Il sarto e la donna senza ali 

– Preferisco rimanere qui. La gente mi fa paura. Il mio cervello mi fa paura. Talvolta diventa un labirinto e uscirne è quasi impossibile. Io credo tu sappia cosa si prova, ma non vuoi ammetterlo. Ti assale la disperazione e non puoi farne parola con nessuno; puoi solo stare ferma mentre tutto ti crolla addosso. Gli altri ti guardano e non vedono, non comprendono. Nessun sogno sembra più potersi avverare, nessun uomo pare in grado di poterti capire. L’idea della morte ha un sapore dolce, dolce e folle. Vi è una follia salvifica? ti chiedi mentre siedi al tramonto dinanzi a un vaso rotto che riesce a contenere un po’ di luce. La gente muore davvero? O c’è un altro posto più giusto nel quale si vive a pieno ogni istante e fiore sconosciuto? Cosa è davvero sbagliato? 

Scarta un Tavor come se fosse una caramella. Lo nasconde sotto la lingua.

Lui la guarda come si guarda la luna quando si è soli, poi sbotta.

– Abbiamo venticinque anni entrambi. No, in verità, tu hai paura di volare e di veder qualcuno felice.

– Ho perso le mie ali anni fa, non ricordi? Non capisci? Il resto sono chiacchiere.

– Sei tu che non comprendi. Te le hanno tagliate ma non le hai perse. Quel giorno, mentre piangevi, le ho raccolte da terra e portate nel mio giardino per amarle e curarle come rose. Sapevo che prima o poi questo momento sarebbe giunto.

– Che dici? Quale momento?

– Sono o non sono il sarto più bravo del paese? Ho portato ago e filo, guarda, sentirai un po’ di dolore ma ne sarà valsa la pena.

– E poi?

– E poi ti sentirai rinata e io andrò via, lontano dagli affanni, a cucirmi addosso un pezzo di cielo, così potrai volare in me tutte le volte che vorrai.

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