Il mostro dai cento occhi

Serie: L'ultimo criminale

Danzava tra i tavoli sferrando calci e pugni tanto possenti quanto aggraziati. I suoi tre avversari ringhiavano come cani ogni volta che portava a segno un colpo e agitavano le mani fendendo nient’altro che l’aria. Dopo qualche momento di confusione frenetica, durante la quale la gente che animava la piazza si dileguò, il silenzio piombò sulle poche persone rimaste. In lontananza, il rumore della vita notturna proveniente dalle strade circostanti giungeva all’udito come un leggero brusio. I tre cani rabbiosi giacevano a terra, illuminati dalla luce di qualche vecchio lampione. Da un angolo buio sbucò il vincitore di quel rocambolesco incontro di lotta. Si chinò sul corpo ancora privo di sensi di uno degli sconfitti, gli sfilò dal taschino un pacchetto di sigarette e se ne accese una. Si tirò su il colletto della giacca e vi affondò il viso. Rimase qualche istante fermo a fumare, come se stesse aspettando che qualcuno lo notasse. Poi si allontanò, scomparendo nel buio di un vicolo.

Dall’altra parte della città, dove i negozi e le luci animavano le strade colme di fiumi di gente, una donna si accasciò improvvisamente a terra. La folla si aprì disegnando un cerchio attorno a lei. Donne, uomini e bambini le passavano accanto lanciandogli brevi sguardi di disgusto. Tremava e si contorceva e i suoi grandi occhi sembravano guardare il vuoto dovunque li puntasse. Dopo qualche decina di secondi di agonia, una piccola pozza si cominciò ad allargare sotto di lei. La sua vescica non aveva resistito al dolore. Cominciò a piangere mentre si alzava tra gli spasmi. Si trascinò lentamente, aggrappandosi a ogni appiglio che riusciva a trovare, fino ad arrivare alla stazione di polizia. Appena oltrepassata la soglia si lasciò cadere a terra con un tonfo sordo. Un poliziotto accorse subito ma senza eccessiva fretta, anche quello faceva parte della routine.

– F-fatelo smettere…confesso…c-confesso tutto…vi prego fatelo smettere – il poliziotto le fece un’iniezione e la donna perse immediatamente i sensi.

– Portatela dal medico per resettarle il dispositivo e vedete riguardo quale reato è stata identificata…e date una pulita qui cristo santo, credo si sia pisciata addosso – disse il poliziotto storcendo la bocca in una smorfia disgustata.

– Subito commissario – Gli altri ufficiali si mobilitarono per obbedire agli ordini. Dopo qualche minuto, uno di loro accorse con un foglio tra le mani.

– Ecco il rapporto commissario Nowak – disse – Monique Dubois, quarantacinque anni, ha rubato il portafoglio ad una donna nei quartieri alti, aveva il viso coperto ma le telecamere a identificazione di movimento l’hanno identificata con una probabilità di errore del tre per cento, hanno deciso quindi di attivare il dispositivo di persuasione –

Nowak si accese una sigaretta tenendola tra i denti come fosse un sigaro – Si farà una settimana…massimo due non di più – si lasciò cadere su una sedia e si passò una mano tra i capelli prematuramente grigi – Certo per un misero portafoglio avrebbe potuto risparmiarsi tutto questo…– il suo viso bianco, leggermente scurito dalla barba, si confuse in una densa nuvola di fumo.

Il rumore della pioggia era interrotto dalle poche macchine che sorvolavano le strade della periferia. Argo si stava riparando seduto su un gradino e fissava un pacchetto di sigarette. Quando lo aveva sfilato al tizio che aveva steso ce n’erano tre, ora ne era rimasta una sola. Decise di scegliere con cura il momento da dedicare a quella sigaretta. D’altra parte, per lui non sarebbe stato facile procurarsi un altro pacchetto. Sbuffò lasciando cadere la testa all’indietro e si alzò. La pioggia era leggermente diminuita e quindi decise di affondare il viso nel colletto della giacca e incamminarsi. Dopo una decina di minuti, con i capelli neri appesantiti dalla pioggia, si fermò di fronte a un pub. Dall’interno proveniva il suono dolce di un sax insieme alla puzza acre di tabacco e alcol. Una volta entrato diede una rapida occhiata ai clienti che popolavano il locale, il suo sguardo si fermò su un uomo di mezza età con dei folti baffi biondi. Era seduto al bancone e roteava lentamente un bicchiere che ormai conteneva solo ghiaccio. Argo gli si sedette accanto e si mise la sigaretta in bocca.

– Ha un accendino? – chiese rivolgendosi all’uomo.

– Uh?… si ecco – bofonchiò.

Argo alzò lo sguardo mentre accendeva – Guardi che se continua a girare quel bicchiere non si riempirà per magia –

L’uomo sorrise – Ho già bevuto abbastanza, ragazzo – disse.

– Non mi sembra di queste parti, come mai si è addentrato nella periferia? Se posso chiedere ovviamente – di sottofondo un piano cominciò ad accompagnare il sassofonista.

Sospirò – Ragazzo mio, di questi tempi se uno non si vuole far annusare il culo dal governo o dalla polizia può venire solo qui. Spesso la compagnia è discutibile… ma ci sono meno telecamere… ormai grazie a questi maledetti dispositivi riescono a sapere chi sei e dove sei in un attimo – il suo tono di voce si era leggermente increspato.

– Mai stata detta cosa più vera, ormai i dispositivi vengono usati per qualsiasi cosa… qualsiasi cosa faccia comodo al Governo. Se ne stanno servendo per inibirci a questo stato di schiavitù – disse Argo sorridendo.

L’uomo lo guardò con stupore, poi sbuffò – Non dirlo a me, per un po’ ho lavorato come informatico in una centrale di polizia. Dispositivi di persuasione li chiamano…– sorrise amareggiato – Se per loro quella è persuasione, chissà come si immaginano la tortura…–

– Com’è lavorare alla polizia? – chiese Argo guardando l’orologio che aveva al polso. Il vetro era rotto e, per capire l’ora, lo dovette smuovere per trovare la giusta angolazione.

– Uno schifo – disse l’uomo senza esitare – Quegli schifosi mi hanno cacciato… mi sono rifiutato di attivare il dispositivo di una donna… ai piani alti non hanno gradito –

Per qualche decina di secondi nessuno dei due parlò. Argo fumava perso nei suoi pensieri e l’uomo continuava a scrutare il fondo del suo bicchiere. Nel locale risuonava un leggero chiacchiericcio mentre piano e sassofono si scambiavano note intrecciandosi in una piacevole melodia.

– Comunque piacere, Luke Rhineheart… tu lo hai un nome ragazzo? –

– Argo –

– Nome altisonante… – ridacchiò tra sé e sé – Sei per caso l’antico mostro dai cento occhi? –

Argo sorrise, conosceva l’origine del suo nome – No… ma ciò che voglio combattere non è un mostro poi tanto diverso –

Le sopracciglia di Rhineheart si incresparono in un’espressione confusa.

– …Combattere…? – bisbigliò.

– Non lo sente nell’aria? – disse Argo – Pensano di aver curato la razza umana dalle violenze e dalle malvagità. Ma perché, allora, nell’aria aleggia questo cruento bisogno di sangue? – si passò tra le dita il tappo di una bottiglia, come si farebbe con una fiche o una moneta.

Rhineheart sghignazzò – Ma guarda un po’, sei anche poetico… degno del tuo nome proprio – con un cenno della mano ordinò due bicchieri.

– Non pensa che con questi dispositivi stiano fingendo che vada tutto bene? I notiziari non fanno che parlare di quanto i crimini siano praticamente scomparsi, ma che mi dice dell’altra faccia della medaglia? Della paura degli individui di contestare, protestare contro qualcosa che loro reputano sbagliato ma che chi è al comando reputa giusto? Certo inizialmente era bello vedere come i criminali più pericolosi venivano catturati in pochi giorni, ma adesso stanno usando questa tecnologia a loro favore. Se tutti fingono che vada tutto bene gli errori di chi decide non si possono tramutare in delle espressioni di disagio da parte del popolo. Ma il disagio nell’aria si sente come anche la voglia di esprimerlo… non crede? – Argo aveva quasi il fiatone, pensò di essere stato troppo teatrale e arrossì leggermente.

L’ex informatico della polizia lo guardò di nuovo con aria confusa, poi sorrise – Non so se sei una di quelle compagnie discutibili di cui parlavo prima – disse – … Ma non posso dire di essere in disaccordo con neanche una delle cose che hai detto. E tu intenderesti… combatterlo? –

Argo si alzò con calma – Beh signor Rhineheart, ho paura che per me sia arrivato il momento di andare – disse gentilmente tendendo la mano. Il dottore la strinse smarrito. In quel momento Argo lo tirò leggermente a sé e gli avvicinò la bocca all’orecchio. Fu un bisbiglio quasi impercettibile ma Rhineheart comprese. Il viso gli si impallidì e, mentre Argo si allontanava verso l’uscita, rimase immobile a fissare un biglietto. Argo glielo doveva aver messo nella mano quando gliel’aveva stretta. 

Serie: L'ultimo criminale
  • Episodio 1: Il mostro dai cento occhi
  • Episodio 2: Ubek
  • Episodio 3: Due incontri
  • Episodio 4: Intrusione
  • Episodio 5: Attacco completato
  • Episodio 6: Il sipario degli orrori
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    Discussioni

    1. Ciao Luca, il tema del controllo coercitivo dall’alto (e il rischio della deriva pericolosa per le libertà che si porta dietro) è interessante, soprattutto perché è un tema caro alla letteratura sci-fi e interpretarlo a modo proprio è una bella sfida. Il gancio con l’episodio successivo è ben riuscito, vado a curiosare…