Il Mulo – episodio 1 Il cerchio.

Serie: Il Mulo


Nella stanza l’aria si era fatta colla, ci guardavamo a turno, gli uni nel viso degli altri sperando che l’ispirazione venisse a trovarci prima di sera. L’unico rumore era stato il ticchettio trapanante dei miei stivali sul pavimento, fino a che gli occhi di Mirko mi avevano intimato di frenare il ritmo.

Alla mia destra, disteso sul divano c’era Sasha detto il Farina. Aveva delirato per ore, adesso dal basso di quella posizione, fissava il soffitto e si teneva lo stomaco.

I brufoli gli schizzavano dalla pelle, erano di un rosso tendente al viola, gli contornavano la fronte affossandola senza riguardo come se, da tutta la vita, non avessero aspettato altro che quel giorno per accanirsi su di lui.

La lama del coltello di Ivàn Sanchez, il colombiano, gli aveva attraversato le costole senza sprofondare oltre, la massiccia struttura ossea di cui Sasha disponeva gli aveva protetto le vene del cuore.

La febbre era finalmente scesa e, ora, i labbri della ferita stavano accostati.

Lally non lo perdeva di vista un secondo, dopo averlo ricucito alla bell’e meglio, disinfettato e somministrato una dose antibiotica, lo continuava a sorvegliare, carezzandogli l’addome come se quella carezza avesse il potere di accelerarne la guarigione.

Ci conoscevamo fin da sempre, cioè da quando i primi peli erano spuntati sulle nostre guance; Lally non aveva peli, ma a noi li aveva sempre fatti drizzare con i continui cambi di misura del reggiseno. Di lei, tutti, ci ricordavamo la gonna arrotolata sopra le cosce immerse per metà nell’acqua del fiume in piena estate.

La prima volta che avevamo fatto il cerchio era stato in mezzo alle ortiche del fiume Trebbia.

«Ognuno di noi giuri amicizia eterna su qualcosa», aveva chiesto Sasha.

Stava in piedi, tra i giunchi che lo superavano in altezza.

Così avevamo giurato e spergiurato sui nostri padri, sulle madri e sulle teste dei nostri fratelli, tanto se morivano era uguale.

In fondo, noi del cerchio, eravamo uniti da quella desolante sensazione di non appartenere a nessuno se non a noi stessi. Quando il mio umore s’incupiva per via dei pestoni di mio padre, Lally e gli altri mi dicevano di non starci a pensare e cercavano di inventarsene una per farmi di nuovo sorridere.

«Non ci pensare che tanto non ne vale la pena», dicevano.

Non erano tanto le parole a sollevare lo spirito, quelle arrivavano come un balsamo di breve efficacia, piuttosto erano i silenzi e i respiri che intramezzavano il discorso.

A consolarci, facevamo a turno.

Il cerchio si era fatto stretto intorno al tavolo.

Avevamo preso possesso del bilocale di Mirko dato che tornare alla base, il garage affittato con pagamento in contanti, era impossibile.

Il Colombiano ci avrebbe trovati a occhi chiusi.

Tutti insieme, Sasha, Lally, Mirko e io cercavamo una soluzione per venire a capo da quell’inferno.

Sasha fece cenno di tirarsi su dal divano, puntando il braccio destro sul tavolo di fianco. Lally si mosse subito in avanti per sorreggerlo; una volta erano stati solo buoni amici, ora erano una coppia che, sempre più spesso, s’immaginava di vivere una vita normale, dentro a una casa normale, con un tappeto sul quale giocavano dei bambini a cui progettare un futuro anch’esso normale.

Mirko fece roteare la Beretta92 tra il dito pollice e il medio, aveva ripulito la canna e l’otturatore affinché la corsa d’assieme non trovasse intralci e un nuovo proiettile potesse venir spinto in asse di tiro dal caricatore dopo lo sparo.

Sopra al tavolo il suo cellulare vibrava a ripetizione. Mirko era il ripulitore.

Serie: Il Mulo


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ho atteso la fine della serie per potermela gustare d’un fiato. Le immagini crude rendono ancora più palpabile questa “fratellanza” dolce amara che lega i protagonisti