Il Re della Carta Igienica

«Mr. Rigo?»

Antonello sollevò lo sguardo dalla rivista posata sulle ginocchia. Sedeva nell’anticamera dell’ufficio di Mr. Stuard da mezz’ora ed era talmente nervoso da non riuscire a tenere ferme le mani. Gli era sembrato scortese mettere mano al cellulare, così aveva afferrato uno dei cataloghi messi a disposizione degli ospiti, fingendo interesse per i prodotti descritti. In realtà non riusciva nemmeno a leggere, tanto gli si era appannato lo sguardo: aveva pulito più volte gli occhiali senza successo. Avesse avuto a disposizione un sacchetto di carta avrebbe iniziato a respirarci dentro, convinto di essere sull’orlo di un attacco di panico.

Nascosto dall’altra parte dell’Oceano si era sentito un leone; fino ad allora aveva condotto le trattative via mail o chat vocale. Quando uno dei dirigenti della General Hadmon, società che si era detta interessata a finanziare il suo progetto, aveva proposto un incontro faccia a faccia era crollato. Prima di partire per gli Stati Uniti aveva combattuto a lungo contro i colleghi, facendo i salti mortali per convincere uno di loro a recarsi all’appuntamento. Aveva pregato, supplicato, finto di essere malato: il team si era dimostrato irremovibile e incorruttibile. La ricerca era nata da una sua idea e il progetto era principalmente figlio suo.

Più di ogni altro era valso l’intervento di Maretta, la fidanzata/collega, stanca del suo sproloquiare. Dopo aver posato le mani sulle sue spalle, lo aveva approcciato con piglio autoritario: “Nello, sei tutti noi! Vai e firma quel contratto.” Così era partito, cercando di vincere i suoi timori.

La segretaria che lo stava fissando aveva un volto gentile, un sorriso genuino per nulla canzonatorio. Bastò a rasserenarlo e a farlo sorridere a sua volta.

«Prego, Mr. Stuard la sta aspettando.»

Antonello si alzò e dopo aver afferrato la ventiquattrore seguì la ragazza cercando di mantenere la calma. Sapeva che i suoi erano timori ingiustificati, ma non riusciva a togliersi di dosso l’ossessione di aver stampata in faccia una condanna: il suo viso gioviale, rubicondo, era una stimmate che lo avrebbe marchiato a vita. Questo, almeno, era ciò che pensava.

Razionalmente sapeva di dover dare ragione a Maretta, mica aveva ammazzato qualcuno, ma la vergogna lo accompagnava da quando i concittadini avevano iniziato a riconoscerlo e additarlo al supermercato. Gli era accaduto anche di recente, sebbene avesse cancellato tutti i filmati postati su TikTok.

Il “Re della Carta Igienica”, maiuscole comprese, era nato per gioco. Anni prima, in un momento di cazzeggio, lui e gli amici avevano postato dei video scommettendo su chi avrebbe ricevuto più like: avevano messo in palio uno degli abbonamenti mensili caffè/cappuccino offerti dal bar che frequentavano.

Era stata Maretta a riprendere con il cellulare la scenetta che Antonello aveva ideato. Per allestire la scenografia erano bastati il tavolo della cucina, una confezione di rotoli di carta igienica, il berrettino a maglia che gli aveva regalato zia Luisa e giubbino autunnale. Grazie alla mimica facciale, e al luccichio di divertimento nei suoi occhi, il ladro interpretato da Antonello era risultato particolarmente simpatico. Il video aveva ottenuto un numero di visualizzazioni impressionante. Centomila like in poche ore.

Un paio di giorni dopo era stato contattato da un’azienda di carta igienica con l’offerta di una sponsorizzazione. Dopo essersi consultato con fidanzata e amici, aveva accettato: erano sei nerd senza un soldo in tasca, ogni centesimo era bene accetto se poteva aiutarli nel loro progetto. Così, i video si erano moltiplicati. Antonello si era trasformato in un paffuto Cesare, un ammiccante James Bond, la Statua della Libertà, Guglielmo Tell: naturalmente il suo coprotagonista, un rotolone dall’aspetto soffice e invitante, era sempre in primo piano.

Dopo i primi momenti di divertimento, Antonello aveva assaggiato il rovescio della medaglia. Nonostante i risultati ottenuti nell’ambiente accademico, era sempre più spesso sbeffeggiato, quasi che la sua attività di “comico”, così l’avevano definita i docenti, inficiasse la sua credibilità di ricercatore. Si era visto preferire studenti ben al di sotto delle sue capacità, solo per amor della rispettabilità.

Ne era venuto fuori ammaccato, tanto da allontanarsi per seguire i suoi studi al di fuori dell’ambiente universitario: per sua fortuna, nessuno del team lo aveva tradito. Così, dopo un periodo di depressione, ne era venuto fuori. Sebbene il Re della Carta Igienica fosse andato in pensione da due anni ancora viveva nel suo spettro.

La segretaria aprì la porta dello studiolo, lasciandolo entrare per primo. Quando lo fece trovò William Stuard già in piedi, pronto ad accoglierlo. Era come lo aveva immaginato. Un giovane afroamericano dal sorriso schietto che lasciava scoperti i denti bianchissimi. Mentre gli si avvicinava a mano tesa, ad Antonello parve di scorgere una scintilla di sorpresa nei suoi occhi: pochi secondi, poi scomparve. Si ritrovò a stringere calorosamente la mano dell’altro.

«Perdonami se ti ho fatto attendere, dovevo sistemare una questione urgente.»

Erano entrati in confidenza già dalle prime mail che si erano scambiati, tanto da esulare spesso dal contesto lavorativo per scambiare qualche chiacchiera.

«Non ti preoccupare.» Finalmente, Antonello riuscì a tranquillizzarsi. Aveva temuto che William, in qualche assurdo modo, lo avrebbe riconosciuto scoppiando a ridere: un incubo che lo aveva fatto inzuppare da capo a piedi fin da quando era arrivato a San Diego. Quella singola scintilla che aveva scorto nel suo sguardo al momento di accoglierlo, quasi lo aveva fatto svenire. Deglutì rumorosamente, estraendo dalla tasca un fazzolettino di carta per asciugarsi la fronte madida di sudore.

«Va tutto bene?»

Antonello rispose all’occhiata preoccupata di William con un sorriso. «Non sono abituato a questo caldo, ti chiedo scusa.»

La fronte dell’americano si distese. Si rivolse alla segretaria, ancora ferma alla porta. «July, per cortesia potresti portare una bottiglietta d’acqua ad entrambi? Ho finito anche la mia.»

«Torno subito.»

Dopo che July ebbe chiuso l’uscio, William invitò Antonello a sedere. L’accordo era già stato stretto, quell’incontro in fondo era una formalità: la firma del contratto di collaborazione con la General Hadmon era stato esaminato da entrambi.

«Allora, mi fai vedere questa meraviglia?»

Antonello annuì, prendendo dalla ventiquattrore una scatola nera delle dimensioni di un pacchetto di sigaretta. «È scarica, controlla pure.»

William verificò tramite un tester, ripassandola subito ad Antonello. Quest’ultimo la posò sulla superficie della scrivania, attento che fosse illuminata dalla luce solare.

«Diversamente dagli altri generatori ad energia solare non ha bisogno di essere collegato a dei pannelli per essere ricaricato. La superficie esterna lo è di per sé: fra un’ora avrà accumulato energia sufficiente a far funzionare un pc per 24h.»

L’attenzione di William era stata calamitata dalla scatolina; aveva appoggiato i gomiti sulla scrivania e le mani unite sostenevano il mento. La sua posa lo faceva somigliare a un bambino.

«Ancora non capisco perché tu non ti sia rivolto a qualche major. Siamo una piccola società, non possiamo offrirti milioni di dollari.»

Antonello scosse il capo, convinto della bontà della sua decisione. «Una major estrometterebbe me, e il mio team, non appena messo mano sul brevetto. So che le potenzialità da esplorare sono molte, voglio migliorare le sue prestazioni. Il nostro sarà uno scambio equo, a voi i diritti esclusivi a noi i fondi necessari per continuare gli studi. Quanto al perché… ricordo che una volta, quando ti ho chiesto il motivo per cui la società della tua famiglia vuole riconvertire i generatori di vostra produzione, mi hai detto che desideri un mondo migliore per tuo figlio. Ecco… mi è parso bello.»

William sollevò lo sguardo dal generatore. Antonello lo vide schiudere le labbra per serrarle in fretta, non appena July comparve con le due bottigliette d’acqua. Una volta uscita la segretaria, gli fu chiaro che l’americano desiderava chiedergli qualcosa.

«Senti, Antonello… Per caso, sei il Re della Carta Igienica?»

Ecco lo aveva detto. Antonello si sentì morire: avvampò per poi impallidire, preoccupando l’americano. William si affrettò a porgergli una delle bottiglie.

«Va tutto bene?»

«Sì…» Dopo aver ingollato un terzo del contenuto, Antonello decise di issare bandiera bianca. Aprì la bocca nel desiderio di giustificarsi, non sapendo esattamente cosa avrebbe detto.

William lo precedette.

«Tre anni fa mio figlio Tim si è sottoposto ad un trapianto di midollo. È un piccolo guerriero, ma ci sono stati giorni e notti tremende in cui l’attesa è stato la nostra peggior nemica. Non so come ha fatto a scovare i tuoi video fra i milioni caricati in TikTok. Quello che so è che lo facevano ridere a crepapelle. E noi abbiamo riso con lui.»

Dopo aver scorto l’ombra di una lacrima negli occhi di William, le parole che Antonello aveva accumulato in bocca scomparvero d’improvviso. La potenza di quella confidenza lo scosse nel profondo e si sentì fiero di aver regalato a Tim una risata.

«Ora… come sta?»

«Meglio. Ti va di venire a cena da me? Tim sarebbe felice di conoscerti; ti avverto, sono sicuro che insisterà per fare un selfie: sei il suo eroe.»

Antonello sentì nascere un sorriso direttamente dal cuore. «Ne sarei lieto.» Liberato di un peso che lo gravava da troppi anni, ammiccò. «Sono sicuro che nello scatto ci sarà posto anche per un bel rotolo di carta igienica.»

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Discussioni

  1. Questo testo mi ha fatto riflettere molto.
    Quando ero più piccola volevo aprire un canale you tube e recensire film e libri (visto che sono una lettrice accanita e vedo tantissimi film) ma non l’ho mai fatto per paura di quello che mi avrebbero detto gli altri e per paura di mostrare la mia faccia.
    In questo testo il protagonista diventa famoso grazie a un video con la carta igenica e per questo lo prendono in giro… il mio peggior incubo. Forse a volta dobbiamo davvero non guardare agli altri, ma solo a noi stessi e metterci la faccia nelle cose senza pensare agli altri.

    1. Per anni il protagonista è perseguitato dal video della carta igienica, ma alla fine scopre che quel video che l’aveva tormento per anni aveva fatto anche del bene e aiuterà anche lui stesso.
      Ciò che siamo è il frutto del nostro passato ed va accettato nella sua totalità.

    2. Penso che sia così, Lola. Tu sei giovanissima, si “respira” da come scrivi, lasciatelo dire da una 54enne che è tutt’ora una persona introversa e che sente di aver perso tantissimo in gioventù, per paura di sembrare “ridicola”. Una cosa soltanto: non bisogna forzare se stessi, non è necessario diventare diversi da come si è ma bisogna trovare il proprio modo. CI saranno sempre idioti che nella vita hanno la sola soddisfazione di misurare chi ce l’ha più lungo, o chi ha la borsetta più cool, ma ci sono altrettante persone come te e come me. É difficile trovarle, a volte, ma già il fatto che esistiamo noi significa che deve pur esserci qualcun altro ;D

  2. Un racconto leggero e delicato, come la carezza di una persona cara sul proprio viso.
    Finito di leggere ti vien voglia di urlare a squarciagola tutte le tue insicurezze al mondo intero, perché in fondo, non c’é nulla di male nelle nostre imperfezioni.

    1. Siamo il frutto delle nostre esperienze e anche quelle meno edificanti hanno il potere di insegnarci qualcosa. Alcune possono sembrare imbarazzanti, ma la verità è che ci rendono umani e perfetti

  3. Difficile definirlo. Intendo il mio giudizio. Il lettore che c’è in me riconosce un racconto scorrevole e ben scritto. Il lettore che vorrei essere invece vorrebbe che il delta della tua fantasia diventasse un unico fiume potente, in grado di non farmi disperdere. Chuck Pahalniuk ha scritto i primi romanzi togliendo tutti gli avverbi.

    1. Ciao David, in questo lab non ho pensato molto mi sono divertita a scrivere sull’onda dei pensieri. Probabilmente la forma ne ha risentito un po’, ma all’onda non si comanda (e il tempo stringeva) ;D

  4. Spesso gli uomini d’affari hanno qualche scheletro nell’armadio. Questo però è uno scheletro romantico. E se è vero che bisogna stare attenti a cosa si posta in rete perché rimane per sempre nella memoria collettiva, a volte quelli che si considerano “errori” sono veicolo di buone intenzioni 🙂

    1. Hai colto il segno. A volte proviamo vergogna per qualcosa che con il senno di poi ci appare stupido, ma dovremmo accettarlo perchè fa parte di noi e del nostro passato

  5. Anche essere il Re della Carta Igienica non è così male, basta trovare chi apprezza! Bel racconto, ho percepito tutto il disagio del povero Antonello 😄