Il resto conta

Il resto conta 

A volte desidero interminabili file alle casse. Per non pensare.  Spesso sogno 2×3 che durano intere stagioni, prodotti scaduti ridati in pasto con etichette pirata, carrelli di merce avariata spediti a casa  di famiglie senzatempo. Famiglie affamate di tutto.

Spesa, maledetta spesa. Ogni giorno a farne i conti, scontrini così pieni di roba e cifre da eccitare tutta la discarica dell’estremo occidente. Comprare e riempirsi di ogni maledetta necessità. Indotta, marcia, inutile.

Me ne sto qui seduta davanti ai numeri, lo smalto fucsia già spento dallo Svelto, i codici a barre come eserciti sfilano ordinati, la colonna sonora di quel rumore ormai ancestrale del prezzo catturato dagli infrarossi. Faccio conti che non sono miei.  Prendo soldi , sporchi e felici, neanche questi miei. Conto tutto, tutto conta. I carrelli sono sempre più grandi, sempre più pieni. Il sabato alle 19 la mia nausea raggiunge livelli da BHCG esponenziale. Dentro c’è  tutto. Le mie dita frenetiche –e lo smalto lo perdo a schegge come le sinapsi- sommano. I bancomat rallentano, l’ultimo in fila si lamenta, i bambini piangono, il borseggiatore se la ride. Faccio finta di non vedere. Sommo, sommo, sommo. Sommo miserie, sommo indifferenza, sommo quegli sguardi ”che razza di mestiere fai”, sommo ”è l’ultima volta che facciamo la spesa assieme”.  Il totale non varia quasi mai. Sul nastro passano merce e vite. Vite e merce. La stessa cosa, mi sembra. Potrei indovinare su ogni viso storie, illusioni, sconfitte, gioie. Capisco dal cibo divorzi, matrimoni, amori a perdere, attese, passioni. Capisco più di ogni Freud a 150 euro l’ora. Capisco dallo yogurt o dalla maionese, dal bio o dalle arance. Dalla carta di credito o dal contante consunto o da cassa continua. Prova a mentirmi su questo, non ce la fai. Il carrello è la tua anima comprata da tutte quelle stronzate che vedi in tv o che vedono i tuoi bimbi. Comprata a spot. 

Lì, nel super ti senti dio. Compulsivo e leggero. Prendi tutto, onnipotente e svuotato di te. Puoi pagare, puoi avere. Puoi prendere quello che loro ti danno. Ci piaci per quello che sei, piccolo cliente disfatto. Ci piaci se perfettamente individui il logo- il brand -la frase giusta. Ci piaci blisterato nel narco spot. Questo è lo showroom della tua anima: neon e plastica, come la tv del pomeriggio. E poi tutti in fila a guardarsi, nel carrello. Io invece vi guardo dentro, frugo negli scontrini. E sommo. E metto nelle buste. E vi do resti di rame, come i vostri giorni sottocosto. 

”No, la busta di plastica no”, uno mi suggerisce. Eco-cliente. Già. Con le Nike fatte dai bimbi indiani che a quattro anni sanno cucire nelle fogne di Calcutta. Eco-cliente. Mi mancava, lo aggiungo alla raccolta punti personale. Eco-cliente, una rarità: 10 bollini. Lo guardo fisso, riprendo a sommare. “Ci vorrebbe una  rivoluzione”, hai ragione te quindicenne che mi compri le birre il sabato (cliente saltuario ma comune, 4 bollini). Io neanche capisco cos’è la rivoluzione. Potrebbe essere anche un assalto agli scaffali in piena regola. Prendetevi la merce gratis e mi evito scontrini e scontrini. Un saccheggio, ecco cos’è la rivoluzione. Svuotare di tutto questi cinque piani di niente, costringervi a portare i ragazzini fuori nei parchi, anche d’inverno, anche se nevica.  Uno spacca-tutto-per-bene delle promozioni e delle famiglie in libera uscita.

Totale delle birre: 10 euro 50. Totale dei pensieri: stasera la cassiera punta all’attacco al cuore dell’economia domestica. Una bomba al centro commerciale. Quando chiude. Morissero le vetrine. Morissero gli scaffali. Morisse questo neon che mi trafigge il cervello e stinge il mio smalto fucsia. Morissero le patatine fritte, le merendine, il ketchup e i 2×3. Morisse tutta la roba infilata nei carrelli. Morissero le buste di plastica e le Nike.

Io stanotte  libero i bambini indiani, i sales manager, i ragazzi del magazzino. Io stanotte libero anche voi, clienti. Stanotte la rivoluzione passa dalla cassa.  

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