IL RAGAZZO SVIZZERO

Serie: LA DIVA


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Hanno parlato i ragazzi, ora parla la diva.

“I giovani cuori falliscono”

(Afterhours)

«Ceni fuori anche stasera?»

Verso l’ora dell’aperitivo, mi raggiungeva sul balcone. Sbarbato, i capelli ancora umidi, fresco di doccia ma già in tutta.

«Sono le sei di venerdì sera, caro, com’è che sei già pronto a dormire?»

Senza degnarmi di uno sguardo poggiava le bottiglie sopra il tavolino e dal muro prendeva la sdraio piccola – l’aria sfatta di un amante stanco, un vecchio marito navigato. Sotto di noi, la vasca di piranha che è il centro di Milano nelle ore di punta ribolliva senza sfiorarlo nemmeno. Guardava più in là, verso la piazzetta e il teatro, come un cucciolo col padrone aspettava di vederla riemergere dal buco grigio della metropolitana. 

«Arriva, arriva la tua Giulietta, Romeo.»

Sorrideva appena.

«E quando arriva» lo punzecchiavo «che te ne fai?»

Mi tirava una nocciolina che mancavo, fingendo di prenderla al volo.

«Ragazzo, ragazzo mio…» sospiravo «che te ne fai di avere vent’anni, se non te li puoi rovinare?»

E mi sarei aspettata, che so, uno scoppio di risa, l’ennesima manciata contro di salatini. Si faceva serio invece, non ribatteva, l’aria arresa e tragicomica di chi è costretto a partire per il fronte con una pistola ad acqua. «Non lo so.»

Posavo il bicchiere, frugavo dentro le tasche della vestaglia.

«Cosa credi ti terrà compagnia alla mia» e mi scappava da dirlo, mi bloccavo per tempo – non si mai! – morivano in gola quelle male parole.

«Alla tua che?» ora era lui a punzecchiarmi, degno allievo di una sciagurata maestra, e quando dal pacchetto sfilavo una sigaretta si alzava pronto. Non beveva ancora il liquore, ma aveva imparato a versarmelo. Insisteva con i suoi no grazie, no, non fumo, ma sapeva finalmente porgere l’accendino al momento giusto.

«Oh, grazie caro. Dicevo… Cosa credi ti terrà compagnia tra trenta quaranta cinquant’anni?»

«Non so…cosa mi terrà compagnia? Il tuo fantasma che torna a dispensare saggezza, forse?»

Si stiracchiava sornione, allungava i piedi nudi verso la ringhiera. A ben cercare, in quel mucchietto di ossa acerbe e nervi tesi si poteva scorgere, come dal blocco di marmo la scultura finita, il capolavoro d’uomo che un giorno sarebbe stato. E me lo lasciavo scappare. 

«Benedetto ragazzo, il tempo…Il tempo non sempre è uno scalpello spietato e con te, Dio mi fulmini, con te farà un bel lavoro!»

Chinava appena il capo, arrossiva.

«Sei già ubriaca.»

A labbra schiuse fingeva di mandarmi un bacio.

«Oh, non mi adulare! Non ci provare! Cosa credi che… ma cosa stavo dicendo, prima?»

«Cosa mi terrà compagnia.»

«Oh, ma certo…Cosa credi ti terrà compagnia alla mia età?» ecco, maledetta te, pensavo, lo hai detto, «come intendi passarlo il tuo tempo, a ricordare le tue occasioni perse? Le serate a pollici rigirati, le mani e le maglie che non ti sei sporcato mai?» alzavo il bicchiere, teatrale, «sono i disastri, figlio mio, i naufragi scampati che ti tengono in vita!»

Accennavo all’uscita grigia della metro, dove la ragazza sarebbe spuntata da un momento all’altro.

«Che c’entra, adesso.»

S’imbronciava.

«C’entra. La tua Giulietta!»

«Non sono Romeo.»

«E creperai a bocca asciutta, se continui così.»

Sbuffava.

«Cosa dovrei fare?»

«Oh, santo cielo! Cosa cosa cosa…Ti devo fare un disegnino?» mi alzavo di scatto, guadagnando la ringhiera «Osa, ragazzo mio, osa! Nella vita si osa! Come pensi che» mi sporgevo un po’ troppo, forse, perdevo l’equilibrio – era ancora per caso, o già per davvero? Era quello il vero spettacolo, o una prova generale?

«Uh! La testa, come gira!»

Si alzava di scatto, mi riacciuffava al volo stringendomi a sé. Saliva intenso il profumo del bagnoschiuma e per un attimo ad arrossire ero io, che i suoi vent’anni in fondo avevano la stessa età del mio cuore. Non mi lasciava finché non era sicuro che non sarei ruzzolata di nuovo. Improvvisando un tango impacciato mi rimetteva a sedere.

«Lo vedi?»

Mi lasciavo trasportare, adagiare nella sdraio come dentro la culla una bambina.

«Cosa?»

«Con me ti riesce…com’è che con lei?»

«Eh, ma è diverso. Te sei…»

«Per carità! Non lo dire!» gli occhi mi si facevano lucidi «non lo dire! O avrò bisogno di altro liquore!»

«Ah, no!» mi sfilava il bicchiere dalle mani «per stasera basta così.» Si divertiva, a fingere quei rimproveri, tanto che la ragazzina in quei momenti parevo io. Si alzava per riportare la bottiglia in cucina, tornando sbatteva contro lo spigolo della porta a vetri…

«Ahia» sbottava. «Ma ancora.»

«E’ sempre stato lì, sai?»

«Stupido coso.»

«Stupido chi, tu o lui?»

Si gettava sulla sdraio massaggiandosi il piede.

«Eh, brava» grugniva «infierisci. Infierisci pure. Tanto, non imparerò mai.»

«Parli dello spigolo, o delle ragazze?»

Storceva le labbra, indeciso se indignarsi o meno.

«Tutt’e due» si arrendeva.

«Beh… sai prenderti in giro. È già qualcosa.»

Guardava di sbieco la porta, con fare di sfida. «Sono senza speranza» decretava, con quel modo buffo e solenne che hanno i giovani d’incidere nero su bianco le proprie catastrofi.

«E mica ti serve, per certe cose, la speranza!» alzavo la mano, scordandomi che in mano non avevo più nessun bicchiere.

«Fai sempre tutto facile, tu. E finisci sempre lì»

E quel lì sapeva d’inganno, di punto dolente.

«E dove altro dovrei finire?»

E avremmo potuto continuare così per ore.

Quando la ragazza rincasava,  – sono a casa! e che musica dolce per il mio udito rotto, che diverso sentire –  ci trovava sul balcone nel pieno del nostro bisticciare. Pescava qualche salatino dalla ciotola, si chinava ad abbracciarmi – come va, stanca? – e nonostante lo smog, e l’aria infausta di questa metropoli sudata, i suoi capelli sapevano ancora di balsamo all’albicocca e la pelle candida ancora appariva fresca come una rosa. Soltanto gli occhi, un poco segnati, ma per quella bellezza acerba la stanchezza accennata sapeva di valore aggiunto.

«Che ha?»

Indicava il ragazzo svizzero, chino sopra l’alluce come un debitore sopra ai guai.

Indicavo la porta a vetri.

«Ha sbattuto ancora?»

«A quanto pare sì.»

Cercava di rimanere seria, ma scoppiava dal ridere.

«Sei proprio scemo!»

Gli si faceva addosso arruffandogli i capelli «non l’hai ancora imparato che sta sempre lì, quel coso?» poi, rivolta a me, «dici che ce la fa, prima di Natale?»

Lui si alzava, ancora dolorante, le dava per gioco una spinta, ahia, ben ti sta, lei con il pugno puntava dritta all’addome, ma sul serio no, dai, scema! Scemo tu! E gli storceva i polsi, lui afferrava una ciocca di capelli, così no, oh, mi fai male davvero! gli si appendeva al collo, simulavano graffi, e morsi, si azzuffavano come due gattini che imparano a fare la lotta, avvinghiati l’uno all’altra senza mai trovare la strada.

Scivolavo verso la mia serata e il mio trucco, lasciandoli soli. Dal bagno, ancora il tempo di qualche minuto li sentivo bisticciare, infine, calmarsi.

 

Prima di uscire Gianluca mi contava le sigarette, non fumarne troppe, eh, e fai la brava, Sara invece si preoccupava per i capelli, i tacchi, la giacca, «non sarà leggera, zia» ogni tanto lo faceva, mi chiamava zia, ed era bellissimo, un tuffo al cuore. «Non è che prendi freddo?»

«Ragazza cara, so badare a me! E non mi chiamare zia, che sa di muffa! Il mio nome lo sai!»

Strizzavo l’occhio, scomparivo per le scale lasciandoli alle loro serate fatte di chissà cosa e di niente e mi capitava, come non m’era capitato mai, persa tra balli bollicine e strass, di fronte all’ennesimo calice alzato, l’ennesima rosa – l’ennesimo amante consumato come un pasto – di lasciarmi scappare parole che uscivano sole di bocca, chissà i miei ragazzi, mi ritrovavo a dire, che combinano a casaMa durava un cammeo, giusto il tempo di un soffio – e subito mi voltavo colpevole ad assicurarmi che l’accompagnatore di turno fosse come lo volevo, distratto, la testa già in mezzo alla mia carne e lo sguardo dritto verso la strada.

«Quei ragazzi» ripetevo «che gatte da pelare.»

«Ci fermiamo qui?» ed erano sempre così abili i miei amanti a togliermi dal torbido impaccio di certi malandati sentimentalismi, farmi levare i vestiti, riempirmi il bicchiere senza capirci un accidente di niente delle parole che strozzate in gola non mi azzardavo neppure a pensare – abili come maghi alle ultime armi erano i miei amanti, a farmi volteggiare dentro le piste e poi ancora, e ancora, ignorando i giramenti di testa, le pause al bagno, tutto quel trucco. Le mie benedette ossa stanche.

*

«Com’è andata?»

Al mio ritorno trovavo Sara ancora sveglia, in cucina. Si passava sopra le unghie uno smalto pallido come le sue guance. Alzava appena il viso e i capelli le ricadevano sulla fronte. «Divertita?»

«Mah! Solita tragedia, cara! Dorme?»

Guardavamo Gianluca ad occhi chiusi sul divano.

«Mh.» Sbuffava. «Secondo me fa finta.»

«E tu, cara?»

«M’è passato il sonno.»

Dalla tasca sfilavo l’ultima sigaretta, le sedevo accanto. Ogni cosa intorno, perfino la strada, là sotto, pareva immobile, congelata e senza tempo. Soltanto il ronzare del frigorifero e lo sbuffare di nuvolette sparse e fumo grigio.

«Che dici, la mettiamo un poco di gommapiuma su quello spigolo?»

«Nooo!» rideva. «Facciamolo soffrire!»

Restavamo in silenzio e quasi non ci si udiva neppure respirare.

 

E ognuno a modo suo ad un certo punto, che fossero incubi oppure sogni, ce ne andavamo a dormire e i loro vent’anni, ma questo forse l’ho già detto, portavano la stessa età del mio cuore. 

 

Fu in quelle notti, credo. Giusta o sbagliata che fosse presi la carta, la penna, e la mia decisione. 

Serie: LA DIVA


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Discussioni

  1. Ancora una volta mi accorgo dei fulmini delle tue immagini, della loro propulsione ed espansione all’interno della struttura, sia nel discorso diretto, che nell’indiretto. Il loro puntare dritti sempre a un singolare vertice espressivo, in un costante abbrivo con il loro centro tonale, in una loro fugace istantanea, ma nello stesso tempo indelebile, me li fa vivere come precedenti o estranei al pensiero, come fulmini non relegati all’effetto di un tuono ma fonti primordiali di luce, che pur se frammentaria squarcia la patina di oscurità che raggela un mondo senza suoni o parole, precedente ai personaggi ma pendente sulle loro vite, e immagino sulla tua scrittura, come l’ombra vacillante di una scure. In fondo la tua voce è questo strappo continuo, quindi fulmineo, dal tessuto morbido al crespo, dalla stasi, dall’orrore di qualcosa che non accade e che cede a una sua resa incondizionata verso un dinamismo perpetuo, tipico del be-bop. Nella tua accelerazione cromatica, dialettica, la stessa con cui spruzzi di vita e di tensioni il corredo delle tue ambientazioni, pulsa il tuo desiderio di scrivere senza tregua, quindi la tua perifrasi di divino e di purpureo che si infrange e si intinge su ogni parte del tuo apparato, come una tisana variopinta che inonda, per una distrazione, o per il passaggio maldestro di un gatto, il tuo manoscritto.

    1. Temo di non saper trovare le parole esatte per esprimerti il mio infinito grazie, Luigi. Quello che mi colpisce è come tu colga la mia essenza, la natura esatta dell’istinto che mi spinge a scrivere, e che credevo di nascondere bene, tra le righe di ogni mio scritto, e invece la tua sensibilità è altrettanto abile a scovarla. Grazie di cuore, davvero.

  2. Adoro il modo in cui prendi i concetti (ad esempio i discorsi sull’età) e riesci a creare delle frasi profonde e d’impatto con poche parole.
    La Diva è ufficialmente il mio personaggio preferito: con tutte le sue stramberie è una donna vissuta, senza peccare di superbia, che non ha perso la sua umanità e dolcezza.
    Bellissimo capitolo! 😻

  3. «…che te ne fai di avere vent’anni, se non te li puoi rovinare?» Ti meriti un bacio (sulla fronte) solo per questo. Che dolce che sei con le tue creature, mi apri il cuore. Brava Dea!!!

  4. “Quant’é bella giovinezza, che si fugge tuttavia…” questo tuo racconto mi ha fatto pensare alle parole di Lorenzo de’ Medici. E c’e` ancora tanta giovinezza nel cuore della donna che convive con quella dei ragazzi, li osserva, consiglia e talvolta sembra persino superarli nello spirito giovanile, soprattutto rispetto a chi sembra un amante stanco o un vecchio marito e ha paura di osare; mentre lei continua a giocare, spinta dal suo cuore ventenne. C’e` sempre il rovescio della medaglia in ogni cosa e ad ogni etá; meglio guardare il bicchiere mezzo pieno di un buon aperitivo ancora da gustare.

  5. Qui c’è la parte più umana della Diva. Le frasi ad effetto ti sono venute molto bene, ma è il rapporto tra la sua maturità e i vent’anni dei ragazzi che mi ha trasmesso qualcosa. Mi hai fatto fare lo sforzo di ricordare com’ero io a quell’età. Ho osato abbastanza, li ho sprecati come avrei dovuto? E poi c’è il contrasto, bellissimo, tra la situazione con l’amante e “chissà che combinano i miei ragazzi”, tra l’atteggiamento della Diva e “era bellissimo quando mi chiamava zia”.
    Insomma in qualche modo ci si specchia in entrambi, la Diva e il ragazzo.

    1. Grazie Francesco, era esattamente il mio intento. Mostrare ogni personaggio nella sua totalità, anche nei punti di apparente contraddizione, perché alla fine tutti racchiudiamo diversi modi di essere, e non soltanto quello che maggiormente mostriamo.

  6. ‘che i suoi vent’anni in fondo avevano la stessa età del mio cuore’
    ‘ad assicurarmi che l’accompagnatore di turno fosse come lo volevo, distratto, la testa già in mezzo alla mia carne e lo sguardo dritto verso la strada’
    In due frasi stupende sei riuscita a caratterizzare un personaggio, a renderlo carne e anima, sofferenza e nostalgia… Brava Brava Brava!!!! Riprendo quanto detto da Cristiana Pezzotti, perchè anche a me nella lettura hai generato fin da subito una sensazione di nostalgia, con la differenza che io so di chi e di che cosa!

    1. Grazie mille Piergiorgio. Questo era un passaggio che mi stava a cuore e non ero sicura mi fosse venuto proprio bene. Son contenta invece abbia fatto il suo dovere!

  7. Molto bello Dea, davvero. In così poche parole sei riuscita a descrivere uno spaccato di tre vite incrociate. Bellissimo il pezzo “i loro vent’anni portavano la stessa età del mio cuore”. Ottimo il ritmo, i risvolti sensoriali che catturano il lettore e soprattutto le incursioni intimistiche della Diva. Brava

  8. notevole, questa Diva non solo è vera ma se non ci fosse se ne sentirebbe la mancanza. È il motore della storia e delle vite, il loro commento e sicuramente la loro memoria. La scrittura è ammirevole.

  9. In quest’epoca di oblio facile, di usa e getta di ricordi nell’indifferenziata la nostalgia è il miglio antidoto alla tabula rasa ed il tuo racconto va in questa direzione. Notevole anche il disegno a la Schiele

  10. “si azzuffavano come due gattini che imparano a fare la lotta, avvinghiati l’uno all’altra senza mai trovare la strada.”
    Quanta realtà e quanta freschezza. Mi sembra di averla davanti, la scena.
    Opache ci penso… io l’ho avuta davanti tante volte con mio figlio adolescente! Perfettamente descritta, non lo avrei saputo raccontare così bene.

    1. Grazie Giancarlo, hai colto due passaggi su cui sono stata parecchio tempo, proprio per assicurarmi che arrivassero tali e quali a come li hai colti tu!

  11. “subito mi voltavo colpevole ad assicurarmi che l’accompagnatore di turno fosse come lo volevo, distratto, la testa già in mezzo alla mia carne e lo sguardo dritto verso la strada.”
    Che perfetta descrizione. Telegrafica e dice tutto. 👏

  12. Cavolo, è dannatamente bello questo racconto, come, tra l’altro, tutta la serie finora.
    Questo testo non lo si legge, ma lo si guarda. Perché è solo guardandolo e assaporandone ogni scena che lo si può apprezzare come merita.
    Andrebbe sceneggiato per davvero!

    1. Grazie infinite Giuseppe ❤️
      Hai colto in pieno, come sai fare sempre. Come già detto a Cristiana, avevo davanti a me immagini ben precise e le scene venivano come davanti allo schermo. Bellissimo che ti sia arrivato.

  13. Mi metti una tale nostalgia che nemmeno te lo immagini. Non so nostalgia di cosa o di chi, ma me la sento dentro. Mi pare quasi che sia un mio ricordo. Mi spiego, è così vivo quello di cui parli e così vivace la narrazione, che ti entra dentro e ti fa dire ‘che bei ricordi…’ Non so come spiegarlo, come ti dicevo, è una cosa che sento. Hai creato un personaggio magico e lo stai voltando e risvoltando come fosse la federa di un cuscino. Ce lo mostri da fuori e da dentro. Lei sa di antico, sa di polvere e di brillantini. Sa di profumo troppo forte. C’era una signora, dirimpettaia in un appartamentino di Nizza, di origini indiane, pachidermica e con un viso bellissimo. Lei era molto sola, al termine della sua vita, e quando passavi in punta di piedi per non farti sentire, ti aspettava dall’interno e ti acchiappava e ti risucchiava nel suo appartamento che era un mondo appartenuto ad altri mondi. Io fuggivo per non farmi acchiappare e non hai idea di quanto adesso questo mi spiaccia. Lei assomiglia tanto alla tua Dea. Magari proverò a raccontarne la storia. Tu sei veramente bravissima e hai uno stile linguistico molto originale, tutto tuo, come una firma. Complimenti.

    1. Cara Cristiana, inizio a pensare che tu sia magica, davvero. Conosco bene la sensibilità, l’intuizione, e il saper leggere tra le righe che ti contraddistinguono, ma qui siamo nel sesto senso puro! Mi spiego: non è un racconto scritto per evocare ricordi, il fine non era la nostalgia, ma, mentre scrivevo, le sensazioni che dici di aver sentito erano esattamente quelle che provavo. Avevo in mente un’immagine ben precisa – una casa, un luogo, quel balcone e quella piazza – dove ho vissuto anni fa e ai quali sono particolarmente legata. Come tu sia riuscita a cogliere tutto questo è pura magia. Ti ringrazio davvero. Di cuore. ❤️

  14. Ho letto questo episodio nell’unico modo che a mio avviso merita davvero. In modo lento, dominando la mia impazienza di proseguire, dimentico di ogni cosa e ignorando il mondo che mi stava intorno.
    Mi ha fatto provare, di quando in quando, il brivido della conoscenza, quella scintilla che per un attimo illumina tutto quanto e te lo rende così comprensibile, così ovvio, così logico che ti fa dire “ma come ho fatto non pensarci prima”, fino a quando la scintilla si spegne e ti rimane impressa negli occhi la forma di un disegno che sbiadisce e non sai più interpretare, ma anche la certezza di esserci andato a tanto così; e permane il coraggio di volerci provare di nuovo, che c’è ancora tempo e un casino di roba da fare.
    Bisogna possedere un dono speciale per saper dare vita a quella scintilla Dea, ed uno altrettanto speciale per saperne fare buon uso; immagino quanto possa essere appagante sapere di averli entrambi.

    1. Io che di solito odio i lunedì, oggi mi devo ricredere, che grazie alle tue bellissime parole mi diventa il giorno migliore della settimana. Sono davvero preziosi i doni di cui parli, e chissà se davvero ne sono all’altezza, ma con immenso piacere ti ringrazio per averli saputi vedere . Grazie davvero.

      1. Si era rotta la tastiera, Dea, dovevo limitarmi a sottolineare. E invece ci sono tanti momenti importanti in questo racconto, a partire dall’enjambement della fine, che mi piace proprio, sembra una piroetta e si accorda bene al carattere della tua diva. Risalendo, lo spazio dedicato agli amanti non si sa quanto amati, i giochi da gattini dei due nipotini. A me piace molto essere chiamata e considerata zia: prova a suggerire alla tua Diva che ci sono tante piacevolezze, in questo nome, e quasi nessun dovere. ” Quando la ragazza rincasava”: per un attimo ho sentito la voce di Hemingway che si rivolge alla sua veneziana di là dal fiume. E potrei proseguire, ci dai veramente tanto di cui godere.

        1. Cara Francesca, grazie mille per la tua attenta lettura e le bellissime parole. Confesso che ad Hemingway non avevo pensato, e ti ringrazio di averlo fatto tu, mi onori.