel momento in cui dalla porta apparve la figura di quel diavolo. Erika si accorse che, in pochi minuti, la fisionomia del mostro era nuovamente mutata.

Accelerò a manetta, cavalcando il vento velocissima sul suo cavallo ruggente, fedele destriero d’acciaio.

Serie: Vado al mare


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Bello, mi piace perché sono presenti quelle ‘ingenuità’ che ci hanno così bene spiegato in Scream e che caratterizzano il genere horror. Lei pare non aver paura di tornare in quella casa, perché è così ingenua? Lei si fa il bagno e se fosse un film, avrebbe mostrato o meno le texxe? Se sì muore, se no, sopravvive. L’inseguitore sul più bello cade dalle scale, e sennò lei come avrebbe fatto a fuggire? Al di là di questo, lui è spaventoso nella sua trasfigurazione e, se posso spingermi più in là, mi pare una metafora ben riuscita del ‘mostro’ all’interno di una famiglia in cui si consuma l’abominio della violenza. Complimenti per come passi dalla ‘leggerezza’ all’impegno. È da qualche tempo che me lo volevo leggere e sono contenta di averlo fatto. Bravo.

    1. Credo che sia ingenua perché, al di là del fatto che è “abituata” al padre, non si aspetta quello che poi accade. Inoltre credo che questa ragazza veda il padre come una persona di cui prendersi beffa… è un’adolescente d’altra parte.
      Ancora una volta grazie per aver letto e commentato!
      Per il finale… in realtà l’ho già scritto, ma non mi convince e devo trovare l’occasione e l’ispirazione per metterlo a punto.

  2. Leggendo quest’episodio si avverte tutto il disgusto e l’orrore provocati dalla figura dell’uomo e dalla sua trasformazione nell’essere demoniaco.
    Bello come hai descritto la scena in cui il gatto, strappandogli via la pelle ne rivela un’altra sottostante, causando anche la fuoriuscita del fumo, che gli chiude le ferite.