
Il panzergrenadier tra i fiori
Scese dallo zugkraftwagen e si radunò con gli altri commilitoni.
«Tu e tu, da quella parte! Voi tre invece da quella! I restanti con me». Il tenente era un condottiero.
Obbedirono e si infilarono tra le pieghe del terreno, lì dove il filo spinato si intersecava con gli steli d’erba e gli steli dei fiori.
Martin preparò l’StG44 e si insinuò in un ottimo riparo. Presto sarebbero arrivati gli americani, con loro la barbarie.
Attesero.
C’era un silenzio profondo.
In lontananza un aereo ronzava, aveva la Balkenkreuz.
Martin fu lieto di vederlo, ma quando vide delle perle di luce spenta detonare dal basso e poi l’aereo precipitare capì che gli americani erano vicini.
Arrivarono degli Sherman M4 le cui mitragliatrici di scafo fecero un tale baccano: più uragani di fuoco e piombo che sollevarono zolle, spezzarono i reticolati e colpirono la fabbrica che Martin e gli altri panzergrenadier dovevano difendere.
I G.I. partirono all’assalto, con i loro M1 Garand e gli M1928 Thompson, i colpi a traboccare.
Martin li accolse con una raffica, poi un’altra, ma era troppo poco: gli americani erano dappertutto e così strattonò il commilitoni. «Ripieghiamo».
Il tenente era convinto fosse meglio in quel modo. «Bravi ragazzi».
Si ritirarono fino ai baraccamenti, dove già c’era puzza di cadavere.
Gli americani dilagarono uccidendo i panzergrenadier e infierivano sui corpi: temevano che qualcuno si fingesse morto?
Martin si preparò all’estrema difesa quando trovò molta cenere. “Possibile che sia stato già tutto distrutto prima dell’arrivo del nemico?”.
Il commilitone difese la baracca e Martin si nascose un attimo. Trovò un uomo delle SS che stava per morire, era a terra con una ferita infetta. «Dimmi, cosa dobbiamo difendere?».
«Voi dello Heer siete anti-nazisti…».
«Non è vero, siamo patrioti. Ma cosa stiamo difendendo?».
«Siete comunisti. Perché non andate a combattere i sovietici sull’Oder?».
«Sbagli. Dimmi…».
«Canaris invece…». Ma poi tossì, sputò sangue e rimase zitto.
Martin vide che lì accanto c’era una scatola metallica con uno sportello che il vento faceva sbattere.
Gli si avvicinò che l’istinto gli stava suggerendo che quel che avrebbe visto là dentro non gli sarebbe piaciuto. “Perché la cenere è così grassa?”.
Aprì lo sportello e cacciò un urlo: c’erano ossa umane.
Si sentì svenire. “Sto difendendo un mattatoio”.
Dietro di lui il commilitone urlò che una raffica l’aveva azzannato. Sparò al soffitto, crollò a terra.
Arrivarono gli americani.
Martin alzò le mani. «Mi arrendo». Non era più l’epoca dei fiori, Hitler aveva spezzato ogni stelo.
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Mi unisco al coro: apprezzo che tu abbia dato voce all’altro volto di molti uomini che subiscono e non amano la guerra pur combattendola
Grazie dei tuoi commenti, Micol!
“Martin alzò le mani. «Mi arrendo». Non era più l’epoca dei fiori, Hitler aveva spezzato ogni stelo.”
❤️
Concordo con Cristiana, questo tuo racconto è diverso. Il filo spinato che si interseca con i fiori, le perle di luce spenta. Il finale che mostra amaramente l’atrocità del nazismo. La considerazione del tenente: “e con loro la barbarie”. Bravo Kenji, un bel lavoro.
Grazie mille!
Mi sembra di notare un leggero cambiamento nel tuo stile, che è pur sempre il tuo, ma forse un po’ più poetico e anche più ricco, meno didascalico. Molto bello anche il finale.
Grazie! L’ispirazione mi è venuta ricordando un fotogramma del film “Il grande uno rosso” con Lee Marvin, c’è una scena in cui gli americani della 1° divisione arrivano in un campo di concentramento e i tedeschi si difendono, ebbene c’è un soldato tedesco steso su un prato fiorito e da lì il mio racconto