Il segreto di Zorak

Serie: L'imperatore dei Mari


Xaxe nuotava felice tra i fondali marini. Amava guardare quelle creature nuotare spensierate nell’immensità dei mari. Osservava i loro comportamenti e le loro abitudini. Accettava di malgrado la naturale selezione dove la legge del più forte ne faceva da padrona, questo la rattristiva ma allo stesso tempo era consapevole del fatto che fosse indispensabile per il naturale decorso della vita.

La sua preferenza era caduta sui delfini, li adorava letteralmente, aveva un atteggiamento riverenziale nei loro confronti. Apprezzava la loro natura a due facce: amabili giocherelloni e spietati predatori. Si divertiva a nuotare in loro compagnia, a balzare fuori dallo specchio d’acqua, esibirsi in piroette ed evoluzioni sotto il manto acquoso.

Durante una delle sue frequenti nuotate raggiunse un’isola, abitata da pochi uomini. Trovava pace e riposo presso un’insenatura rocciosa dell’isola.

Un giorno, mentre Xaxe accoglieva i raggi solari sulla sua candida pelle, un uomo la notò da lontano; la sua vista era ottimo, e la distanza non gli negò di ammirare tanta bellezza. Non aveva mai visto quella donna sull’isola, notò che fosse immobile, la scambiò per una naufraga. L’uomo, spinto dal senso di soccorso, la raggiunse e si inginocchiò al suo fianco: era bellissima. Le scosse una spalla. Xaxe si risvegliò dal suo sonno e guardò dritto negli occhi l’umano: «Dimmi, come posso aiutarti?»

«Credevo fossi svenuta. Sei forse naufragata? Come sei arrivata sull’isola? Non ti ho mai vista.»

«Sto bene, buon uomo. Grazie per l’interesse. Ora vai.»

«Posso fare qualcosa per te? Ho dell’acqua, un pezzo di pane. Hai fame?»

«No, grazie.» Rispose Xaxe risoluta.

L’uomo fu quasi impaurito da tanta fermezza. Senza dire più nulla si alzò e andò via.

Nei giorni successivi l’uomo si recò all’insenatura, sperava di incontrare di nuovo quella donna. Puntuale lei usciva dall’acqua e si sdraiava sulle rocce concedendosi il suo riposo. I raggi del sole non la coloravano, la sua pelle restava sempre candida.

Il mistero che aleggiava intorno a quella figura rendeva l’uomo molto timoroso, non aveva il coraggio di affrontarla nuovamente, non voleva essere rifiutato. La mattina di buon ora, l’uomo faceva una passeggiata per la foresta, raccoglieva frutta e verdura, poi si recava all’insenatura, lasciava una parte del suo raccolto sulla roccia di Xaxe e attendeva.

Le prime volte, la dea ignorò quei doni rinunciando alla sua quotidiana dose di raggi solari. L’uomo non si perse d’animo e continuò ugualmente: l’attrazione che provava era irresistibile.

Un giorno, finalmente, Xaxe decise di addentare un succoso frutto viola, era tanto grande quanto gustoso, lo divorò velocemente, era soddisfatta, quasi grata di quel dono, lo aveva apprezzato. Ogni giorno continuò ad accettare quelle offerte e si nutriva. Quell’accettazione alimentava nell’uomo un senso di sicurezza e coraggio, decise dunque di passare alla fase successiva.

Per un’intera settimana non lasciò nessun frutto. Xaxe approdava sulle rocce come suo solito e la mancanza di offerte non la scombussolò per nulla: nessuna reazione, non si guardò intorno, non cercò i frutti. Niente di niente.

L’uomo non sapeva come interpretare quel segno, dunque decise che era arrivato il momento di affrontare quella creatura meravigliosa.

Xaxe salutò i suoi amici delfini e si diresse verso il suo piccolo angolo, sbucò sulla superficie del mare e, proprio sulla sua roccia preferita, vide seduto l’uomo che l’aveva risvegliata diverso tempo prima. Per nulla intimorita uscì dall’acqua e lo raggiunse: «Questa è la mia roccia. Spostati.»

«Ce ne sono molte altre. Perché proprio questa.»

«Sei in cerca di guai?»

«No, assolutamente. Voglio solo capire.»

«Non c’è nulla da capire. Adesso non disturbarmi oltre. Potresti pentirtene.»

«Ah sì?»

«Non mi sfidare, uomo.»

L’uomo si spostò di qualche metro.

Xaxe non sopportava presenza alcuna, era infastidita, collerica. D’altronde non valeva la pena sporcarsi le mani con un essere inferiore. Tuttavia doveva trovare una soluzione per riaccaparrarsi della sua tranquillità. Quella stessa notte tornò all’insenatura e smuovendo le onde del mare spostò un’innumerevole quantità di massi, ricoprendo l’insenatura: adesso aveva preso le sembianze di una grotta.

Il mattino successivo l’uomo restò a bocca aperta, non riusciva a spiegarsi come fosse possibile una cosa del genere. Tentò in tutti i modi di trovare un ingresso, un’increspatura, un foro: nulla. Caparbio, prese la rincorsa e si tuffò in mare da sopra la grotta. Tornato in superficie vide dei delfini intenti a giocare con quella donna. Con un paio di bracciate raggiunse le rocce e salutò con la mano.

«Come devo fartelo capire? Non ti voglio fra i piedi. Questo posto è mio.»

«Non puoi rivendicarlo. Il mondo appartiene a tutti, siamo liberi di muoverci come meglio crediamo.»

«Sparisci.»

«Non posso. Io ho bisogno di vederti, un fuoco brucia dentro me ogni volta che ti penso, credo di amarti.»

Quelle parole la resero furibonda. Si alzò, la grotta divenne buia: «Tu, misero mortale, non hai nemmeno idea di chi io sia, altrimenti terresti la tua lingua a posto. Non sei nemmeno degno di guardarmi, come potresti amarmi. La tua carne è debole, moritura, io, Dea del mare, Xaxe, non tollererò più oltre la tua impertinenza.»

Un gran terrore s’impossessò dell’uomo.

«Ti condanno a vivere eternamente nel disperato tentativo di cercarmi, di soddisfare la tua bramosità, e anelare il mio perdono. Tu soffrirai per sempre, la tua pena sarà così grande che desidererai il Sottosuolo demoniaco.» Xaxe completò quella sentenza con un secco gesto della mano, onde avvolsero il corpo dell’uomo che fu trascinato prima a largo, poi sulla spiaggia. La grotta sparì sotto una gigantesca onda. Quando il mare si fu calmato, un’altissima parete di roccia aveva sostituito l’insenatura.

L’uomo, affranto, tornò al suo villaggio. Passarono giorni, anni, decenni, secoli, continuò a cercare il suo amore, nel vano tentativo di ritrovarla, vederla ancora una volta, per spiegarle, scusarsi, e trovare in fine riposo. Scavava nella disperata cercava, più scendeva in profondità più si perdeva, non riusciva a raccapezzarsi, quei tunnel li aveva creati senza nessuna logica, spinto dalla disperazione nata dal suo amore. La sua storia mutò in leggenda, diede quel nome all’isola: Grotta dei delfini; divenne l’uomo più vecchio del villaggio, guadagnò il titolo di capo del villaggio.

Adesso, Zorak camminava verso la tenda di Jark con in braccio il corpo del ragazzino. Lo invidiava, lui forse aveva raggiunto la grotta, aveva parlato con lei. Stringeva forte il freddo corpo. Le guardie allargarono la tenda, Zorak entrò, con estrema fatica accoccolò le sue vecchie ossa e infine poggiò il corpo a terra.

Yoni restò senza fiato, portò le mani alle guance. Cassari si sedette vicino al fratello, gli carezzò la cresta appiccicosa per via della salsedine. Jark si avventò su Zorak, ma fu prontamente fermato dagli uomini nerboruti; «Che tu sia maledetto!» Urlò Jark.

«La mia maledizione è vecchia, molto vecchia. Non hai nemmeno idea del fardello che porto.»

«Fatemi dare un’occhiata.» Disse una voce di donna alle spalle di Zorak.

Il capo del villaggio fece cenno alla Sacerdotessa di avvicinarsi. La donna alzò le mani facendo scivolare fino ai gomiti le larghe maniche della sua tunica di satin bianco. Chiuse gli occhi e pregò, intensamente.

Yoni cadde indietro, Cassari guardò con ammirazione sincera la Sacerdotessa, Jark tentava di liberarsi dalla morsa delle guardie.

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