Il Professore Re

Mi chiamano il Professore Re. Sì, in questo modo. Sulle prime mi ero infastidito – i miei genitori votarono per la Repubblica nel ‘46 – ma poi ci ho fatto l’abitudine e ho iniziato ad apprezzare questo soprannome.

Professore Re.

Quando entro in classe, gli studenti devono alzarsi in piedi o sennò sono guai. Giorni fa, uno stupidotto è stato troppo lento e ho dato una nota a tutta la classe. Come si è permesso? Le nuove generazioni devono imparare a rispettare i più grandi e soprattutto le autorità. Bei tempi quando, a scuola, c’erano le punizioni corporali.

Ogni tanto mi sorprendo a fantasticare su quel che farei a chi parla mentre faccio lezione, a chi sta disattento, a chi non raggiunge la sufficienza. Bacchettate sulle mani, mettersi in ginocchio sui fagioli crudi, schiaffoni per ricordare loro che sono semplici studenti e io il loro professore. Sono il Professore Re e non mi voglio smentire.

In classe, tutti mi devono obbedienza. Guai se si sente una mosca. Apprezzo i secchioni che raggiungono il distinto e sono servili nei miei confronti oltre a fare i delatori. Invece i bulli non li sopporto. Va bene, non avevo a disposizione le punizioni corporali, ma potevo spezzarli con note sul registro, colloqui con i genitori e, se in una verifica meritavano la sufficienza, gli davo apposta il gravemente insufficiente. A loro pareva non interessare, ma a ogni fine dell’anno erano bocciati e poi frignavano per le botte inferte dai genitori.

Io ridevo.

Di gusto.

Ieri ho ricevuto una comunicazione. Ho passato il concorso dei presidi e, da adesso, questa scuola media è il mio regno. No, di più: il mio impero. Mi dovrebbero chiamare il Professore Imperatore, ma credo mi sia rimasto appiccicato “Professore Re”. Va bene così, non posso pretendere tutto dagli altri.

O forse no?

Oggi, mio primo giorno da preside, a scuola ci sono stati dei disordini. A causa delle aule troppo fredde gli studenti hanno sospeso le lezioni. Si sono radunati nel corridoio degli uffici e qualcuno di loro ha preso a calci il muro in cartongesso con il risultato di sfondarlo.

Io, in quel momento, stavo lavorando su dei documenti e mi ero domandato il perché di quel rumore. Immaginatevi lo spavento al vedere la parete rompersi.

Mi sono arrabbiato e a grandi passi sono uscito dal mio ufficio. Ho visto questa torma di minorenni e ho menato schiaffoni da qualunque parte. Quei vigliacchi sono fuggiti, ma molti li ho presi per la collottola e, mentre li trattenevo, davo loro calci a gambe e posteriori. Adesso che sono preside posso, e chissene se i genitori protestano!

Si è scatenato un patatrac. Sono intervenuti bidelli e insegnanti che hanno radunato tutti gli studenti. Quelli che erano riusciti a fuggire sono stati individuati con facilità.

È seguito un grosso lavoro. Sospeso questo qua, sospeso pure questo, sospeso pure lui e così via fino a sospendere settantasette studenti. Li ho fatti passare uno a uno per il mio ufficio – chi non voleva presentarsi ci è stato trascinato per le orecchie – mostrandogli il buco nel cartongesso. A me non è interessato sapere chi sia stato con precisione, io volevo solo punire quanti più di quei riottosi perché se anche un solo loro compagno era nel corridoio, vuole dire che pure il resto della classe era lì presente.

Mi è piaciuto molto castigare tutti questi studenti.

Adesso mi sto rilassando e mi godo un po’ di relax. Ma… ah, se continuano le proteste, io sono disposto a sospendere tutta la scuola. Come si permettono? Io sono il Professore Re.

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Commenti

  1. Micol Fusca

    Ciao Kenji, il tuo racconto mi ha ricordato quelli di mia zia. Sessant’anni fa le pene corporali erano un metodo educativo largamente utilizzato, tanto che la “stecca” sulla mano era un nonnulla. Per fortuna le cose sono cambiate 🙂

    1. Kenji Albani Post author

      Ciao Micol e grazie per avermi letto! Scusa se ti rispondo solo ora, ma a causa di alcuni esami sono stato un po’ distratto. Direi che il Professore Re è molto all’antica, un gran conservatore.

  2. Simona del Buono

    Scena surreale, intrisa di ironia, per fortuna è solo una situazione fantasiosa altrimenti quel professore re o preside imperatore sarebbe a guardare il sole a strisce. Scritto molto bene, c’è solo una cosa che modificherei: all’inizio toglierei quel “o” e lascerei semplicemente “sono guai”.

    1. Kenji Albani Post author

      Ciao e grazie per avermi letto! Diciamo che ho voluto esagerare per effetto più “scenico”.

  3. Cristina Biolcati

    Un po’ esaltato questo Professore Re, eh? Quando si arriva alla violenza, è perché non si hanno argomentazioni valide per farsi rispettare. Tristezza 😔
    Bel Lab, però! Ciao Kenji, alla prossima.

    1. Kenji Albani Post author

      Ciao Cristina! Diciamo che questo personaggio è un po’ spinto. Per fortuna non esistono nella realtà, insegnanti simili… O no?

  4. Antonino Trovato

    Ciao Kenji, al di là dell’ironia che regna sovrana in questo racconto, direi che lascia comunque una riflessione legata all’educazione dei giovani studenti oggi, una generazione che, in generale, tende sempre più a non rispettare l’adulto e l’autorità in genere. Serve una disciplina legata al dialogo e alla comprensione, all’empatia, ascoltare la voce delle loro emozioni. Strada non semplice, certo, perché dipende anche dai contesti di crescita, ma in tal senso famiglie e istituzioni dovrebbero fare di più. Un racconto che apre davvero ad una riflessione complessa. Alla prossima!

    1. Kenji Albani Post author

      Ciao Antonino e grazie per avermi letto! Plaudo quel che dici. Il racconto in questione si basa su un evento di cronaca realmente successo. Settimane fa, in una scuola superiore di Varese, hanno sospeso settantasette studenti per alcuni disordini avvenuti durante l’orario delle lezioni.