Il Pozzo

Serie: Legione di Sangue: La Chiamata


La Triarchia di Urbeum trema. Nobiltà corrotta, popolo oppresso, la pace infranta. I 30 anni di Quiete sono finiti. Gli Dei Caduti bramano un nuovo Re Rinnegato alla guida della loro mostruosa Orda. Il Legionario, campione millenario del regno, invoca la Chiamata per formare una nuova legione.

“Stiamo facendo una gran cazzata”, si disse Ghidon, vedendo i soldati stagliarsi sull’erba selvatica come una macchia scura, ondeggiando minacciosi sotto il sole cocente, pronti a divorarli. Un brivido gli percorse le membra, facendo vibrare il metallo arrugginito delle sue armi. Paura? Tuttavia, sembrava diversa, più profonda, come se ci fosse un pozzo di pece nera e ne stesse uscendo fuori qualcosa che non dovrebbe essere lì. Qualcosa di sbagliato. Ma forse se la stava semplicemente facendo sotto. Dopotutto, né lui né i suoi improvvisati compagni d’arme avrebbero dovuto trovarsi lì, su quel campo di sterpaglie destinato a diventare un mattatoio. Il loro posto era altrove: dietro un aratro, a impastare pane, o chini su un banco da lavoro, a modellare il legno o il ferro.

“Per la miseria, abbattevo alberi per vivere, non crani umani!”, pensò disgustato da questa parodia di esercito, da questa farsa macabra in cui era stato trascinato. Le tempie gli pulsavano di una sorda rabbia mai conosciuta prima.

Ma il lamento di Ugo lo strappò via dalla furia dei suoi pensieri. Il ragazzo, pallido come un lenzuolo, mormorò con un filo di voce: «Speriamo che questi negoziati filino lisci come l’olio», riferendosi a Lavorio e al suo lacché che parlamentavano con le controparti nemiche nel mezzo di quello che sarebbe stato il campo di battaglia.

Ghidon scosse la testa. «Se, come no», ribatté con un ghigno amaro, la voce roca per la tensione. «Per me sono solo parole al vento, un modo per prendere tempo. “Diplomazia” la chiamano. Che stronzate!». Gli dispiaceva dover essere così brusco, ma qualcuno doveva pur seppellirne le vane speranze. E specialmente su Levorio aveva forti dubbi che stesse realmente negoziando per i loro interessi. Bastava vederlo con quella sua cotta di maglia a placche, sventolando il mantello come un patriarca mancato. Persino il nome suonava fin troppo altisonante. Un viziato figlio di puttana, ecco cos’era in realtà.

«Perché…? Perché diamine mi sono arruolato?», balbettò Ugo, la voce strozzata in un piagnucolio disperato, ben lontana da quella spavalda e superba di quando si pavoneggiava nella taverna della Vecchia Quaglia, raccontando a una fanciulla di come avrebbe ridotto in spiedini i suoi nemici.

«Ah, per quello ricordo di una certa Elisa.»

«Lì per lì sembrava una buona idea.»

«Beh, se te l’ha data, forse lo era.»

«Ecco…»

«No, ti prego, non dirmelo.»

«Oh, insomma, me la darà. Sicuro. Mi basta solo… sopravvivere. E comunque non mi pare tu sia qui per ragioni migliori delle mie, grand’uomo», ribatté Ugo, con un accenno di sfida, quasi avesse ritrovato per strada il ragazzino della taverna.

«Ehi, per me quattrocentotrentatré lire d’argento e ottanta di bronzo sono una validissima ragione. Mi ci posso sbronzare per un mese», disse Ghidon. In parte era vero, in parte era perché stava messo peggio di molti altri folli o disperati che si erano arruolati in quella bistrattata compagnia. Ormai non era neanche più certo del perché fosse lì. Forse sperava di cambiare le sorti del suo destino? Forse per assaporare un briciolo di vendetta, o ancora, magari, voleva solo dare un senso alla sua vita. E ancor più strano era che non gliene fregava più di tanto. Voleva solo… sfogarsi.

«Che spreco!» Il tono sprezzante di Ugo attirò l’attenzione dei compagni d’arme, che ormai si erano interessati alla conversazione. Non li si poteva certo biasimare. Dovevano pur distrarsi dalla brutale fine a cui stavano per andare incontro. Sebbene Ghidon notò qualcosa che lo inquietò: stringevano le armi in maniera convulsa, come se cercassero conforto nel freddo metallo, e si agitavano al minimo cenno di fastidio.

«Birra, donne e dadi», aggiunse alla fine Ugo, con una risata nervosa. «Così investi pure.»

Gli sguardi torvi si sciolsero in risate fragorose, isteriche, quasi animalesche. Altri invece oscillavano il capo con le labbra distese in sorrisi crudeli.

«Serrate le fila!», squittì il Levorio appena tornato, come a rimproverarli per tanta inopportuna leggerezza, con una voce più simile a un lamento che a un ordine. Cominciò a cavalcare avanti e indietro con il mento alto, le spalle dritte in posa solenne, proseguendo con un discorso sconclusionato. Parlava di lance scosse, di un giorno di spade, di gloria e onore. Insomma, un vaneggiare insensato che sembrava più una cantilena mal recitata che un discorso di incitamento. Perché sforzarsi tanto? Era solo un patetico tentativo di glorificare l’imminente macello, di cui sarebbero stati più vittime che carnefici.

“Come gettare incenso su un rogo di cadaveri.”

Il monologo sembrava non giungere mai a una fine. Poi, con un gesto teatrale, il Levorio sfoderò la spada, brandendola in alto. La lama, che sembrava forgiata con maestria, scintillava sotto gli ultimi spasmi del tramonto, un faro di morte che catturava gli sguardi di tutti. Era lunga, affusolata, elegante, con un’elsa decorata da intricati arabeschi in oro e un pomo a forma di testa di lupo che incuteva timore.

“Bella.”

Ghidon la ammirava, un senso di crescente ingiustizia gli contorceva lo stomaco.

“Perché… a lui… una spada degna di un re, mentre a me… queste?”, pensò, fissando le sue due asce rozze e pesanti. Stringendole così forte da farle gemere di un lamento strozzato, con i pensieri sempre più confusi sotto il forte scorrere del sangue. Come sbarre di ferro logorate dalla pioggia che cedono alla ruggine. E qualsiasi cosa tenessero prigioniera, ora era libera.

 

«La voglio», mormorò tra i denti, la voce roca di rabbia repressa.

«Ghidon», lo chiamò Ugo con voce sommessa, facendolo sussultare come strappato da un incubo.

«Cosa?»

Ugo trasalì, esitando per un attimo, temendo la sua reazione, poi si avvicinò, il respiro affannoso. «Ghidon… se… se non ce la faccio…», balbettò, la voce rotta dall’emozione. «Riportami a casa. Da mia madre. È a lei che ho intestato la paga… sarà abbastanza per ricompensarti. Ma se… se sono troppo mal ridotto…», la voce gli si strozzò in gola, «portale solo le mie ceneri. Ti prego.»

Ghidon rammentava la madre di Ugo, Isilde. Una brava donna, una moglie sfortunata. Tutti al villaggio sapevano di lei e di suo marito, un uomo violento che non si curava nemmeno di nascondere i lividi che le infliggeva. Poi, un giorno, l’uomo era sparito, probabilmente la miglior cosa che avesse mai fatto in vita sua. Ghidon emise un sospiro, cercando di raccogliere ogni briciolo di lucidità. Doveva dire qualcosa che non fosse il grugnito di un cinghiale. Doveva mettere la rabbia al guinzaglio. Doveva dare al ragazzo ciò che a lui mancava: la speranza di farcela. Gli diede una gomitata e, per un attimo, sentì i muscoli del viso irrigidirsi in un’espressione che non era più rabbia, ma qualcosa di simile a tenerezza. «Smettila di frignare, novellino, e stammi dietro», disse con tono burbero, ma non privo di affetto. «Mi sentirei in colpa a dover consolare Elisa.»

 

Ugo sbuffò, ma un sorriso gli increspò le labbra, e le spalle ora erano un po’ meno curve e la presa sul forcone finalmente salda.

“È pronto”, si convinse Ghidon, certo per quanto potesse esserlo un conciatore mingherlino con la lingua troppo… un momento. Senza che se ne fosse reso conto, il mondo era caduto in un assoluto silenzio. Il che voleva dire solo una cosa: Levorio era lì. Sul ciglio dell’imminente massacro, rivolto verso il nemico. La spada dritta al cielo.

“Ci siamo!”, ruggì il pozzo di pece nera.

La lama calò, un lampo d’acciaio, un grido di condanna: «Attaccate!»

Serie: Legione di Sangue: La Chiamata


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Mi sono imbattuta in questa serie e per soddisfare la mia sete di curiosità ho deciso di iniziare dal primo episodio.
    Ho trovato molto interessante i dialoghi tra i soldati, perchè spesso viene mostrato il complesso della scena di battaglia, ma quasi mai ciò che provano i personaggi coinvolti.
    Costruita bene anche la tensione crescente alla fine del capitolo.
    Continuerò di certo! 😸

  2. Sono nuovo di questa comunità e questa è la prima storia che leggo.
    Amo il genere fantasy e credo che l’inizio sia ben strutturato. Non vedo l’ora di leggere il seguito.

  3. Ogni tanto mi capita di fare un “salto” su Open e… che piacere rivedere il tuo nome!
    Non ho perso tempo e ho iniziato a leggere. Si direbbe una serie fantasy classica. Per quanto posso dire, trovo la seconda parte del racconto buona, con dialoghi riusciti. Attendo il prossimo episodio.

  4. Scorrevole e immersivo. In particolare mi piace la seconda parte, dove la tensione cresce, fino a quando Ghidon, immerso nei suoi pensieri, non si accorge del silenzio che regna intorno. Sembra quasi che deve scoppiare l’inferno a momenti, l’armaghedon, il caos più totale. Molto bella questa parte. Anche l’immagine del tramonto, con la luce gialla, calda (così la immagino) che risplende sulla spada, è molto evocativa. La calma prima della tempesta.
    Il punto di vista dell’eroe principale, e non quello dell’autore onnisciente, dona un senso di mistero e rende la storia più immersiva, lasciando il lettore con delle domande, a cui sarà ben felice di scoprire le risposte. Questo permette anche di percorrere la storia dell’eroe insieme lui, in sincronia, scoprendo insieme a lui.
    La domanda principale, in questo momento è: chi sono i nemici in questa battaglia?
    Degli orchi? Esseri umani? O è quello stronzo di Levorio, che sfrutta i suoi soldati per scopi egoistici, senza fregarsi minimamente di loro?
    Sono appassionato di fantasy. Da tempo cercavo qualcosa di fresco e forse l’ho trovata.
    Non vedo l’ora di leggere la continuazione di questa storia.
    P.S. Chiedo scusa per i commenti goffi al testo. Ho provato a sottolineare e commentare alcune parti, ma non ho ancora ben capito come funziona.

    1. Oleg grazie per questo commento tanto esaustivo quanto lusinghiero. Ho corretto i vari errori che mi hai segnalato nella versione archiviata. Quando concluderò la serie farà una ripubblicazione corretta a seconda del grado e della quantità di correzioni che effettuerò attraverso il vostro feedback. Comunque spero di riuscire a saziare la tua fame di fantasy 🙂
      Ps: Per segnalare gli errori devi evidenziare la parte di testo interessato e automaticamente ti uscirà la voce per segnalare. Grazie ancora ^^

    1. “«Se, come no», ribatté con un ghigno amaro, la voce roca per la tensione. «Per me sono solo parole al vento, un modo per prendere tempo. “Diplomazia” la chiamano. Che stronzate!».”