Il racconto di Gwaldir e di come tornò a casa – I & II

Serie: Il racconto di Gwaldir e di come tornò a casa

I.

Aveva dimenticato le sue prime parole, e anche quando aveva imparato a leggere e scrivere. Si cercava nelle meraviglie dei boschi sul pendio orientale dell’isola, dove crescevano certe piante da pipa che fumava alla sera, discorrendo delle stelle. Se l’era cresciuto il rumore delle cascate, e la terra cruda gli aveva insegnato a costruire vasi di carbone, nei quali metteva fiori dai profumi e colori esotici. Certe mattine riusciva a sentire il gorgoglio distratto delle fiamme nel Sole, e la natura tutta gli raccontava filastrocche innocenti di vita primordiale.

Alla sera gli si apriva la mente, perché parlava tanto, e spiegava ai suoi cari le sentenze dei secoli che non era concesso sapere. Aveva studiato le radici delle piante, scavando con le mani, e aveva scoperto donde veniva la vita sulla terra. Il suo era un popolo di saggi, perché venivano dalle prime luci del Sole sul mondo, e la gente di fuori si riempiva la bocca di favole su di loro, gliele raccontava ai figli e tutti ne avevano paura e rispetto.

Avevano insegnato i numeri e le lettere all’uomo prima del cataclisma; avevano portato nei loro peregrinaggi l’industria dell’ingegno, dalla musica all’agricoltura, prima di scomparire dai ricordi del mondo e diventare i sogni degli uomini.

Nacquero racconti e canzoni, perché tutti ricordavano il loro nome e li chiamavano Duatha.

Fu all’alba incandescente di un giorno d’estate che Gwaldir pianse. Tutta la notte aveva ascoltato un canto lontano che parlava di malinconia, e dietro ogni nota si nascondeva il segreto dei pesi e delle misure. Venne trascinato lontano, là dove le vite s’aggrovigliano e si cercano, senza risposta, fino alla morte. Pianse perché, di ritorno, aveva avvertito la stessa malinconia; ripensò a tutti quei posti che non aveva mai vissuto e godette della cordialità di quella gente che forse non era mai esistita. Certe maree si agitarono dentro i suoi pensieri e, sorpreso di sentirsi annoiato e solo, tanto lontano da quel silenzio caro alla vita dei boschi e della sua razza, pianse insieme alle nebbie tutt’attorno, e si scoprì umano e fragile.

Fu quando sorse il sole dal biancore degli oceani all’orizzonte che decise di partire per sempre.

II.

Qualcuno aveva preso a raccontare di un Duatha scappato dall’isola delle nebbie: l’avevano scorto tra la folla nella città grigia di Iruband, dove la gente ne aveva riconosciuto l’aspetto insolito. Leggende si mischiarono a verità, e in breve i sovrani di quelle terre desiderarono di rubargli i segreti. Bande di gente armata fino ai denti cominciò a braccarlo, e Gwaldir cercò rifugio in quelle foreste che non conoscevano il suo nome. Imparò a diffidare degli uomini, perché le bestie gli avevano spiegato che erano malvagi ed avidi; cercò risposte fra gli acquazzoni dei tropici e sulle cime innevate dei monti, ma perse la pace e la speranza. Un serpente gli aveva raccontato del suo dolore, che era grande e senza nome, che veniva da lontano e toccava solo quei poeti che s’erano consumati le nocche a furia di bussare alla porta della memoria. Gli narrò che erano impazziti e s’erano tolti la vita, perché non riuscivano a sopportare quel supplizio, e lo ammonì che la risposta si trovava negli abissi della parola amore.

Gwaldir si scoprì confuso, perché la conosceva a malapena; decise quindi di scoprirlo, e scese lungo le braccia dei monti, dove il fumo si levava fitto dai villaggi.

Fu mentre passeggiava lungo i bordi dei fiumi di cristallo che incontrò gli uomini armati. Erano dieci, e pieni di acciaio. Lo minacciarono, gli puntarono addosso le scimitarre ed ebbe paura. Invocò la protezione di quegli antichi Venti scolpiti nelle rocce e sulle sabbie, quegli dèi che avevano abbandonato il mondo tanto tempo fa e le cui forme erano impresse nelle fiamme.

Gli legarono le mani, perché avevano paura dei gesti e della voce, quindi lo scortarono lungo le scale in pietra alla reggia del loro sovrano.

Tornò spesso alla memoria della sua dolce isola, pieno di dolore, e pensò ai suoi cari disperati. Gli aveva scritto lettere nere su pergamena, prima di sparire: diceva di non cercarlo, che le melodie maledette dell’altrove gli avevano rubato l’anima, e l’avevano costretto a cercarsi nei tormenti degli uomini.

Serie: Il racconto di Gwaldir e di come tornò a casa
  • Episodio 1: Il racconto di Gwaldir e di come tornò a casa – I & II
  • Episodio 2: Il racconto di Gwaldir e di come tornò a casa – III & IV
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    Responses

    1. Molto interessante, un viaggio sia fisico che introspettivo, dove già si nota l’evoluzione del personaggio. La sua isola mi fa venir voglia di vederla, meno male che ci sono le parole a mostrarci mondi lontani, ameni o temibili.
      Alla prossima lettura

      1. Peso la scrittura in base alle turbolenze umane che l’hanno generata. Ogni scrittore è figlio di un’arte tirannica e intuitiva.
        Grazie per essere passata.