Il segnale

Serie: Alder Venn


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il segnale ad intermittenza. Alder resterà questa volta?

Alder c’è.

Poi non c’è.

Poi c’è di nuovo, per un istante, per il tempo di un respiro, per quella frazione di secondo in cui il segnale trova il canale giusto e trasmette nitido e reale. Poi sparisce. Poi torna. Poi sparisce ancora. Rumore bianco come polvere di cocaina o come un faro nella nebbia di notte. Come una stella che pulsa. Come qualcosa che esiste ma non riesce a restare. Come un buco nero massiccio.

Catherine lo vede dal bordo, lo vede apparire e svanire con quella regolarità irregolare che hanno le crisi, le scariche elettriche, i segnali che il cervello manda quando ha troppo da trasmettere e nessun canale abbastanza largo da contenerlo. Lo vede e tende la mano e lui è già altrove. Lo vede di nuovo e si avvicina e lui è ancora lì come un ologramma, un riflesso, la luce di qualcosa che forse è già spento. Crisi epilettiche. Scosse. Intermittenza. 

Carnival lo cerca negli archivi. Nelle notizie che continuano ad arrivare: coppie, mani intrecciate, orsacchiotti, porte senza maniglia. Cerca una traccia solida, qualcosa che abbia peso. Ma ogni volta che la traccia sembra stabilizzarsi, si dissolve. Come se Alder non lasciasse impronte. Come se il mondo reale non fosse il posto in cui lui è più reale.

Il dottor Claude, con Victor Mancini che dorme sotto farmaci, annota una domanda sul suo blocco: a quale frequenza vibra qualcuno che esiste tra i mondi?

Omen sa. Omen sa sempre. — E’ fatto di quello spazio di mezzo, è la parte di Alder che non appartiene completamente né al mondo reale né a quello oltre il velo. 

Ma Omen non può spiegarlo. Può solo esserci, con quel cenno della testa che dice il segnale c’è.

Alder nel frattempo è lo spazio tra due battiti di ali, o di un cuore. C’è differenza?

Sente il mondo reale come si sente qualcosa attraverso un vetro spesso — presente, raggiungibile in teoria ma separato da qualcosa che non ha nome eppure non cede. Il velo di oscurità che Catherine non riesce a vedere oltre. Quel confine sottile tra ciò che è immaginato e ciò che è, come se i due posti si toccassero lungo un bordo infinitamente sottile e lui fosse quel bordo, né dentro né fuori.

Le oscillazioni arrivano senza avvisare. Un’ondata di presenza.  Il corpo, il peso, il freddo del pavimento, la mano di Catherine sul viso. Poi una scarica, come quando le luci di una città si spengono tutte insieme per un istante durante un blackout. E poi di nuovo la presenza. E poi di nuovo la scarica.

Epilessia del sé.

Non è malattia ma elettricità. Un sistema che ha troppo da trasmettere e non riesce a trovare la forma giusta e il suo canale. Non è che il segnale sia debole. È che è troppo forte, troppo carico di frequenze sovrapposte che interferiscono invece di comporsi.

Natan vorrebbe trovare la formula. Ma le equazioni descrivono il fenomeno senza toccarlo. Andrew vorrebbe il corpo, la solidità della carne. Ma il corpo senza il resto è solo materia che non sa di essere viva. Caroline vorrebbe tenerlo — mettere le mani intorno alle oscillazioni come si fa con qualcosa di fragile. Ma non si può contenere qualcosa che non ha ancora una forma fissa.

Omen aspetta. 

Forse è questo il punto.

Non trovare chi ami Alder abbastanza. Non la donna giusta, la frequenza giusta, il momento in cui il segnale si stabilizza. Forse il problema non è fuori, è nell’intervallo stesso, nella crepa tra un’apparizione e l’altra, in quello spazio di mezzo in cui Alder sparisce ogni volta che qualcuno si avvicina abbastanza da poterlo tenere.

Come se la vicinanza stessa provocasse una crisi. Come se essere visto davvero, senza il velo, fosse la cosa più destabilizzante che esista per qualcuno che ha imparato a esistere nell’intermittenza.

L’amore di una donna può vederlo.

Catherine e Caroline lo hanno visto sui gradini della fontana spenta, senza cercare di tenerlo, senza cercare di capirlo. E per un momento le voci avevano taciuto tutte insieme e il segnale si era stabilizzato e Alder era stato interamente lì.

Catherine lo conosce dall’interno, conosce la sua frequenza come si conosce una lingua madre. Ma vederlo e liberarlo sono cose diverse. La liberazione non viene dall’esterno. Non può venire dall’esterno. Deve venire dal momento in cui Alder impara a restare. 

Non a combattere più le oscillazioni, non cercare a tutti i costi di trovare la frequenza giusta. Ma a restare nel mezzo della scarica di tensione— senza sparire nel varco proprio quando qualcuno gli tende la mano.

Restare. Anche mentre oscilla. Anche mentre il segnale va e viene. Anche mentre il velo è ancora lì.

Restare come resta il punto al centro del cerchio — immobile, mentre tutto gli gira intorno nell’eterno divenire, mentre la frequenza dell’universo pulsa a 160 GHz nell’eco più antico di tutto quello che è stato.

Il punto non oscilla. Il punto resta e poi diviene.

Catherine alza gli occhi verso il posto dove Alder era un momento fa.

Non c’è nessuno.

Poi c’è.

Poi non c’è.

Poi — per un istante che sembra più lungo di tutti gli altri, per una frazione di secondo in cui qualcosa si sincronizza senza che nessuno lo abbia deciso — c’è davvero.

Intero. Presente. Reale.

E poi il segnale trema di nuovo sull’orlo della frequenza, Catherine trattiene il respiro, e Omen nell’angolo buio non si muove, e le voci dentro di lui tacciono tutte insieme come tacciono le cose che sanno che questo è il momento — non il momento della risposta, non il momento della guarigione, non il momento in cui tutto si risolve.

Il momento in cui Alder sceglie di restare.

Anche un secondo di più.

Anche solo questo.

Continua...

Serie: Alder Venn


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Discussioni

  1. Questo capitolo, fatto di presenze instabili, di costante precarietà, di esserci e non esserci, di identità sfuggenti ancorate solo al nome e di flussi energetici che solo talvolta, e per poco, si coagulano in un “qualcuno”, ha il clima generale del tuo racconto che, nonostante mi sconcerti, anche mi attrae.