IL PRIMO GRANDE VIAGGIO

Serie: IL TRASFERTISTA


Questa serie si propone di raccontare alcuni viaggi di lavoro, entrando nel sottopelle del protagonista che ne coglie le più variegate sfaccettature lasciando che i suoi sensi e la sua anima vengano trasportati da quel diverso presente.

Era il 1993, avevo ventun anni e appena trovato un nuovo lavoro presso la YARN-Engineering di Ardesio che, nemmeno dopo una quindicina di giorni d’ambientamento mi venne chiesto:

«Te la senti di andare in Cina?»

Quella sorta di reclutatore che, quando si presentava in officina scappavano tutti come dei topi in presenza del gatto, mi fece chiaramente capire che un “NO” non sarebbe stato opinabile nella risposta.

Tra mille preoccupazioni di non essere all’altezza dell’incarico, un cespicante inglese scolastico e le terribili storie dei veterani miracolosamente ritornati dal fronte cinese, in men che non si dica mi ritrovai con le chiappe su un aereo.

Al tempo la Valseriana, a livello tessile, era una zona considerata la più industrializzata d’Europa e i cinesi, con grande sete tecnologica, venivano ad acquistare i nostri macchinari pagandoli prezzi esorbitanti.

Non vi sto a spiegare nel dettaglio questa transizione che vide arricchirsi pochi mentre molti perdettero il proprio lavoro, ma per chi non aveva paura di staccarsi dalla gonna della mamma ed attraversare il ponte del Costone, d’opportunità per gli avventurieri ce ne erano tante e anche lautamente retribuite.

Siccome era la mia prima volta, anticiparono la mia partenza di una decina di giorni affidandomi ad un collega diretto a Zibo, per programmare un grosso impianto di filatura.

Zibo era una città della provincia cinese dello Shandong a circa trecento chilometri a sud di Pechino.

Era soprannominato Bomba il tutor che avrebbe dovuto svezzarmi in quel primo mio viaggio verso l’ignoto.

La mia destinazione finale era un cantiere sito a Jiading, un distretto di Shanghai; perciò, il programma era passare una decina di giorni a Zibo col Bombardieri, per poi prendere nuovamente un aereo in direzione Shanghai, dove ad attendermi ci sarebbe stato un capo cantiere della Vallesina Engineering.

Si chiamava Fistolera Franco originario di Delebio Valtellina; un uomo temutissimo e come si suol dire con i coglioni grossi come una casa!

Dalle voci che giravano sul suo conto, addirittura quel freddo reclutatore mi fece delle raccomandazioni; come se stesse per mandare un agnellino direttamente nella bocca del lupo con la speranza che non se lo mangiasse.

Non sapevo bene chi fosse il Bomba, sia perché ero stato assunto da poco, sia perché io lavoravo in officina elettrica, mentre lui negli uffici come softwerista; ricordo solo strani sogghigni dei colleghi quando dicevo che sarei partito con lui.

Il fatidico giorno arrivò e un grosso Mercedes si presentò sotto casa dove trepidante attendevo.

Dopo un abbraccio a mia madre e una stretta di mano a mio padre, caricai la mia nuovissima valigia Desely e la pilotina con tutti i documenti e partii lasciandomi alle spalle tutte le mie certezze.

La Mercedes si diresse verso Vertova dove risiedeva il Bomba e caricato lui e i suoi bagagli partimmo alla volta di Linate.

Bombardieri, credo di ricordare che di nome facesse Carlo, era un omone di ventiquattro anni con diversi problemi fisici ma una mente spaziale.

Si esprimeva quasi esclusivamente in Bergamasco, pesava ben oltre i cento chili, aveva occhiali spessi come due fondi di bottiglia sovrapposti e qualcosa d’altro o, meglio, diverse cose d’altro che scoprii in seguito.

Arrivati a Linate scaricammo le valigie e giusto il tempo di salutare e stringere la mano al taxista e il Bomba non c’era più; sembrava si fosse disciolto nell’aria.

Mi guardai in girò ma non lo vidi e in un solo attimo perdere di vista tutta quella carne, non mi sembrava cosa possibile.

Raccolsi le valige e varcai le porte scorrevoli dell’ingresso guardando in tutte le direzioni per individuarlo, ma era come aver perso Gulliver tra i lillipuziani.

Mancavano ancora due ore prima della partenza e ormai mi ero rassegnato di cercare Carlo nella hall. Nel totale panico, perché non avevo mai preso un aereo, pian piano dopo aver fatto il check-in e imbarcato la valigia mi avviai verso il gate con scritto Pechino/Beijing.

Finalmente, trovato il gate mi misi in fila per un successivo controllo passaporti e finalmente oltre alla vetrata intravvidi il Bomba.

Nel fare la fila e alla ricerca del suo sguardo per farmi vedere, notai che a testa bassa faceva in modo compulsivo avanti e indietro tra due file di poltroncine; sembrava avesse addosso la tensione di un marito in attesa della moglie partoriente.

Entrato a mia volta in quella sala d’attesa andai verso Carlo dicendogli:

«Ciao Carlo! Ma dove ti eri cacciato?»

Mi aggredì violentemente e tra titoli e bestemmie mi disse anche:

“Ta ghet de desdassa fo et capitttt!”

Rimasi attonito difronte a quell’esplosione e tra me e me pensai al suo azzeccato nomignolo.

Non capivo perché fosse così agitato e irascibile e nemmeno il senso di quella frase detta in bergamasco dove mi esortava a svegliarmi; eppure avevamo ben due ore d’anticipo rispetto alla partenza del volo.

Nel dubbio di commettere altri pericolosissimi errori e completamente sbigottito da quell’ingiustificata aggressione, rimasi nel silenzio dei miei pensieri.

Preso posto sul Boing 737 della China Airlines, iniziai seriamente a preoccuparmi perché il Bomba, come in preda ad una sorta di crisi epilettica, si muoveva sul sedile come fosse un cavallo nervoso del palio di Siena in procinto del via.

Visto la sua stazza, ad ogni incontrollato movimento mi prendevo scossoni degni della peggiore turbolenza aerea e serrato tra lui e il finestrino mi sembrava d’essere un’acciuga pronta ad essere inscatolata.

Rischiando la pelle, mosso da una indefinita empatia ma comprendendo il suo disagio decisi di parlargli.

«Carlo, cosa c’è che non va?»

Si pietrificò come d’incanto e attraverso quei fondi di bottiglia, che fungevano da lente d’ingrandimento, due occhioni neri cercavano nel tremore di mettermi a fuoco.

Mi si fermo il cuore; poi il Bomba mentre si allungava una mano nella tasca interna della giacca mi disse:

«Pota me go pura!»

Non feci in tempo a tentare di rassicurarlo che estrasse dalla giacca una fiaschetta metallica, tolse il tappo e se la scolò tutta d’un fiato.

Non so che diamine ci avesse messo dentro, mi disse solo che era a base di whisky.

Finalmente si tranquillizzò e decollato l’aereo, cadde in un sonno talmente profondo che, anche se nel corso del viaggio lo calpestai più volte per raggiungere il bagno e sgranchirmi le gambe, non si svegliò fino a che l’aereo non fu atterrato a destinazione.

Arrivati, il Bomba ci mise un attimo a riprendere conoscenza, poi recuperato il bagaglio a mano dalla cappelliera ci avviammo verso la scaletta dell’aereo.

Ricordo ancora che fui investito dall’odore acre di quella nuova terra e come un extraterrestre che sbarca su un nuovo pianeta, ogni mio senso veniva stimolato dalle novità.

Incomprensibili ideogrammi attraverso i miei occhi foraggiavano il cervello che tentava di venirne a capo; gente con gli occhi a mandorla e il naso schiacciato tra uno sputo e l’altro parlavano una lingua incomprensibile; in bocca ancora il sapore delle arachidi speziate che ci distribuirono prima dell’atterraggio; la pelle bagnata da una cappa d’umidità che non avevo mai sperimentato prima.

Passo dopo passo arrivammo davanti al security & customs control e proprio lì successe dell’incredibile.

Io consegnai il mio passaporto per primo e dopo qualche sguardo di routine dopo il suono di due colpi di timbro mi riconsegnarono passaporto e visto di ingresso valido tre mesi.

Carlo consegnò il suo e dopo un primo controllo della documentazione il poliziotto cinese alzo lo sguardo per il confronto foto/viso e come se fosse stato colto da un tic lo vedevo perplesso alzare ed abbassare la testa; sembrava che qualcuno gli avesse dato un colpo in testa e fosse andato in tilt.

Bombardieri aveva già preso in viso un colore rosso inferno e io non capivo cosa stesse succedendo.

Il poliziotto chiamò in soccorso altri agenti che in quella incomprensibile lingua confabulavano confrontando ripetutamente il passaporto con il viso di Carlo.

Fu in quel momento che il Bomba, ormai di color viola morto, si portò le mani ai capelli e dopo uno strano movimento me lo ritrovai davanti completamente calvo.

Svelato il celato mistero, ci lasciarono andare e finalmente entrambi trovammo pace in un bel hotel a lato di piazza Tienanmen.

Mi sdraiai sul letto e un inevitabile pensiero mi riportò alla mente la scena del carro armato avvenuta il 5 giugno 1989 dove di per certo ci furono due eroi.

Il primo fu l’impavido studente che si parò davanti alla fila dei carri armati e il secondo il carrista che trasgredendo gli ordini soppressivi, andando probabilmente incontro a gravi conseguenze, non lo schiacciò e spense il motore.

Cosa si dissero quei due quando il carrista aprì la torretta e lo studente salì sul carro probabilmente resterà sempre un grande mistero.

Stremato da quella prima giornata, sognando la pace, mi addormentai.

Serie: IL TRASFERTISTA


Avete messo Mi Piace9 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Bravissimo Giulio. Gli spaccati di vita vera ti riescono davvero bene. Mi sono divertita, ho visto luoghi che conosco, rivissuto scene tipiche delle ‘nostre’ terre. E poi, la scena dei capelli finti che cozza con il finale, una genialata. Ma, davvero, cosa si saranno detti?

  2. Che peccato sia un episodio unico e mi dispiace sia gia` finito: un gustosissimo racconto di un viaggio verosimile, con metafore colorite. e descrizioni dei personaggi che appaiono come caricature un po’ buffe.

    1. Grazie Maria Luisa …effettivamente la storia è vera 🙂 e visto che lo chiedi ne farò il proseguo che sarà relativo alla seconda metà del viaggio.Grazie per i tuoi commenti.

  3. Lettura entusiasmante, carica di eventi ed espressioni simpatiche, avvalorata dall’essere narrativa di storia vera.
    Pur essendo chiaro che l’autore non è uno scrittore professionista, si carpisce ancor meglio quel lontano senso pratico che ne distingue i protagonisti dai solo erranti fantasisti.

    1. Grazie per il tuo commento. Non mi è facile concentrare in un capitolo chiuso da 1500 parole la storia di quella prima trasferta estera che segnò poi il resto della mia vita.Grazie ancora e appena riesco leggerò qualche tuo scritto.Ciao

  4. Roberto ne hai ragione ma essendo il protagonista non potevo che farlo così. Ho varcato i cinquanta e sento di fermare i miei ricordi prima che l’oblio se ne prenda carico.Grazie per la tua presenza

  5. Molto coinvolgente. Non so bene il perché, ma mi sarebbe piaciuto leggere anche una versione in terza persona, per dare maggiormente l’idea di un racconto dai canoni “classici”. Ma è solo un pensiero che mi è passato così per la testa…